Contrastare la paura degli attentati? Si può con un modello somalo-svedese

Stoccolma
La grande manifestazione di Sergels torg a Stoccolma, alla quale sono accorse decine di migliaia di persone e che è stata chiamata "Lovefest" in risposta alla paura. Stoccolma, Svezia, 9 aprile 2017. TT NEWS AGENCY/Maja Suslin via REUTERS

Un modello somalo-svedese per rispondere agli attentati? Potrebbe essere una grande idea e, forse, una svolta per il futuro dell'umanità.

È strano, inusuale, accomunare realtà tanto diverse per cultura, economia, politica e praticamente per tutto il resto, come sono la Somalia e la Svezia; tuttavia osservando la reazione svedese alla presunta follia di Rakhmat Akilov, l'uzbeko arrestato perché sospettato di essere l'autore della strage di Stoccolma del 7 aprile 2017, e ascoltando le parole del neo-presidente della Somalia Mohamed Abdullahi Mohamed detto Farmaajo, che in una dichiarazione di guerra al gruppo al-Shabaab, affiliato ad al-Qaeda, ha offerto ai miliziani la possibiltà di amnistia lo scorso 6 aprile, si può teorizzare un modello di risposta alla grande paura del Millennio, il “terrorismo islamico”, forte e virtuoso. Un modello somalo-svedese, appunto.

SEGUICI SU FACEBOOK  E SU TWITTER

Il pomeriggio dello scorso giovedì 6 aprile il presidente somalo Farmaajo ha presenziato ad una conferenza stampa organizzata a Mogadiscio dallo stesso governo della Somalia, esecutivo sostenuto dalle Nazioni Unite: poche ore prima l'ennesima autobomba era esplosa nella regione del Basso Scebeli, lungo la costa poco a sud-est della capitale, lasciando a terra 10 vittime civili e riproponendo con il sangue e il dolore una questione mai risolta in Somalia, la sicurezza. Presentatosi in tuta mimetica alla conferenza stampa il presidente Farmaajo ha annunciato il suo piano di risposta alla violenza degli ex-signori della guerra diventati guerriglieri islamisti sotto il cappello del gruppo al-Shabaab - parte di al-Qaeda - che in Africa orientale è presente non più solo in Somalia ma anche in alcune zone del Kenya e dell'Etiopia: lasciando di stucco un po' tutti Farmaajo ha spiegato che “gli attacchi terroristici sono diventati sempre più frequenti e tutte le forze somale sono in stato d'allerta per combattere terrore ed insicurezza” e proprio per questa ragione “vogliamo perdonare i giovani somali che sono stati ingannati da al-Shabaab”.

Nella sua dichiarazione di guerra al gruppo islamista Farmaajo ha aperto uno spiraglio inedito, quello del perdono per la riconciliazione: la possibilità di un'amnistia per chi si arrenderà entro i prossimi 60 giorni, che se si consegnerà alle forze di polizia riceverà in cambio istruzione, formazione e lavoro, tre elementi di civiltà la cui assenza fertilizza il terreno sociale da cui al-Shabaab attinge a piene mani. L'escalation di violenza che si registra in Somalia è oramai costante negli ultimi due anni ma negli ultimi tempi attentati esplosivi, rapimenti e scontri a fuoco sono praticamente all'ordine del giorno un po' in tutto il Paese: il gruppo al-Shabaab è talmente forte e radicato nel territorio che da qualche mese sconfina impunemente in Kenya, dalla strage dell'Università di Garissa il gruppo è fortissimo lungo il confine somalo-keniota e ingaggia spesso scontri a fuoco con i militari della missione internazionale AMISOM, altrettanto spesso messi in fuga. In questa realtà, in cui al-Shabaab ha il pieno controllo anche di ampie porzioni di territorio somalo (il governo di Mogadiscio non controlla nemmeno tutta la capitale, il cui unico “luogo sicuro” è l'aeroporto), le ultime elezioni hanno consegnato la vittoria a Farmaajo, ex-ambasciatore negli USA ed ex-primo ministro ricordato con affetto dalla popolazione somala per le sue politiche progressiste e liberali - uno dei pochissimi politici più o meno “illuminati” nella storia della Somalia - e il Paese sembra oggi riporre fiducia e speranza nel neo-presidente.

Farmaajo, nell'annunciare la ferma volontà dell'esecutivo a combattere le azioni di guerriglia e gli attentati di al-Shabaab, ha proposto qualcosa che mai nessuno prima aveva proposto in tutto il continente africano: la possibilità di riconciliazione, necessaria per la società somala per affrontare e sconfiggere l'orrore degli Shabaab, che sono comunque solo la punta dell'iceberg di una storia di violenza e guerra civile lunga decenni. Annunciando riforme e azioni pragmatiche nel settore della sicurezza interna, e promettendo più servizi pubblici per contrastare la pesante siccità che asseta la Somalia da mesi, Farmaajo ha anche profetizzato una possibile ulteriore escalation della violenza degli Shabaab. Ragion per cui diversi alti ufficiali dell'esercito e dell'intelligence, dal giorno del suo insediamento, sono stati sostituiti con altri più fidati e più giovani: un nuovo comandante militare, un nuovo direttore della sicurezza nazionale e dell'intelligence, un nuovo comandante della polizia e un nuovo capo della polizia penitenziaria, anche così si declina “il nuovo inizio” promesso da Farmaajo nel suo primo discorso da presidente.

In un certo senso il “muslim-ban” di Trump, che colpisce anche chi ha passaporto somalo, può diventare una spinta ulteriore per la Somalia nella lotta agli al-Shabaab, che a loro volta combattono un governo sostenuto dalle Nazioni Unite e chiunque lo sostenga: la base per un'intensificazione della campagna dell'AMISOM contro il gruppo affiliato ad al-Qaeda, un effetto molto probabilmente non cercato dall'amministrazione americana, ma tant'è e tanto basta. L'ondata di rapimenti di operatori umanitari sanitari stranieri nel Paese e l'intensificarsi delle azioni di guerriglia contro i contingenti dell'AMISOM sono la dimostrazione che o il governo di Mogadiscio fa qualcosa o in breve tempo la Somalia sarà peggio della Libia.

Sul fronte svedese invece il modello di anti-attentato che vogliamo provare a proporre attinge a piene mani da un paradigma culturale molto caro agli svedesi: il rispetto, sempre e comunque, dei diritti umani e dello stato di diritto. “I cittadini di Stoccolma sono stati formidabili: hanno creato l'hashtag #OpenStockholm, hanno aperto le porte delle loro case, hanno preso le loro auto, dando la possibilità a molte persone di tornare a casa quando la metropolitana è stata chiusa. Abbiamo cittadini eccezionali. […] Continueremo sempre a discutere di immigrazione, siamo una città aperta e continueremo ad esserlo, continueremo ad aprire le nostre porte ad altre persone provenienti da tutto il mondo, in fuga dalla guerra o dal terrorismo in altri paesi” ha dichiarato poche ore dopo lo schianto del camion nel centro della capitale svedese Karin Wanngard, sindaco di Stoccolma.

Ed è stato proprio ciò che i cittadini della capitale, svedesi e non-svedesi, hanno fatto, mostrandosi ancora più uniti ed aperti con la grande, aperta e pacifica manifestazione contro l'estremismo tenutasi nel centro della capitale: negli ultimi due anni la Svezia ha accolto 160.000 richiedenti asilo (questi sono solo quelli provenienti da Iraq e Siria) e negli anni si è caratterizzata per l'accoglienza di rifugiati in fuga dall'URSS, dal Cile di Pinochet, dall'Argentina di Videla, dall'Iran dello scià prima e degli ayatollah poi, dalla Jugoslavia della disgregazione e, guarda un po', anche da teatri come la Somalia, l'Afghanistan e molti altri. Ma gli svedesi non sono (solo) Stoccolma e questa non rappresenta tutta la Svezia: negli anni l'accoglienza del paese scandinavo ha avuto come conseguenza la creazione di quartieri ghetto su modello delle banlieue francesi, luoghi distanti da tutto e tutti. Non razzismo, o almeno non principalmente, ma un diffuso individualismo culturale che ha come prime vittime gli stessi nativi svedesi.

Tuttavia la rivendicazione dell'unità e dell'accoglienza manifestata fisicamente dai cittadini di Stoccolma, riportata fedelmente più che da articoli di giornale da fotografie impressionanti che mostrano la forza del progressismo svedese, è il secondo elemento del modello di anti-estremismo che vogliamo teorizzare: un modello che sa perdonare, come fa la Somalia con l'offerta di amnistia e riconciliazione, sottolineando i propri valori umanitari di accoglienza e rispetto, come hanno fatto le migliaia di persone a Stoccolma. Senza ovviamente dimenticare la dimensione di vita attuale, quella “società delle conseguenze” in cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Non si stava meglio quando in paesi come la Libia o la Siria il potere autocratico e violento di Gheddafi o Assad garantiva stabilità e dava l'illusione della sicurezza: si stava semplicemente tranquilli (qui da noi), una declinazione fascista e individualista del paradigma della sicurezza oggi invocata da politici come Salvini o Le Pen. “Le persone vogliono stare tranquille a casa loro” è quanto di peggio possa fare l'umanità: dimenticarsi della dimensione internazionale delle proprie azioni, escludere le conseguenze del proprio chiudersi a riccio, è quanto di più pericoloso la nostra società può fare. Assecondare le proprie paure è fascista perché porta a sbarrarci dietro porte e finestre nel sospetto dell'uno verso l'altro, creando una società di isole e non un'isola nella quale vivere sotto le stesse leggi e lo stesso rispetto.

Ciò non significa non combattere: la prima bestia da sconfiggere, ce lo hanno mostrato gli svedesi, non è il fantomatico estremismo islamico ma quella che è dentro di noi, le nostre paure e la voglia di arroccarci sulla rupe in attesa che passi. Il modello somalo-svedese per combattere l'estremismo islamico, nella complessa società multiculturale della post-globalizzazione, è forse un buon antidoto al neo-protezionismo fascista che prende sempre più piede nel mondo.