Come salvare Alitalia (e perché non succederà)

Finalmente, grazie ai voti dei suoi lavoratori, forse Alitalia riuscirà ad incontrare il suo inevitabile destino, e cioè la liquidazione. Avverrà, forse, con nove anni di ritardo e miliardi di soldi pubblici (cioè nostri) bruciati sull’altare dell’italianità, che tradotto dal politichese significa che quei soldi sono stati polverizzati per difendere interessi politici e finanziari particolari, ovvero per rubare più o meno legalmente il denaro di chi paga le tasse.

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È un destino buffo, a pensarci, perché Alitalia avrebbe le potenzialità per fare soldi, forse non per diventare una compagnia aerea in grado di competere con i big del settore, ma, almeno, per salvare la faccia e la propria storia. Ma non accadrà, per due ragioni.

La prima, banalmente, è che è troppo tardi.

Ma anche se non fosse tardi, è la seconda ragione ad essere fatale. Molto semplicemente, Alitalia dovrebbe tagliare le rotte improduttive e focalizzarsi su quelle in cui va in guadagno. Come dite? Ho scoperto l’acqua calda? Beh, sì, eppure questa mossa semplicissima non è stata fatta, perché si tratta di un suicidio politico.

Le rotte in perdita sono quelle locali, a corto e medio raggio, quelle che collegano una regione italiana all’altra, che possono essere e sono servite da compagnie aeree low cost e dai treni.

Sono le rotte che vengono mantenute perché sono sostanzialmente degli aerotaxi a uso e consumo del politico di turno: l’esempio più celebre (e che per fortuna è morto, ovviamente dopo aver bruciato soldi pubblici) è quello dell’Albenga-Roma, ovvero dalla casa dell’ex ministro Claudio Scajola al suo luogo di lavoro (cioè un ministero in qualche governo Berlusconi). Questo potrebbe valere anche per il volo Genova-Roma (vai a capire perché Scajola non poteva usare questo per andare a lavorare): è una rotta che potrebbe essere servita anche dai carri bestiame di Ryanair o anche qualche sottobrand low cost di Alitalia, come accade altrove nel mondo, essendo un volo di appena un'ora.

Parliamo di aerei con coefficienti di riempimento bassissimi (un sesto dei posti, nella migliore delle ipotesi, per l’aereo di Scajola) o, nei casi migliori, con uno scarso ritorno per passeggero, ammesso che sia positivo. Rami secchi, che una compagnia “di bandiera” deve tagliare, perché non può competere su di essi.

Ma questa, in fondo, è una nota di colore. Se Scajola (e gli altri meno famosi di lui) possono essere infastiditi dalla perdita dell’aerotaxi personale, il problema più grave, per loro (e anche per i sindacati), è un altro, e cioè che tagliare le rotte significa anche tagliare il personale. Significa dover mandare a casa dei clienti. Significa mostrare di non essere in grado di servire gli interessi della propria comunità. Significa perdere voti e potere.

Inammissibile. Inconcepibile.

Per questa ragione questi signori, probabilmente, proveranno a tramare ancora nell’ombra per trovare un sotterfugio per dare altri soldi ad Alitalia per tenere in vita aerotaxi, amicizie e potere. Coi nostri soldi.

È una storia che si ripete da decenni, e non solo per Alitalia: il barone chiede soldi delle nostre tasse insieme ai propri vassalli, valvassori e valvassini, che invocano all’unisono tragedie immani, come la perdita dell’italianità (o altra metafora simile, tutte traducibili con “perdita della mia Porsche”) e di posti di lavoro dei servi della gleba; questi soldi arrivano e vengono inevitabilmente bruciati per mantenere in piedi aziende bollite, facendo guadagnare tutti tranne i servi della gleba, che però sono contenti lo stesso, perché mantengono il loro posto di lavoro, grazie a contratti di solidarietà, prepensionamenti, tagli e macelleria sociale varia (potrebbe andare peggio, no? Potrebbe piovere!); dopo un po’, inevitabilmente, i feudatari ricominciano a protestare e i baroni prendono altri soldi pubblici e li buttano dalla finestra. E il giro ricomincia, con i servi della gleba sempre scioccamente contenti di rimanere su una barca che affonda mentre chi è sopra di loro nella scala sociale è sulle scialuppe e sta svuotando la stiva di ogni bene prezioso. Perché, ok, adesso piove, ma potrebbe andare peggio, potrebbero grandinare cocomeri. E si torna al via.

È anche ora di dire basta.

Ci auguriamo che il governo mantenga la sua linea ferma sulle uniche due possibilità realistiche: la vendita o il fallimento (e cioè la vendita a pezzi).

La seconda è quella più probabile. Un eventuale compratore in blocco dovrebbe sedersi al tavolo con i politici e garantire loro di mantenere i posti di lavoro e, soprattutto, la capacità di Alitalia di scorazzarli ovunque loro vogliano. È già successo ai tempi di Air France, dieci anni fa, e i francesi accettarono, perché Alitalia valeva comunque qualcosa, e quegli accordi sarebbero durati un paio di anni (poi arrivò Berlusconi, Scajola e la perdita dell’italianità).

Non succederà di nuovo, perché stavolta è più conveniente aspettare l’inevitabile liquidazione, invece che vedere i politici con le lacrime agli occhi che fanno sfilare famiglie vestite di stracci dicendo "signor Lufthansa, pensi ai bambini" (salvo poi fregarsene bellamente una volta raggiunto l'obiettivo).

Alitalia vale ancora qualcosa, in particolare gli slot, i diritti per decollare e atterrare in certi aeroporti: a Linate i concorrenti già stanno con la bava alla bocca per accaparrarseli, per esempio, mentre altre compagnie subentreranno per quelli meno lucrosi (un po’ come ha fatto EasyJet con Malpensa, un’altra storia italiana legata ad Alitalia su cui sorvoleremo). I fratellini degli Albenga-Roma spariranno e forse ci renderemo conto che non serve avere un aeroporto ogni tre comuni, e potremo cominciare a parlare seriamente di come trasportare indigeni e turisti a spasso per il Paese. (Ok, lo riconosco, questa è fantascienza).

L’unico problema sarebbero i dipendenti, specialmente quelli assunti in tempi di vacche grasse ed inutili già allora, figuriamoci oggi, in tempi di vacche morte. Ma è un problema che si può gestire con gli strumenti già a nostra disposizione (CIG e NASPI), mentre altri lavoratori (quelli "utili") potrebbero essere assorbiti altrove.

Si tratta (come sempre) di difendere il lavoratore, non il posto di lavoro. Si tratta di dare ai lavoratori gli strumenti per cercare un posto di lavoro dove sono realmente utili, dove apportano valore aggiunto: bisogna proteggere loro e non i posti di lavoro esistenti, perché in questo secondo caso ci guadagnano i manager, gli azionisti e i loro protettori politici, non chi lavora.

Resterebbe da risolvere il problema della perdita di voti e poteri dei baroni locali, ed è l’ostacolo più grande da affrontare: qualcuno probabilmente inserirà qualche sottocommabarrabisquater in qualche decretino del Consiglio dei Ministri di cui nessuno saprà nulla, come al solito. Occorrerà vigilare contro questi colpi di mano e sperare che la Commissione Europea non si faccia abbindolare e che blocchi ogni altro falò di denaro pubblico per scopi privati.

Alitalia non si può salvare, non perché manca la possibilità economica, ma perché manca la volontà politica. Anzi, la volontà politica è quella di usare i nostri soldi per continuare a fare i propri comodi, e non solo nel caso Alitalia.

Alitalia, così come la vogliono i baroni, non si può salvare. I nostri soldi, invece, possono, e dobbiamo farlo.