Comunali 2017: chi pensa che il M5S sia "morto" sbaglia di grosso

Beppe Grillo Di Maio
Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, dietro a Beppe Grillo, leader e co-fondatore del MoVimento 5 stelle Reuters

La tutt’altro che sorprendente debacle del Movimento 5 Stelle alle Amministrative 2017 può essere raccontata tutta attraverso l’emblematico silenzio post-elettorale dei suoi rappresentanti, un silenzio imposto dall’alto per evitare che la sconfitta si trasformi in tragedia. Nessun commento, nemmeno due o tre parole pronunciate a bruciapelo in preda alla delusione, neanche un’espressione contrita o un sospiro rassegnato. Il nulla più assoluto è stato l’ordine arrivato dai capi della comunicazione pentastellata. E il motivo alla base di questa scelta sembra legato a doppio filo con le cause che hanno lasciato i 5 Stelle fuori dai giochi in tutte le grandi città italiane (comprese quelle, come Taranto, afflitte da difficoltà talmente pesanti che approfittarne sarebbe stato un dovere, non un occasione): la mancanza di fiducia, la volontà di evitare che si amplifichino i danni che sono già stati fatti, lasciando trapelare all’esterno le divisioni interne, le lotte di potere e i dissidi che caratterizzano un movimento paradossalmente nato attorno ai meet-up, che sembra aver totalmente perso di vista la realtà locale concentrandosi solo ed esclusivamente su quella nazionale.

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La montagna di errori alla base della sconfitta rimediata alle Comunali è alta quanto l’Everest: dal caso Cassimatis a Genova ,che ha dimostrato come i pentastellati siano incapaci di rispettare le loro stesse regole, allo scandalo firme false e alle registrazioni di Palermo che hanno portato al crollo nel capoluogo di una Regione diventata il simbolo del successo grillino, passando per l’epurazione di Pizzarotti a Parma. Ma per analizzare quanto accaduto non si può prescindere da quanto successo a Roma nell’ultimo anno e a Torino nelle ultime settimane. Oggi Virginia Raggi viene accusata di essere una delle cause principali della debacle , mentre i feriti di piazza San Carlo a Torino sono troppo recenti per essere già stati metabolizzati dall’elettorato. Sul banco degli imputati finisce pure Luigi Di Maio, il responsabile degli enti locali del partito, insieme ai fedelissimi  Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede, fautori di una campagna elettorale e di una gestione locale inadeguata e fallimentare. Nemmeno Beppe Grillo può essere considerato esente da colpe , il leader che prima si affida a candidati poco visibili e che poi li ridimensiona nel momento in cui riescono ad uscire dall’oblio e ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica.

Senza parlare dell’assurda questione relativa alla legge elettorale, dove non c’è stato nemmeno uno dei rappresentanti grillini che abbia pensato che forse, a pochi giorni da elezioni tanto importanti, non era il caso di gestire in quel modo un tema tanto rilevante sia in chiave politica che in chiave elettorale.

Eppure chi oggi crede che il Movimento 5 Stelle sia spacciato per le future elezioni generali in virtù di quanto accaduto alle Comunali rischia di incorrere in uno sbaglio ancora più grande di quelli compiuti da Grillo & Co.

A dimostrarlo c’è anche la storia politica più recente. Era il 2013 e dopo aver conquistato il 27% dei voti alle elezioni politiche il M5S incassò pesantissime sconfitte nei territori. Anche all’epoca i principali partiti cosiddetti tradizionali fecero l’enorme errore di interpretare quei risultati nella maniera sbagliata. Per loro, l’ondata grillina si era già arrestata, la rabbia placata e il “disordine temporaneo” era stato rimesso a posto. Peccato che da quel momento siano passati quattro anni e che nel frattempo il M5S abbia, tra le altre cose, conquistato Roma e Torino, diventando nei sondaggi il primo partito del Paese.

Chiunque oggi pensi che il Movimento 5 Stelle sia “politicamente morto” si illude che tra i voti delle amministrative e quelle delle politiche ci sia un’omogeneità che invece non esiste e forse non è mai esistita. Perché se è vero che nella sua breve storia il partito guidato da Grillo e Casaleggio non è mai riuscito a costruire una politica territoriale convincente a livello nazionale la musica è totalmente diversa.

La “resurrezione” di centrodestra e centrosinistra alle amministrative, il cosiddetto ritorno al bipolarismo di cui oggi parlano tutti non tenendo nemmeno conto della scarsissima affluenza registrata alle urne non significa che quando torneremo a votare per il Parlamento entrambi i partiti non pagheranno dazio per quanto accaduto negli ultimi anni. Non significa che gli elettori abbiano già perdonato, dimenticato e che siano disposti a concedere l’ennesima chance. Farebbe bene a riflettere su questo Matteo Renzi di fronte alla tentazione di correre nuovamente ad elezioni anticipate dopo il disastro perpetrato sul modello tedesco. Perché se si considera emblematico il voto delle Comunali allora lo stesso deve essere fatto per quello del referendum costituzionale. E in questo caso si ritorna uno a uno e palla al centro.

Il M5S da parte sua però dovrebbe capire che determinati errori ormai non sono più consentiti, che l’inesperienza ha smesso di essere una giustificazione plausibile e che la tanto vituperata diversità sta sbiadendo di giorno in giorno. Se gli sbagli del passato sono stati perdonati in virtù degli “altri hanno fatto peggio”, per quelli di oggi potrebbe esserci un destino diverso. Anche perché il populismo da novità si è trasformato in realtà consolidata. E le realtà consolidate di questi tempi dimostrano di non essere più tanto gradite.