Costituzione, la riforma alla prova del Senato tra ostruzionismo e dubbi sull’articolo 2

di 20.08.2015 12:21 CEST
Pietro Grasso
Il Presidente del Senato Reuters

Le vacanze del Parlamento non sono ancora finite, ma mentre il governo si prepara alla passerella rappresentata dal Meeting di Comunione e Liberazione che apre oggi i battenti, si affilano le armi per quella che è già possibile ribattezzare come la battaglia del Senato.

Settembre ‘deve’ rappresentare per il governo la chiusura della prima deliberazione (approvazione dello stesso testo alla Camera e al Senato) della riforma della Costituzione. Un nuovo rinvio, o peggio ancora un affossamento del DDL Boschi, può decretare la fine del governo Renzi come lo conosciamo oggi, aprendo la porta a vari scenari: un Renzi-bis dalle intese più ‘larghe’, un nuovo governo tecnico o il ritorno alle urne?

Le intenzioni del governo erano chiudere la partita del Senato entro agosto, per dedicarsi in autunno all’altro e ben più scottante dossier sul tavolo di Palazzo Chigi: la legge Stabilità. Ma la debolezza dell’esecutivo, soprattutto al Senato, hanno spinto verso un rinvio. Due le trappole sulla strada dell’approvazione: l’ostruzionismo e alcuni dubbi interpretativi sulla modificabilità dell’articolo 2

In Commissione Affari Costituzionali erano stati depositati prima della pausa estiva ben 513.499 emendamenti. Se è evidente l’intento ostruzionistico della Lega Nord (510mila sono a firma del Carroccio) e in parte di Forza Italia e SEL (un migliaio a testa), non mancano le richieste di modifica nel merito della riforma.

194 sono le proposte presentate dal Movimento Cinque Stelle, che oltre a voler modificare i criteri di elezione del Senato, insiste nel bilanciamento di poteri tra potere esecutivo e legislativo. 48 quelli del Partito Democratico, di cui solo un terzo dalla minoranza che però vanno a modificare sostanzialmente l’impianto della legge, a partire dall’articolo 2 sulla composizione e l’elettività di Palazzo Madama, il ‘cuore’ della riforma.

Il regolamento del Senato prevede che il testo possa essere modificato solo negli articoli che hanno subito cambiamenti nel passaggio a Montecitorio. Secondo i renziani non è il caso dell’articolo 2, ormai intoccabile.

Di parere diametralmente opposto il fronte che punta all’elezione diretta di Palazzo Madama, che si aggrappa al cambio di una preposizione (“nei” è diventata “dai”) nella formulazione dell’articolo. E’ sufficiente? La sfida è partita settimane fa a colpi di pareri forniti da costituzionalisti, ma l’ultima parola spetterà al presidente del Senato Pietro Grasso quando decreterà o meno l’ammissibilità degli emendamenti.

Appare chiaro come la partita si giochi più sul piano politico (il governo è meno solido di un anno fa e la maggioranza traballa soprattutto al Senato) che strettamente regolamentare. Grasso in passato è stato accusato di essere sia filogovernativo che antirenziano, ed è probabile che il pressing sulla seconda carica dello Stato divenga continuo da parte di entrambi gli schieramenti. La battaglia del Senato è già iniziata.