Cosa ha fatto l'amministrazione Trump in queste prime quattro settimane

trump wrecking ball
Una caricatura di Donald Trump in versione "wrecking ball" DonkeyHotey (CC BY-SA 2.0), via Flickr

“Shut up, you're fake news”. È cominciata così l'avventura di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti d'America, quando l'11 gennaio 2017 nella sua prima conferenza stampa da futuro inquilino della Casa Bianca ha zittito e liquidato le domande del reporter della CNN Jim Acosta, visibilmente contrariato.

Era un assaggio del nuovo statement di Trump, che ha sì raffinato e levigato alcuni suoi modi di fare e alcune sue espressioni per darsi un tono più presidenziale (com'è giusto) ma che non ha dimenticato la verve machista e l'abilità polemica che lo ha caratterizzato durante tutta la sua vita e ancor di più durante la campagna elettorale. Qual è la direzione intrapresa dall'America a poco più di un mese dall'insediamento del Presidente Donald Trump?

Certo, la prima cosa che balza all'occhio è il tentativo del neo-Presidente di mostrarsi subito come risolutore, uomo forte dell'America che tornerà grande, ma questo ha creato sin da subito un doppio binario lungo il quale corre la sua amministrazione: da un lato infatti ci sono le promesse, ribadite e pubblicizzate, e dall'altro la politica vera, quella in cui il Presidente degli Stati Uniti è anzitutto un mediatore tra le diverse anime della politica e delle istituzioni americane. Nella prima settimana di presidenza Trump ha firmato 5 ordini esecutivi (tanti quanti ne firmò Barack Obama), il primo addirittura nel giorno d'insediamento, fermando ogni nuova norma federale approvata dalla precedente amministrazione e ordinandone la revisione, un ordine presidenziale assolutamente tradizionale che era già stato adottato dai due presidenti, Obama e Bush, che lo hanno preceduto.

L'obiettivo numero uno del neo-presidente americano, nelle dichiarazioni e nei fatti, è stato il sistema Obamacare, ma l'obiettivo numero due si è subito rivelato essere la sopravvivenza della stessa amministrazione: il giorno dopo l'insediamento infatti una massiccia protesta, organizzata da centinaia di movimenti per i diritti delle donne e contro la violenza di genere in tutto il mondo, ha portato milioni di persone a manifestare contro il machismo spinto tipico dello stile Trump. La risposta del Presidente non si è fatta attendere e ha avuto il sapore della sfida: il 23 gennaio è stato, ufficialmente, il primo giorno di lavoro della nuova amministrazione e Trump, dopo aver convocato telecamere e giornalisti nello Studio Ovale, attorniato da tutti gli uomini del suo staff, ha firmato un ordine per bloccare i finanziamenti pubblici a organismi internazionali che promuovono l'aborto e la contraccezione. Con Obama il divieto di finanziare tali associazioni era stato rimosso nel 2009. Con questo ha anche emanato altri due ordini, uno sul congelamento delle assunzioni pubbliche (tranne nell'esercito e in altre occasioni “di sicurezza nazionale”) e, il provvedimento che maggiormente interessa anche noi europei, ha messo la parola fine al Trans-Pacific-Partnership con un ordine che Politico ha definito “l'ultimo chiodo sulla bara del TPP”.

Il 24 gennaio si è invece occupato di energia, in particolare di oleodotti: con due ordini esecutivi ha incoraggiato la ripresa dei lavori di alcune opere come il Dakota Stream, con un altro ha chiesto che le infrastrutture per queste opere vengano realizzati negli Stati Uniti e con un ultimo ordine ha promesso di velocizzare le autorizzazioni per la realizzazione di nuovi oleodotti. Il 25 gennaio invece è iniziato il lungo braccio di ferro tra Trump e la giustizia americana, con la firma dell'ordine di ampliare il muro lungo il confine con il Messico, mentre il 27 gennaio è stato firmato il tristemente famoso “muslim ban”, che ha bloccato temporaneamente l'ingresso nel Paese ai cittadini provenienti da diverse nazioni a maggioranza musulmana (Siria, Somalia, Sudan, Iran, Iraq, Yemen e Libia).

Sempre in materia di esteri e sicurezza nazionale Trump ha firmato, il giorno dopo, la riorganizzazione del Consiglio per la sicurezza nazionale nominando Stephen Bannon nel board e chiesto al Dipartimento della Difesa di presentare entro 30 giorni (vedremo il 28 febbraio cosa succederà) un piano per la sconfitta definitiva dello Stato Islamico. Sempre il 28 gennaio Trump ha parlato per la prima volta al telefono con Vladimir Putin, un colloquio giudicato “positivo” dalla Casa Bianca nel quale i due hanno discusso sopratutto di lotta al radicalismo islamista internazionale.

Nei giorni successivi l'amministrazione Trump è stata nell'occhio del ciclone per alcune dichiarazioni del Presidente circa il divieto di viaggio verso alcuni paesi per i cittadini americani, il Senato ha dovuto confermare la fiducia al Segretario di Stato Rex Tillerson dopo alcune voci che lo vogliono molto vicino al presidente russo Putin e lo stesso Trump ha detto di voler rivedere le politiche di Obama che hanno abolito la prassi del “don't ask, don't tell” nelle Forze Armate, chiudendo così il capitolo discriminazioni nei confronti delle persone LGBT all'interno dell'esercito, oltre aver attaccato pesantemente il procuratore Sally Yates che ha impugnato il provvedimento sul “muslim ban”. Il 3 febbraio il Presidente ha firmato un nuovo ordine per sostenere cambiamenti definiti “radicali” circa le politiche finanziarie statunitensi, intendendo così rimuovere alcune regolamentazioni nel settore volute dal predecessore. Quella sera il procuratore distrettuale James Robart ha emanato un'ordinanza restrittiva provvisoria per bloccare il “muslim ban” su base nazionale, respingendo ogni argomentazione presentata dal Dipartimento di Giustizia.

Le polemiche sono durate giorni e ancora oggi Trump si mostra determinato a procedere lungo la linea tracciata già durante la campagna elettorale. Altrettanto determinato sembra essere anche nel tagliare i ponti con coloro i quali in passato lo hanno criticato: il Presidente nei giorni successivi ha annullato una lunga serie di appuntamenti con esponenti politici conservatori e democratici, preferendo rilasciare dichiarazioni di fuoco nei loro confronti mentre al di fuori degli Stati Uniti il ruolo americano si riduceva enormemente, come ad esempio in Yemen dove il governo locale ha emanato un'ordine che proibisce ogni ulteriore attività militare americana nella guerra civile in corso.

Dopo aver incontrato, nella prima settimana di presidenza, la premier britannica Theresa May, il 10 febbraio Donald Trump ha ricevuto in Florida il primo ministro giapponese Shinzo Abe, e consorte, mentre il 13 febbraio ha ricevuto a Washington il premier canadese Justin Trudeau, in un incontro molto pubblicizzato sui media di tutto il mondo ma per meriti d'immagine della controparte canadese e non di Trump. Il 15 febbraio è stata invece la volta di Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, un incontro molto importante nel quale Trump ha ribadito la vicinanza a Tel Aviv da parte degli Stati Uniti, aggiungendo che al posto della soluzione dei due stati, che Washington caldeggia da anni, probabilmente la sua amministrazione si concentrerà maggiormente sul consolidamento dello Stato ebraico.

Alla chiusura delle prime quattro settimane di presidenza Trump, in una conferenza stampa convocata appositamente, ha descritto il suo operato come “il più produttivo” di ogni presidenza che lo ha preceduto, ma in realtà va detto che Obama ha licenziato il medesimo numero di provvedimenti e ordini esecutivi. Il neo-presidente tuttavia si è molto concentrato su alcuni punti del suo programma, cercando di dare così l'immagine di un uomo risoluto, quale certamente è, che tuttavia si è dovuto scontrare con la realtà dei fatti. Donald Trump, in particolare con il “muslim ban”, sembra voler mostrare l'impostazione che darà alla sua presidenza, muscolare e verticistica, ma la magistratura americana ha immediatamente ricordato al Presidente che la sua posizione resta comunque al di sotto della legge e dello stato di diritto.

Un braccio di ferro che potrebbe durare a lungo, quello tra Trump e il potere giudiziario americano.