Cosa ha chiesto il premier della Libia Fayez al-Serraj all'Italia e all'Europa?

Gentiloni Serraj
Il primo ministro italiano Paolo Gentiloni ed il suo omologo libico del governo di Tripoli Fayez al-Serraj. Roma, 20 marzo 2017. Twitter | Paolo Gentiloni

Lasciandosi alle spalle una girandola di smentite e conferme, di false notizie e montature straordinarie, il primo ministro della Libia Fayez al-Serraj è atterrato a Roma la mattina del 20 marzo 2017, partendo a spron battuto dall'aeroporto di Ciampino verso palazzo Chigi, dove ad attenderlo c'era il suo omologo italiano Paolo Gentiloni. Il governo libico, a pochi giorni dal suo primo compleanno, ha scelto l'Italia come “buca delle lettere” per inviare una serie di richieste a tutti i suoi partner, sia dell'Unione Europea che della NATO che alle Nazioni Unite. Richieste che, riassumendole, sono un disperato grido d'aiuto.

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Gentiloni conosce bene Serraj: lo ha sostenuto in campo internazionale durante i numerosi e faticosi tentativi di formare il governo libico, è uno dei suoi interlocutori principali e da ministro degli Esteri si è speso molte volte, anche in aperta controtendenza, per difendere Serraj e il suo fragile esecutivo. Un esecutivo che, di fatto, in Libia controlla ben poco.

Per capire la delicatezza e l'importanza del viaggio del primo ministro libico basti pensare che poche ore prima della venuta di Serraj in Italia diversi scontri a fuoco hanno letteralmente sconvolto Tripoli e alcune zone circostanti e c'è stato un momento in cui giravano voci circa la cancellazione del volo di Serraj per Roma: “Ragioni di sicurezza poi rientrate” assicurano le autorità aeroportuali di Tripoli al telefono con IBTimes Italia. Domenica alcune milizie hanno preso d'assalto la base navale di Abu Setta, a est di Tripoli, dove risiede Serraj con la famiglia e i principali consiglieri, luogo considerato “il più sicuro attualmente in Libia”. La soluzione s'è trovata parlando: il ministro della difesa libico ha trovato un accordo con la Brigata al Nawasi e con la Brigata al-Bunidi, di base a Misurata e protagoniste di quest'attacco, e le ha convinte a desistere. La contropartita non è nota. Il giorno prima, il 18 marzo, un Mig-21 libico dell'Aeronautica Militare delle forze di Khalifa Haftar, uomo forte dell'altro governo libico con sede a Tobruk, è stato abbattuto sui cieli di Bengasi da un missile a ricerca di calore. Il pilota è riuscito ad espellersi dall'apparecchio prima che si schiantasse al suolo, atterrando sano e salvo alla periferia della città libica dove la Libyan National Army, l'esercito di Haftar, combatte da settimane contro le milizie islamiste che controllano Bengasi dal 2014: tra questi gruppi islamisti ci sono il Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi e Ansar al-Sharia, entrambe sotto il controllo e la direzione di al-Qaeda.

Dopo l'attacco sventato alla base di Abu Setta le voci incontrollate sembravano senza fine: “Serraj è fuggito” ha scritto qualche agenzia, “il Ministro della Difesa Mahdi al-Barghuti è stato arrestato” diceva qualcun altro, voci talmente pericolose per la fragile stabilità dello stesso governo che il portavoce del primo ministro è stato costretto a smentire pubblicamente queste false informazioni.

In questo scenario complesso, dove sia il governo di Tripoli che quello di Tobruk sono in difficoltà, il terzo incomodo non può mancare: è Khalifa Gwell, ex leader di un governo non riconosciuto che ha amministrato la Tripolitania durante un pezzo della rivoluzione in contrapposizione proprio ad Haftar, aspirante golpista (due i tentativi finiti male) e alla testa di un gruppo di milizie islamiste molto ben formate ed armate, ma indipendenti rispetto le classiche sigle del jihadismo internazionale.

In questo contesto, con la Russia alle porte della Libia ma in realtà già con entrambi gli stivali sul territorio libico, si inserisce il viaggio di Serraj a Roma: “Rilancio delle relazioni con la Libia, cooperazione economica, stabilità e lotta al traffico di esseri umani” ha sintetizzato Paolo Gentiloni in un tweet circa il suo incontro con il primo ministro libico. Ma che cosa è venuto a chiedere, realmente, Fayez al-Serraj all'Italia?

Al vertice Europa-Nord Africa di Roma del 20 marzo Fayez al-Serraj si è presentato con una lista di richieste che sembra una lettera a Babbo Natale: 10 navi per ricerca e soccorso marittimo, 10 motovedette, mute, bombole e 24 gommoni, 10 ambulanze, 30 jeep, 15 automobili, diversi autobus, telefoni satellitari Turaya, binocoli: 800 milioni di euro di merce, più del contante non quantificato, necessari alla Libia per cercare di rispettare l'accordo del 2 febbraio tra Italia e Libia, sostenuto pilatescamente dall'Unione Europea. A questo va aggiunto un lavoro enorme di formazione che la Polizia e l'Esercito italiano dovranno fornire ai libici: l'Unione Europea ha già annunciato che coprirà le spese della missione della Capitaneria di Porto - partirà entro un paio di mesi - per la formazione della Guardia Costiera libica. Alla prima occasione buona per discutere i termini di quell'accordo le richieste libiche non si sono fatte attendere, un segno di come la Libia si muova in spazi strettissimi: “La sensazione” ci rivela un'operatore di sicurezza da Tripoli “è che se cade uno spillo qui scoppia un casino”.

Insomma, non ci sono grandi novità se non quella che tutti sembrano determinati a perseguire un progetto che allo stato attuale delle cose è irrealizzabile: l'Europa mostra come la sua priorità non sia la pacificazione della Libia quanto piuttosto l'evitare le partenze dei migranti, con tutte le seccature circa i cadaveri da ripescare nel Mediterraneo, l'accoglienza da garantirgli nell'inesistente “sistema quote” europeo, il farsi venire in mente qualcosa di concreto per placare gli animi dei libici. Se questa è la priorità europea siamo di fronte ad un grande problema, umanitario e politico, che tuttavia viene sottaciuto un po' da tutti: secondo l'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati (UNHCR) i morti in mare nel 2016 sono stati circa 5.000 persone ma l'OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, anche questo è un organo delle Nazioni Unite) ha stimato le morti in 7.100 persone. Una differenza notevole che mostra la totale impossibilità di monitorare accuratamente il Mediterraneo, sia con che senza l'aiuto dei libici.

Ciò che conosciamo è il numero degli arrivi, che nei primi due mesi del 2017 è quasi il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: 20.000 arrivi contro 11.000 di allora, segno di come il deterioramento della sicurezza in Libia e i flussi continui di disperati dall'Africa subsahariana continuino a garantire guadagni enormi ai trafficanti.