Come l'intelligenza strategica di Putin può influenzare i prezzi del petrolio: analisi tecnica

Putin e Miller
Il presidente russo Vladimir Putin insieme al CEO di Gazprom Miller durante una video conferenza Sputnik/Kremlin/Alexei Druzhinin via REUTERS

Il presidente russo Vladimir Putin sta vivendo un momento di ascesa che non trova uguali tra gli attuali leader mondiali. Al di là della recente vittoria elettorale in Russia, ovviamente scontata, il leader del Cremlino continua a tenere alto il gradimento tra i suoi connazionali, nonostante la grave crisi economica che sta attraversando il paese. Il culto verso la figura di Putin continua a crescere anche all’estero ed è diventato un vero e proprio fenomeno.

Gli ultimi anni hanno visto la macchina militare russa muoversi con precisione ed efficacia, approfittando del momento di debolezza dell’occidente, con gli Stati Uniti che stanno vedendo perdere in modo costante il ruolo di paese leader - continuando a commettere evidenti errori in materia di politica estera -, e l’Europa alle prese con i problemi nel processo di integrazione dell’Unione. L’annessione della Crimea, le continue provocazioni all’Occidente, l’intervento in Siria, la crescente influenza anche su paesi considerati partner occidentali e alleati NATO (vedi Turchia), dimostrano, per scelta di tempo ed esecuzione, la scrupolosa attenzione con cui Mosca osserva il mondo intorno a sé e verso le azioni da compiere per accrescere la propria posizione strategica e indebolire i suoi nemici.

LA TREGUA TRA RUSSIA E ARABIA SAUDITA NELLA GUERRA DEL PETROLIO

Il mercato del petrolio e delle energie fossili rappresentano un settore chiave per la Russia ed lecito assumere che molte strategie del Cremlino, comprese quelle militari, abbiano come fine quello di massimizzare le entrate dalla vendita dei suoi prodotti energetici. Per farlo occore, molto banalmente, che i prezzi delle materie prime salgano (o quanto meno che non crollino di nuovo), e rimanere in buone relazioni con i paesi acquirenti.

La recente guerra del petrolio, che ha portato nel 2015 i prezzi del WTI ad un minimo di 20 dollari al barile, pare per il momento essersi presa una tregua, con Arabia Saudita e Russia che hanno deciso di venirsi incontro e trovare un accordo per un taglio della produzione. Entrambi i paesi stanno affrontando una grave crisi economica e l’Arabia Saudita, che tra tutti i paesi produttori OPEC vanta le riserve monetarie più grandi, è stata costretta a tagliare gli stipendi statali del 20% e il paese ha annunciato in estate un ambizioso piano (Vision 2030) che dovrebbe portare ad una diversificazione della sua economia, dipendente per il 90% dalle entrate garantite dalla vendita del petrolio. Il paese è anche alle prese con un cambio generazionale all’interno del Regno e non può permettersi di dare segni di instabilità e debolezza (soprattutto perché diventerebbe troppo complicato riuscire ad arginare le rivolte interne).

La Russia è alle prese con una dura recessione economica, per via anche delle sanzioni economiche occidentali e per una gestione da parte della sua classe politica non proprio ottimale. Il paese rimane infatti ancora troppo dipendente dalle entrate energetiche - che incidono oltre il 50% delle entrate statali - ed ha quindi bisogno di iniziare seriamente a diversificare le sue fonti di reddito. Nel 2014 è stato lanciato un programma, approvato dal governo con la Legge Federale n.488, che avrebbe dovuto portare il paese ad una maggiore diversificazione produttiva, ma a due anni di distanza appare evidente che occorre sotto questo punto di vista maggiore serietà e impegno da parte del governo.

Entrambi i paesi devono fare i conti con un mercato in cui l’offerta rimarrà alta comunque per molto tempo, con l’Iran che non ha alcuna intenzione di tagliare la produzione. Da questo punto di vista, considerando la storica partnership tra Mosca e Teheran, la Russia si pone come l’intermediario ideale per cercare di mediare accordi tra i due paesi islamici rivali, approfittando anche di un allontanamento tra Washington e Riyad che pare destinato ad allargarsi. È probabile comunque che alla fine verrà lasciata all’Iran la possibilità di abbeverarsi a piene mani dalle sue fonti petrolifere, anche perché un rallentamento eccessivo della produzione di petrolio non farebbe bene a nessuno: se i prezzi tornassero troppo alti gli Stati Uniti inonderebbero il mercato di sheil oil, rispedendo i prezzi vicino ai minimi storici.

Con l’impossibilità quindi di riportare i prezzi delle materie prime ai massimi storici, Arabia Saudita e Russia potrebbero accordarsi (e convincere gli altri paesi produttori) per raggiungere quella che in economia del benessere è denominata come soluzione di second best: ovvero impegnarsi a prendere la migliore soluzione alternativa dopo aver scartato quella ottimale. L'Arabia Saudita non aveva alcun tipo di interesse ad assecondare un taglio della produzione e tanto meno a prendere un accordo con la Russia, considerando l'appoggio che Mosca garantisce alle truppe governative siriane e l'alleanza storica con il nemico iraniano. Tuttavia, le riserve monetarie di Riyad si sono iniziate a prosciugare ad un ritmo più veloce di quanto inizialmente stimato e la monarchia saudita non ha altra scelta che scendere a patti con Putin. 

Per massimizzare la sua strategia, Mosca deve attirare verso la propria sfera di influenza il maggior numero di paesi possibili - tra quelli strategicamente rilevanti -, cercando contemporaneamente di isolare in maniera sempre più crescente gli Stati Uniti, e prendere il sopravvento politico sull’area mediorientale. Sotto questo punto di vista è improbabile che Putin molli la presa sulla Siria, paese che garantirebbe un passaggio strategico per le forniture di greggio, oltre a garantire un'importante supremazia strategica in tutta l’area. La situazione però appare veramente molto complicata, dato che l’Arabia Saudita non ha minimamente intenzione di spalleggiare un’eventuale vittoria di Assad. Gli interessi interni ed esterni nell’area sono incredibilmente forti, del resto non è un caso se il paese è dilaniato da un conflitto di cui si fa fatica a intravedere una via d'uscita. La Russia continuerà a supportare Assad e presidiare militarmente la Siria e cercare di allargare i propri rapporti con altri paesi dell’area (ricordiamo che la Russia è rimasta in ottimi rapporti anche con Israele, mentre i paesi occidentali ne stanno prendendo le distanze).

In generale, la Russia cercherà quanto meno di tenere i prezzi del petrolio sopra i 50 dollari al barile, in attesa di avviare un processo di diversificazione che dovrebbe portare ad un’economia meno dipendente dalle sue risorse energetiche.

LE CONFERME CHE ARRIVANO DALL’ANALISI TECNICA

L’analisi tecnica conferma lo scenario di una ripresa dei prezzi del petrolio, con obiettivo compreso tra i 60 e 70 dollari al barile (mercato WTI). In questo frangente non ci dilungheremo più di tanto, dal momento che l’analisi rimane assolutamente coerente con quanto già illustrato nei primi mesi dell’anno e nei successivi aggiornamenti (per l'analisi più recente si consiglia la visione del video allegato).

Oil, WTI settimanale (10 ottobre) Come si può vedere dal grafico settimanale, il petrolio WTI si appresta a rompere la neckline del testa e spalle invertito  IBTimes Italia / XTB

Qui ricordiamo brevemente che sul mercato WTI  abbiamo individuato la formazione di una figura testa e spalle invertito - ben osservabile sul timeframe settimanale - e che in questo momento i prezzi stanno tentando di rompere la neckline. La rottura confermerebbe quindi lo scenario rialzista e gli obiettivi da noi indicati.

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