Colombia, vale di più la pace o la volontà popolare? Il presidente presenta nuovo accordo tra FARC e governo

Santos Colombia
Il Presidente della Colombia Juan Manuel Santos annuncia in televisione il nuovo accordo tra governo e FARC, raggiunto ai colloqui di pace a L'Avana, Cuba. Bogotà, Colombia, 12 novembre 2016. Presidenza della Colombia via REUTERS

Il governo della Colombia e le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC) hanno siglato un nuovo accordo, il “Trattato della Fiducia”, che porta alcune modifiche all'accordo originale tra le parti per raggiungere la pace, accordo bocciato dal referendum di poche settimane fa, il 2 ottobre.

Il nuovo accordo mira ad ampliare proprio il sostegno popolare, l'elemento mancante nella consultazione del mese scorso: sabato scorso, 12 novembre 2016, a L'Avana, Cuba, le due parti hanno annunciato di aver concordato una serie di modifiche all'accordo di pace originale, modifiche che tenevano conto proprio delle obiezioni sollevate da diversi attori sociali ed esponenti politici, tra cui l'ex-Presidente Alvaro Uribe, nella campagna per il “No” al referendum.

È stato lo stesso Presidente Juan Manuel Santos, di recente insignito del Nobel per la Pace, a presentare il nuovo accordo in diretta televisiva affermando che il nuovo testo “sostituisce” quello respinto il 2 ottobre. Voci dall'entourage di Santos, citate dal Wall Street Journal, affermano inoltre che questa volta sarà solo il Congresso, e non l'intero popolo colombiano, ad approvare l'accordo tra governo e FARC: Santos ha il solido sostegno della maggioranza del potere legislativo e se a questo aggiungiamo che l'Alta Corte della Colombia ha già detto che non occorre alcun referendum per approvare il nuovo accordo quella politica è probabilmente la via più breve e rapida per chiudere la partita.

La domanda che tuttavia si fanno in molti, e non solo in Colombia, è la seguente: in questo modo Santos usa la politica di palazzo per bypassare il referendum? Che cosa pesa più sul piatto della bilancia, la pace per il Paese o la volontà popolare? Sono domande che non farebbero dormire di notte nemmeno il più egoico e sicuro uomo politico al mondo perché in ballo, nello specifico, c'è veramente il futuro di un'intera nazione: “Abbiamo raggiunto un accordo finale per porre fine al conflitto armato che integra le modifiche, le precisazioni e le proposte suggerite da diversi settori della società” hanno annunciato le due parti in un comunicato congiunto mentre il governo sosteneva che il nuovo accordo è migliore del precedente, che pure era stato definito “il miglior accordo possibile”.

Insomma, con questo quasi-azzardo Santos sembra giocarsi il tutto e per tutto: nei giorni successivi alla sconfitta referendaria, secondo il viceministro degli Esteri italiano Mario Giro, intervistato da IBTimes Italia, la ragione alla base di tutto fu la paura popolare di una nuova Colombia in pace dopo oltre 50 anni di guerra e violenza, Santos ha incontrato i suoi predecessori, sopratutto Alvaro Uribe, guida del fronte del No, e diversi attori della società per fare il punto, per cercare di creare un nuovo terreno di trattativa più inclusivo ancora del precedente. Uno sforzo politico ed istituzionale notevole, e questo a Santos va riconosciuto, che ha portato ad un risultato piuttosto concreto nel giro di poche settimane.

La sorpresa continua ad essere l'atteggiamento delle FARC: già dopo la bocciatura del referendum il comando dei guerriglieri aveva fatto sapere di essere comunque intenzionato a mantenere l'accordo firmato e sabato scorso Ivàn Marquez, uno dei negoziatori per conto delle FARC ai colloqui de L'Avana, ha dichiarato al Guardian che “abbiamo capito l'importanza di riformulare l'accordo con un consenso più ampio, che incorpora molte voci che prima erano state assenti nel processo negoziale”. Un'apertura totale da parte di chi per decenni ha usato il piombo, il narcotraffico e la violenza per mantenere la propria egemonia territoriale.

Luciano Marin, caposquadra dei negoziatori delle FARC, ha inoltre spiegato che “ridisegnare l'accordo” è stato “accettabile” per i rivoluzionari marxisti in quanto l'“organizzazione politico-militare non è stata sconfitta”. Insomma, tutti d'accordo?

Forse. Alvaro Uribe in una breve dichiarazione ha chiesto che i nuovi accordi non siano definitivi ed effettivi ma che vengano sottoposti all'analisi dell'opposizione politica colombiana e delle vittime delle FARC e dopo un incontro con Santos presso la base aerea di Rionegro ha confermato questa linea. Che, per la prima volta, non è di chiusura. C'è quindi una speranza, e nemmeno flebile, per il raggiungimento dell'accordo definitivo.

Il punto fondamentale, almeno per i portavoce del No al referendum, riguarda i processi e l'agibilità politica concessa agli ex-guerriglieri: i critici infatti sostengono da sempre una forte contrarietà alla possibilità che ex-guerriglieri ricoprano cariche pubbliche, questione che il nuovo accordo non tocca. E, proprio per questo, fa già discutere: Vanessa Vallejo, economista e opinionista liberale colombiana, ha parlato del nuovo accordo come “assurdo e inaccettabile” relativamente all'agibilità politica degli ex-guerriglieri. La discussione sarà ancora lunga.

Quello che Santos sembra voler assolutamente evitare, con un calendario ritmicamente cadenzato, è l'inizio della campagna elettorale per il Congresso e la Presidenza: le elezioni si terranno nel 2018 e arrivare a fine 2017 senza un accordo potrebbe far naufragare definitivamente la pace in Colombia. La paura di Santos è che l'accordo tra governo e FARC possa diventare oggetto di campagna elettorale a cose ancora non fatte, imbrigliandosi così nella retorica polemica della politica che promuove se stessa. Santos inoltre non correrà alle elezioni e non ha mai nascosto l'intenzione di chiudere la sua presidenza con la storica pace, anche per passare alla storia come il presidente che ci riuscì. L'attuazione dell'accordo, una volta raggiunto, richiederà molto tempo: secondo William Ury, esperto di risoluzione dei conflitti dell'Università di Harvard citato dal Guardian, “stiamo parlando di 2, 5, 10 anni. Anche 15 forse […] queste cose richiedono tempo”. C'è inoltre un'altra questione da affrontare in tempi brevi, il disarmo dei 6.000 guerriglieri delle FARC: il governo deve arrivare prima di tutti gli altri, nello specifico bande di trafficanti in cerca di nuove leve esperte di guerriglia da reclutare, e tutti questi tentennamenti rischiano di edulcorare l'efficacia dell'accordo.