Crescita mondiale fiacca nel 2015: ecco i fattori che frenano l'economia globale

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Mercati del mondo Reuters

L’economia globale crescerà nel 2015, ma in misura minore rispetto alle stime dei primi mesi del 2015. Il raffreddamento della crescita a livello mondiale ha alle spalle diversi fattori che ora più che mai si stanno facendo sentire sui mercati e sulle stime economiche.

Questa battuta di arresto è confermata anche dal FMI che nell’ultimo rapporto sull’economia globale prevede la crescita dell’economie avanzate in aumento dal 1,8% nel 2014 al 2,1% nel 2015 e al 2,4% nel 2016, un rialzo più graduale rispetto a quanto previsto nelle stime dell’aprile 2015.

I fattori di questa crescita fiacca sono molteplici, ma tra i principali c’è certamente la frenata delle economie emergenti. Sempre il Fondo infatti, annuncia un rallentamento dal 4,6% nel 2014 al 4,2% nel 2015. Le cause sarebbero da cercare nell'impatto negativo dei prezzi più bassi delle materie prime, nelle condizioni finanziarie esterne più rigide in America Latina e nei paesi esportatori di petrolio, le difficoltà della Cina, le strozzature strutturali, così come le difficoltà economiche relative ai fattori geopolitici in particolare in Russia e Ucraina, in alcuni paesi del Medio Oriente e Nord Africa.

Tutti questi fattori hanno influito negativamente sullo sviluppo delle economie emergenti. E così può succedere che la Cina passi da essere il motore dell’economia mondiale ad una scheggia impazzita temuta da mezzo mondo. A preoccupare ulteriormente in questa fase sono gli annunci della Fed sul possibile rialzo dei tassi di interesse che provocherebbe un ulteriore stress sugli emergenti, e non solo.

Questa panoramica risulta ancora più pesante per quei paesi dell’eurozona come l’Italia che puntavano tutto sulla corsa dell’economia mondiale e sull’export per mettere a segno qualche risultato positivo a livello di conti pubblici. In aggiunta all’Oriente e agli Stati Uniti l’eurozona guarda con particolare apprensione anche a ciò che sta accadendo in Grecia e che rischia di comportare un ulteriore stress finanziario nell’area euro.   

Emergenti

I prezzi più bassi delle materie prime stanno creando ripetute tempeste sul mercato del valute dei paesi legati alle commodies e ai paesi emergenti. La notizia dei recenti crolli della borsa cinese è quella che fa più clamore, ma non è affatto l’unica. Kazakistan, Russia, Turchia, Vietnam e parte dell’Africa sono nel bel mezzo di una tempesta valutaria. E’ di questa settimana il crollo del tenge kazakho, dopo la decisione della banca centrale di lasciare libero il cambio. Rispetto a 12 mesi fa, il tenge ha perso il 30%. Sorte simile per il dong del Vietnam svalutato in seguito all’intervento della banca centrale cinese della settimana scorsa. In perdita anche il rublo con l’economia russa che si avvicina ad una chiusura d’anno con un calo del 3% e la lira turca che insieme al ran sudafricano sono crollati ai minimi dal 2001.

La situazione di tensione sui mercati emergenti si riflette anche sulle riserve di valute estere delle banche centrali che si stanno riducendo velocemente. Le riserve estere sono considerate come il termometro della capacità di un Paese di restistere alle oscillazioni delle valute. Secondo l’Institute of International Finance in alcuni Paesi come Sudafrica, Malesia, Indonesia e Turchia le riserve di valute estere sono scese sotto la soglia delle proprie necessità finanziarie di breve periodo.

Insomma le economie emergenti stanno vivendo una pesante battuta di arresto e nel 2015 si stanno confrontando con una crescita più fiacca o stagnante, con minori riserve di valute estere e monete deboli. Nonostante il crollo delle riserve queste restano comunque alte e gli analisti confidano nella capacità dei Paesi di sopportare eventuali periodi di stress come quello che potrebbe arrivare nel momento in cui la Fed rialzerà i tassi di interesse.

FED

Il timore è che l’aumento dei tassi negli USA rappresenti un forte scossone per gli emergenti le cui valute estere sono scarse per assorbire gli eventuali scossoni e le monete nazionali già molto deboli. La riunione della FED di luglio non ha riservato soprese, la banca centrale americana non ha dato indicazioni sul futuro dei tassi di interesse anche se ormai è opinione diffusa che il rialzo avverà entro la fine del 2015, forse già a settembre. Il ritocco dei tassi della Fed porterà maggiore volatilità sul mercato azionario che finora da goduto dei tassi bassi e della crescita costanza, anche se lenta, degli USA.

Tutti i mercati saranno coinvolti nel rialzo del tassi della Fed che però potrebbe essere rinviata a dopo settembre a causa delle turbolenze della borsa cinese e la tripla svalutazione della valuta. Nell’ultima riunione della FED infatti, si è ribadito come non siano ancora state raggiunte le condizioni necessarie per il rialzo dei tassi. Da mesi si attende una decisione della Fed sulla normalizzazione dei tassi, cosa che non avviene dal dicembre del 2008, da quando la Banca centrale americana mantiene il costo del denaro prossimo allo zero.

Ma la preoccupazione del momento è la Cina e il rallentamento della sua economia che potrebbe rappresentare un serio rischio per l’economia americana. Secondo la Fed “la possibilità di ricadute negative da una più lenta crescita della Cina solleva delle preoccupazioni”. Ma a far paura non è soltanto l’Oriente.

Eurozona

La Grecia, dopo le dimissione di Tsipras e le elezioni anticipate, è tornata nell’occhio del ciclone. Il raggiungimento dell’accordo tra creditori e governo di Atene, la sua approvazione da parte dell’eurogruppo e dei parlamenti nazionali sembrava aver riportato una certa calma sui mercati. Ma l’annuncio a sopresa di Tsipras e il ritorno dell’insabilità politica del Paese tornano a far paura.

L’ESM nei giorni scorsi ha erogato la prima tranche di 13 miliardi di aiuti ad Atene che sono serviti per ripagare il prestito ponte e rimborsare la BCE. Altri soldi arriveranno soltanto dopo l’approvazione di altre riforme chieste nel memorandum. L’incognita al momento è tutta politica: quale governo porterà avanti le riforme? Ma il rischio più grosso, anche se abbastanza remoto, è che a vincere le nuove elezioni sia uno dei partiti che si è opposto all’accordo come l’ala più radicale di Syriza, già organizzata in una nuova formazione politica. A quel punto il negoziato durato mesi e la firma di un nuovo piano di salvataggio sarebbero messi in discussione con tutte le conseguenze negative a livello finanziario.

Insomma nei prossimi mesi gli occhi saranno tutti puntati sull’andamento dei Paesi emergenti e sul movimento delle loro valute, sulle decisioni in termini di politica monetaria degli Stati Uniti e sull’incognita Grecia. A cui si aggiungono i problemi di natura economica derivanti delle tensioni geopolitiche in Russia, Medio Oriente e Africa.