Con Donald Trump la vita dei nativi americani si fa ancora più dura

Nativi americani Dakota
Un gruppo di nativi americani inscena una protesta ambientalista appena fuori il campo Oceti Sakowin, dove si sono radunati i manifestanti contrari al Dakota Access pipeline, un gasdotto che attraversa la riserva indiana di Standing Rock, nei pressi della cittadina di Cannon Ball, Nord Dakota. Stati Uniti d'America, 5 dicembre 2016. REUTERS/Stephen Yang

Nel suo discorso di insediamento il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto diversi riferimenti sul “restituire l'America al suo popolo, agli americani” sciorinando una retorica fortemente nazionalista nella quale l'attenzione si è focalizzata sulla politica interna. Trump è figlio di padre americano e di madre scozzese ma anche i suoi nonni paterni erano europei, tedeschi per la precisione, e in tal senso il neo-presidente incarna molto bene la società americana fatta di mescolanze post-migratorie: in un certo senso è proprio questo il “sogno americano”.

Donald Trump e il suo entourage, la maggior parte dei deputati e dei senatori, dei governatori, i più alti livelli della politica, dell'esercito, della finanza, della giustizia americana sono figli di immigrati. “L'americano puro”, se di purezza si può parlare, è uno e uno soltanto: il nativo americano.

Eppure i nativi americani sono la categoria sociale di cittadini statunitensi più marginalizzata di tutte e non è solo un problema politico ma anche e soprattutto culturale: mediamente le condizioni di vita dei nativi sono nettamente inferiori a quella di bianchi, ispanici, asiatici ed afroamericani, tra gli adolescenti figli di nativi americani vi è un tasso di suicidio 150 volte superiore alla media di tutti gli Stati Uniti, la mortalità infantile è cinque volte più alta e la disoccupazione una piaga che si trasmette di generazione in generazione. Povertà, alcolismo, tossicodipendenze, violenze familiari sono tutti elementi che permeano oggi, in modo drammatico, i gruppi sociali e le comunità di nativi americani, la cui condizione sembra tuttavia non interessare nessuno.

In Minnesota ad esempio, racconta lo Star Tribune di Minneapolis, lo Stato si trova ad affrontare un problema notevole: nei prossimi tre anni dovrà sostenere una spesa di 400.000 dollari per cercare di ridurre il numero di bambini nativi americani che vengono affidati ai servizi sociali e portati via dalle proprie famiglie. In totale i bambini figli di nativi americani sono meno del 2 per cento del totale dei bambini nati in Minnesota ma rappresentano quasi un quarto del totale dei minori dati in affido dallo Stato.

Per mesi la comunità di Sioux della riserva indiana di Standing Rock – a cavallo tra Dakota meridionale e settentrionale – ha protestato contro il completamento della Dakota Access Pipeline, un gasdotto che dovrebbe passare sotto il lago Oahe in nord Dakota e il cui progetto checché se ne dica non è stato cancellato (pochi giorni fa è stata infatti richiesta la Valutazione di Impatto Ambientale, un'arma a doppio taglio), che rischia di minacciare le riserve idriche indiane, una protesta nonviolenta e in buona parte totalmente snobbata dai media americani ed internazionali. Quando l'US Army Corps of Engineers ha fermato la costruzione del gasdotto nel dicembre scorso i media di tutto il mondo hanno riportato la notizia della “vittoria indiana”, spesso descrivendola con toni razzisti quasi come la ragione dei primitivi sul progresso necessario, salvo poi dimenticarsi completamente la copertura di quella storica protesta, che va avanti ancora oggi.

Proteste simili a quella dei Sioux del Dakota si registrano anche in Texas, dove i nativi locali protestano contro la costruzione della Trans-Pecos pipeline, un gasdotto che attraversa una riserva indiana nel Texas occidentale e che dovrebbe portare milioni di metri cubi di gas americano in Messico. Anche queste iniziative sono totalmente snobbate dai media ed ignorate dalla politica, locale e nazionale.

I nativi americani sono un popolo dimenticato nella terra della democrazia e della libertà: il Servizio Sanitario Indiano, modificato sostanzialmente nel 2010 con l'Affordable Care Act che prevedeva l'accantonamento di 800 milioni di dollari di fondi destinati alla sanità per i nativi americani, è oggi messo alla berlina dal Congresso e la posizione del presidente Trump sull'Obamacare certo non fa ben sperare per il suo mantenimento: “Il Congresso stanzia i fondi e i servizi sanitari si sviluppano su quegli importi. Quando non ci sono fondi i servizi vengono razionati” ha spiegato ad al-Jazeera il giornalista americano Mark Trahant.

In realtà è la ratio alla base del Servizio Sanitario Indiano ad essere una follia che nulla ha a che vedere con la famosa “libertà”: creato nel 1955 affonda le radici nei trattati stipulati dai governi tribali con il governo federale, che in cambio di terreni ha accettato di fornire ai nativi americani servizi come istruzione, alloggio e assistenza sanitaria. La dignità umana dei nativi americani è diventata merce di scambio per la loro stessa sopravvivenza, per la loro integrazione nella società, un'integrazione che di fatto non si è mai avuta. Quei servizi promessi dal governo di Washington ai nativi oggi vengono a malapena finanziati e tutto fa pensare che la nuova partita si giocherà sul mercato energetico: con Trump il governo federale potrebbe riattavolarsi con i nativi americani mettendo sul piatto lo sviluppo energetico e promettendo in cambio, nuovamente, specchietti e perline (istruzione e sanità).

Il neo-eletto Presidente del Comitato per gli affari indiani del Senato americano, il repubblicano John Hoeven, è un sostenitore del Dakota Access Pipeline e ha dichiarato che l'opposizione dei Sioux è stata “illegale e violenta”, il neo-segretario agli Interni nominato da Trump è Ryan Zinke, un suo amico che ha grandi interessi nel mercato energetico nel settore oil&gas, e lo stesso Donald Trump è un sostenitore di uno sviluppo energetico senza freni e con poche regole. È tuttavia anche vero che una delegazione della tribù Lumbee (55.000 persone quasi tutte residenti nella Carolina del nord) è stata invitata da Donald Trump alla cerimonia del suo insediamento, in rappresentanza della loro nazione indiana, e secondo il capotribù Harvey Godwin Jr. è la prima volta nella storia che la sua tribù viene rappresentata in quel contesto. La seconda tribù di nativi invitata a partecipare alla cerimonia sono stati i capi della Nazione Navajo, una delegazione guidata dal capo Russell Begaye.

Tuttavia, nel complesso i nativi americani (Alaska compresa) rappresentano circa il 2 per cento della popolazione degli Stati Uniti (6,6 milioni di persone al censimento del 2015) e secondo le proiezioni nel 2060 potrebbero diventare il 2,4 per cento del totale della popolazione (10,2 milioni di persone). Oggi meno del 20 per cento dei nativi ha frequentato o frequenta il college (la media americana complessiva è del 30,6 per cento), il 26,6 per cento del totale dei nativi vive in condizioni di povertà e il reddito medio familiare è di 38.530 dollari l'anno, dove la media nazionale è di 55.775 dollari l'anno. Numeri che mostrano come la situazione sia non solo grave ma anche preoccupante, nonostante i nativi americani appartengano in tutto e per tutto agli Stati Uniti d'America: 130.802 di loro sono veterani di guerra, persone che si sono arruolate ed hanno combattuto in guerra in nome e per conto degli Stati Uniti. Molti di più degli imprenditori nativi americani (nemmeno 30.000).