Comunali 2017: gli italiani rifiutano ciò che è diventata la politica italiana

Matteo Renzi
Matteo Renzi REUTERS/Yves Herman

Un rigurgito. Un rifiuto totale e sonoro di ciò che la politica italiana ha dimostrato di essere, di ciò che è diventata e forse anche di ciò che sarà dopo le elezioni del prossimo autunno. 

Il dato più evidente che le Comunali del 2017 hanno messo in luce non è la resurrezione di un centrodestra che solo i meno attenti consideravano “morto” , affossato dall’insofferenza reciproca che i vari leader dei principali partiti nutrono gli uni nei confronti degli altri e dalle vicissitudini giudiziarie che negli anni passati hanno costretto Silvio Berlusconi all’angolo. No, non è questo. Il numero che dovrebbe saltare immediatamente agli occhi di tutti e che invece viene (quasi) unanimemente sottovalutato è quello relativo all’ affluenza: un imbarazzante 46,03% che dovrebbe spingere tutti al silenzio e alla riflessione. Rispetto al primo turno dell’11 giugno sono quasi 13 i punti percentuali in meno. Non si arriva nemmeno alla metà degli aventi diritto il che significa che più di un italiano su due ha preferito restare a casa, andare al mare, cercare invano un po’ di frescura. Tutto pur di non andare a votare. Tutto pur di evitare di avere a che fare con una politica che mentre cerca disperatamente di attirare l’attenzione dei cittadini impegnandosi in una campagna elettorale senza fine e totalmente autoreferenziale li allontana sempre di più dalla politica, ottenendo l’esatto contrario di ciò che vorrebbe conquistare.

Se due settimane fa eravamo qui a raccontare la disfatta senza appello del Movimento 5 Stelle, oggi non si parla d’altro che della sconfitta cocente del Partito Democratico. I due principali partiti del Paese, gli stessi che da tre anni a questa parte non riescono a interpretare né una maggioranza né un’opposizione degne di questo nome, quelli che in teoria la prossima primavera dovrebbero affrontarsi per entrare a Palazzo Chigi sono stati asfaltati uno dietro l’altro da un voto, o meglio da un non voto, che oggi cercano di minimizzare e interpretare evitando ancora una volta di analizzare gli innumerevoli errori compiuti a livello locale e nazionale.

Sono molti a dire che le elezioni amministrative non dovrebbero acquisire un valore politico nazionale, a pensare che tra 6-8-9 mesi la musica sarà diversa, la trama ribaltata. Ma è impossibile non considerare che quando i cittadini hanno la possibilità di scegliere preferiscono non farlo, nauseati da ciò che la politica continua a propinare loro e ancora in cerca di quel qualcosa di diverso che non arriva mai. Alle europee del 2014 quel diverso era Matteo Renzi, poi è toccato ai Cinque Stelle, poi al No al referendum. Oggi il diverso è di nuovo il centrodestra, come trenta e vent’anni fa. Domani chi lo sa. Privati di un punto di riferimento gli elettori cercano di barcamenarsi optando ciò che percepiscono come “meno peggio”. Il voto convinto si è trasformato in voto rassegnato, l’ideologia in una barzelletta. E quando a trionfare è l’astensionismo sono le destre ad approfittarne. Da sempre.

I cittadini stavolta hanno rifiutato la politica della propaganda scegliendo chi invece in questi anni ha preferito aspettare, lasciando agli altri l’onere di scannarsi per la poltrona salvo poi tentare di soffiargliela all’ultimo giro.

A questo punto l’unica cosa rimasta da fare da un lato dall’altro della barricata, quello dove predomina il giallo e quello dove si intravede un rosso sempre più sbiadito, è pregare che Berlusconi, Meloni e Salvini a livello nazionale continuino a fare ciò che stanno facendo, lasciando prevalere i personalismi e le antipatie. Perché se così non fosse la prossima primavera a pagare dazio per una campagna elettorale triennale tutta slogan e niente programmi potrebbero essere entrambi.

Ma se della sconfitta del M5S abbiamo già parlato, impossibile ora non trarre le somme del suicidio politico che il Partito Democratico sta perpetrando ormai da tempo immemore.

Lo scorso aprile, i principali rappresentanti democratici, guardando all’estero, sono saliti sul carro del vincitore (Emmanuel Macron) sottovalutando un piccolo dettaglio: ciò che il Presidente francese ha fatto è stato umiliare la tradizione, quella stessa tradizione che il PD incarna fino al midollo, infliggendo il colpo più letale ai socialisti che altro non sono che il corrispettivo francese dei democratici italiani e il simbolo della crisi che la sinistra europea sta attraversando. Una sinistra senza più alcuna credibilità, ripiegata su se stessa , troppo impegnata a risolvere i propri problemi interni per capire che il problema sta all’esterno: in un elettorato che è ormai andato altrove.

A dimostrarlo ci sono, chiari e palesi, tutti gli sbagli fatti dal PD negli ultimi anni. L’ultimo, forse il più grave, è stato ignorare ciò che la sconfitta referendaria significava, rifiutare di compiere un’analisi profonda e reale, cercando di appigliarsi ad altro, concentrandosi su scissioni di cui al Paese non frega nulla, evitando di afferrare l’unico messaggio che andava afferrato: gli elettori di sinistra non votano più a sinistra, o forse sarebbe meglio dire che non vota proprio più. Non si sentono più rappresentati, non solo dal Partito Democratico, ma da nessuno dei partitelli che che popolano quel microcosmo che, almeno in teoria, dovrebbe inglobare un terzo della popolazione italiana. Se non si parte da qui  anziché pensare a complotti e litigi interni, se non si accetta questo semplice concetto, il prossimo voto decreterà l’unica cosa che ormai c’è da decretare: la fine, ufficiale, della sinistra italiana.