Cos'è il kompromat russo e come funziona la macchina del fango del Cremlino

Putin
Vladimir Putin Sputnik/Mikhail Klimentyev/Kremlin via REUTERS

La notizia del video di Donald Trump in compagnia di alcune prostitute al Ritz Carlton Hotel di Mosca nel 2013 circola da mesi, almeno dall'estate scorsa: sono molti i cronisti avvicinati da diversi soggetti qualificatisi come fonti dei servizi russi dell'FSB (Federal'naja služba bezopasnosti Rossijskoj Federacii) in possesso di questo materiale 'altamente compromettente'. Fonti che tutti i cronisti e tutti i media americani e non solo, all'infuori di Buzzfeed, hanno giudicato come non attendibili perché le notizie non erano verificabili. Come non lo sono ancora oggi.

Quando si parla di libertà di stampa bisognerà sempre tenere a mente questo episodio, soprattutto nel contesto di oggi dove il confine tra verità personale e verità ufficiale - e cioè tra ciò che vogliamo far credere essere vero e ciò che crediamo noi stessi che lo sia - è estremamente sottile. Bisognerà tenerlo a mente perché, nonostante i media d'oltreoceano si siano schierati in maniera piuttosto netta contro Donald Trump e avrebbero fatto di tutto, come han fatto, per metterlo in difficoltà, quelle notizie non sono mai state pubblicate.

Kompromat (компромат in cirillico) è una parola russa usata per indicare informazioni, dossier, documenti o altro materiale riguardante un uomo politico o un personaggio di rilevanza pubblica che vengono usati per denigrarne la figura o metterla in cattiva luce. Si tratta della crasi tra il ricatto e il dossieraggio, una vera e propria arte politica che anche in Italia conosciamo molto bene. La teorizzò il giornalista di Repubblica Giuseppe D'Avanzo quando raccontò del metodo Boffo e prima ancora dell'affare Telekom Serbia: la “macchina del fango” la definì, una definizione oggi tanto abusata quanto svuotata del suo significato originale.

Sul kompromat Vladimir Putin ci ha costruito una carriera politica: tra il 1999 e il 2000 grazie a una videocassetta - rivelatasi un clamoroso falso - contenente un video che lo avrebbe ritratto in compagnia di due prostitute, la corsa presidenziale dell'allora procuratore generale russo Yury Skuratov fallì miseramente per il clamore mediatico montato su quella falsa notizia. A produrre il video e consegnarlo all'allora presidente Boris Eltsin furono i servizi russi dell'FSB, all'epoca guidati da un uomo misterioso di nome Vladimir Putin. Il quale il 7 aprile del 1999 andò in televisione per rivendicare l'autenticità di quel falso nastro. La carriera di Skuratov si spezzò irrimediabilmente. Nelle curiosità della storia a volte i parallelismi: una cosa simile successe in Italia tra la fine del 2009 e quella del 2010, quando al culmine di mesi e mesi di campagna mediatica contro l'allora secondo di Berlusconi, Gianfranco Fini, rispedì al mittente le accuse di “tradimento” ed “eresia” e mentre il leader del centrodestra parlava di fronte alla direzione del PDL dalla platea sbottò con il famoso “che fai? Mi cacci?”. Fu cacciato e sparì dal panorama politico alle elezioni successive.

Negli anni Putin e i servizi russi hanno raffinato e perfezionato l'arte del kompromat: nel tritacarne sono finiti personaggi dello spettacolo come il comico Viktor Shenderovich, politici come l'ex primo ministro Michail Kasyanov fermato in vista delle elezioni parlamentari russe dell'anno scorso, diplomatici stranieri come l'ambasciatore americano Kyle Hatcher. Se inizialmente il kompromat si realizzava con materiale fotografico, immagini compromettenti ritoccate e montate ad arte, con video sgranatissimi in cui chiunque poteva sembrare chiunque nei quali il comune denominatore erano le prostitute - o peggio altri uomini, per solleticare l'omofobia del pubblico russo - ma anche con il ritrovamento eccezionale di piccole quantità e persino di vere partite di droga, oggi internet ha reso il lavoro di dossieraggio più creativo e divulgabile in modo incontrollato. Ottima cosa per chi vuole confondere le acque e impedire il più possibile il risalire la china da parte di chi prova a ricostruire le accuse diffuse su internet.

La cultura politica russa è in parte permeata dal kompromat e gli ultimi 16 anni hanno praticamente istituzionalizzato la pratica: gli oligarchi, i membri dell'élite degli affari e della politica, raccolgono preventivamente materiale compromettente sui propri avversari, sia mai che torni utile in futuro. I video falsi vengono prodotti subito e poi archiviati per essere usati al momento giusto e nonostante tutto non deve stupire se importanti esponenti di alcune categorie professionali (come i giornalisti) affollano gli archivi e i dossier del potere russo.

Per questo motivo, e per l'assoluta inconsistenza delle voci che vogliono Trump a letto con delle prostitute russe nel 2013, è praticamente impossibile credere a ciò che esce dai servizi russi in questo senso. Piuttosto sarebbe utile un approccio diverso a questo tipo di informazioni, da parte dei media: in Italia lo sappiamo bene il male che può produrre l'informazione e, tornando al metodo Boffo, viene anche da pensare che la relazione tra Berlusconi e Putin sia stata qualcosa di più che una semplice amicizia. Alla luce del kompromat infatti è facile pensare come il Presidente russo possa essere stato, o essere ancora chissà, un modello di potere per l'ex-Presidente del Consiglio italiano.

Per avere pubblicato alcuni editoriali non in linea con la politica attuata nel 2009 dal governo Berlusconi, l'allora direttore di Avvenire Dino Boffo fu accusato da giornalisti come Vittorio Feltri sul Giornale di essere un “noto omosessuale” che ha patteggiato una multa per evitare sei mesi di carcere in quanto intimidiva la moglie di un uomo con cui aveva una relazione. Persino la Chiesa cattolica (Avvenire è il quotidiano il cui editore è la CEI, Conferenza Episcopale Italiana) lo abbandonò. Ma dopo Boffo ce ne sono stati anche tanti altri: la questione scontrini dell'ex-sindaco di Roma Ignazio Marino, costruita ad arte e sgonfiatasi come un soufflé malfatto, o la vicenda transessuali che qualche anno prima sconvolse la vita politica dell'allora Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, ricattato da alcuni ex-carabinieri che avevano un video - questo vero - in cui era ritratto in compagnia di alcuni transessuali mentre faceva uso di cocaina. Il caso finì sui giornali e Marrazzo fece molta fatica ad uscirne, come uomo. Come politico dovette ritirarsi a vita privata e tornare a fare l'inviato della Rai, oggi a Gerusalemme con i suoi servizi pregni di notizie e di pregevole fattura giornalistica.