Cosa dicono davvero i dati sulla disoccupazione in Italia

Renzi
Matteo Renzi al Senato REUTERS/Remo Casilli

L’ISTAT ha rilasciato i dati sulla disoccupazione in Italia nel mese di febbraio, e c’è un’importante novità. Intanto i numeri: su base mensile cresce a sorpresa la disoccupazione (12,7%), scende la percentuale di persone occupate (55,7%) e sale il tasso di persone inattive (36%). Su base annua la situazione è, nel complesso, stabile.

La novità è che l’ISTAT ha deciso di introdurre nel suo comunicato anche la media mobile a tre mesi: si tratta di una introduzione molto importante, poiché permette di leggere meglio i dati e prova a impedire la mistificazione dei dati a fini politici.

Come già abbiamo detto alcune settimane fa per quanto riguarda la produzione industriale (un disastro che Renzi ha provato goffamente a nascondere), i politici guardano spesso al dato singolo, ignorando la tendenza, che è ben più importante. Un aumento della produzione su base mensile, ad esempio, potrebbe essere semplice rumore se la tendenza continua a puntare al ribasso. Non di rado, infatti, i dati dei mesi successivi ridimensionano spesso i barlumi di “siamo fuori dal tunnel” dei mesi precedenti. Ma la nostra memoria è notoriamente a breve termine.

Insomma, cosa dice la media mobile a tre mesi? Ci dice che l’occupazione si è stabilizzata, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito. La situazione, quindi, sembra essere migliore se si guarda la tendenza.

Purtroppo non è così. Il tasso di disoccupazione può scendere per due ragioni, poiché il tasso viene calcolato contando il numero di persone in cerca di lavoro, mentre non calcola chi non lo cerca e non ce l’ha. Il tasso quindi può scendere perché le persone hanno trovato un impiego (e questo è bene) o perché hanno smesso di cercarlo dato che non pensano di riuscire a trovarlo (e questo è male). C’è un modo per capire perché la disoccupazione è in calo?

Sì, e ce lo spiega proprio l’ISTAT: il calo dei disoccupati (-0,4%, media mobile a tre mesi) è dovuto «in larga misura [alla] risalita del tasso di inattività (+0,3 punti)». Insomma, la disoccupazione è calata per il motivo sbagliato. In due parole, l’Italia si conferma in coma.

I dati sulla disoccupazione possono contribuire a spiegare anche i numeri snocciolati dal ministro Poletti alcuni giorni fa (anche se serviranno altre osservazioni per confermare questi assunti): il ministro aveva annunciato in pompa magna l’aumento un aumento percentuale a due cifre dei contratti a tempo indeterminato, ma la stagnazione dell’occupazione conferma i sospetti, ovvero che si tratta trasformazioni di contratti di lavoro già formati in passato per approfittare della decontribuzione offerta dal governo.

Non di nuova occupazione si tratta, dunque, bensì di imprese che approfittano di agevolazioni per tagliare il costo del lavoro per posti già esistenti. La questione diventa importante se si considera che i soldi per la decontribuzione finiranno presto, senza avere ottenuto vittorie importanti nel contrasto alla disoccupazione. Per quella serve una ripresa degna di questo nome, che però non è ancora in vista, se non nelle speranze.

Ah, ovviamente la situazione in Europa (dove i segnali di ripresina sono più forti) è ben diversa: il tasso di disoccupazione nell'area euro è sceso dello 0,1% a quota 11,3%, il più basso dal maggio 2012.