Comunque vadano le elezioni francesi gli Stati Uniti cederanno a Parigi lo scettro africano

Contingente MINUSMA Mali
Peacekeeperns delle Nazioni Unite nella città di Kouroume, Mali. 13 maggio 2015. REUTERS/Adama Diarra

Il prossimo Presidente della Repubblica di Francia sarà certamente uno dei principali alleati degli Stati Uniti di Donald Trump nella guerra all'estremismo e molto probabilmente riceverà da parte di Washington tutto il sostegno necessario, sopratutto nell'area del Sahel in Africa.

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James Mattis, segretario alla Difesa dell'amministrazione Trump, lo ha detto abbastanza chiaramente nel corso di una conferenza stampa organizzata domenica 23 aprile 2017 a Gibuti, dove gli Stati Uniti hanno la loro base principale nei pressi della quale anche i cinesi stanno costruendo la loro prima enclave militare africana: i francesi “hanno sempre dimostrato di esserci quando c'era da affrontare gli estremisti” ha dichiarato Mattis, sintetizzando il ruolo di gendarme che la Francia da sempre, o almeno dall'era post-coloniale, si è ritagliato in Africa.

Nonostante il cambio di amministrazione in America e nonostante la corsa per l'Eliseo in Francia potrebbe incoronare il candidato meno gradito alla Casa Bianca, Emmanuel Macron, una cosa è praticamente certa: con lo smantellamento quasi totale degli interessi militari americani in Africa, uno smantellamento durato otto anni sotto la doppia presidenza Obama, gli Stati Uniti oggi chiedono semi-ufficialmente alla Francia di occupare lei, nel continente africano, il posto che prima era di Washington, divenendo a tutti gli effetti il gendarme della comunità internazionale sui fatti africani. Un ruolo non da poco, considerando che il prossimo fronte rovente per la lotta al fantomatico radicalismo islamista sarà molto probabilmente l'intera Africa nord-occidentale, dalla Libia fino al Sahel.

In questo senso il fatto che le parole di Mattis siano state pronunciate proprio a Gibuti, il cuore strategico degli Stati Uniti in Africa un tempo territorio appannaggio esclusivo della Francia, dove gli Stati Uniti hanno 4.000 soldati nella base di Camp Lemonnier: da qui si coordinano gli interventi in Somalia per combattere gruppi come al-Shabaab (legati ad al-Qaeda), da qui partono i droni che bombardano le postazioni dello Stato Islamico in Siria e dei ribelli sciiti Houthi in Yemen, qui c'è l'occhio militare americano sul continente africano. L'occhio politico è invece poco più a sud, a Nairobi capitale del Kenya, dove c'è una delle più importanti ambasciate degli Stati Uniti all'estero, proprio di fronte alla sede africana delle Nazioni Unite: proprio a Nairobi, circa un anno e mezzo fa, un funzionario dell'ambasciata USA aveva confermato a chi scrive lo smantellamento degli interessi di Washington in Africa, spiegandomi inoltre come gli interessi americani si sarebbero concentrati quasi esclusivamente sul Mozambico.

La ricetta di Trump prevede quindi una corte spietata alla Francia, che in Africa ha sempre dimostrato di avere qualche carta in più da sfruttare: carte che potrebbero rivelarsi fondamentali nel cercare di garantire la sicurezza nell'area del Sahel e attorno al lago Ciad, dove opera Boko Haram, due delle principali preoccupazioni africane per Washington: “Non ho dubbi che i francesi continueranno a prendere le proprie decisioni facendo al meglio il proprio interesse e che i terroristi non godranno in alcun modo di queste decisioni” ha detto Mattis a Gibuti.

Questo in Francia farà discutere molto, sopratutto in vista del ballottaggio: i francesi in genere, lo dicono i sondaggi, pensano alla presenza della Francia in Africa quasi unicamente nell'ottica di interferenza con i governi locali, quindi nella politica interna dei diversi paesi africani, e questo è vero tanto quanto è vero che nell'ottica americana la presenza francese nel continente è principalmente militare: la Barkhane, la Serval, la ex-Licorne, la Corymbe, la Sangaris e la Boali, la Atalante e la Èpervier sono solo alcune delle operazioni in corso, tutte sopra la linea dell'equatore. I francesi si muovono talmente bene in Africa che in tempi più recenti sono state avviate collaborazioni militari anche con paesi anglofoni come la Nigeria, nello specifico nella lotta contro Boko Haram.

Tuttavia ciò che è interessante per gli Stati Uniti, la presenza militare, è meno interessante per l'elettorato francese: ai tempi di Sarkozy, prima che questi decidesse di bombardare la Libia di Gheddafi nel 2011, il concetto di Françafrique si è fortemente ridimensionato con una notevole riduzione di spesa e tornando all'antico splendore durante la presidenza Hollande. Il quale, tuttavia, ha pagato non poco in termini politici e di credibilità la presenza sempre più massiccia dei francesi in Africa, sopratutto in Africa occidentale.

Tutti i candidati all'Eliseo hanno fatto presenza in Africa in visita ai contingenti militari e con “tutti” si includono anche Macron e Le Pen, che pure propongono ricette diverse per l'antiterrorismo. Chiunque di loro sarà presidente riceverà il sostegno incondizionato, e la pressione, degli Stati Uniti: la Francia, insomma, continuerà a fare il gendarme d'Africa e questo, in realtà, scalza la posizione di “primo partner miliare degli Stati Uniti” che la Gran Bretagna si è ritagliata nel tempo. In realtà Francia e Gran Bretagna, in Africa, sembrano quasi in guerra tra loro anche se per procura: le violenze tra francofoni e anglofoni in Camerun, ad esempio, è uno degli elementi che dimostrano l'inimicizia tra Parigi e Londra al di fuori del continente europeo. Oggi che la Francia ha ottenuto il via libera degli Stati Uniti la posizione inglese nel continente africano si fa ancora più a rischio: anche questo va tenuto in considerazione, nell'osservazione degli equilibri geopolitici del mondo.