Da Virginia Raggi a Consip, a Roma è l'era della politica giudiziaria

Raggi
Virginia Raggi REUTERS/Alessandro Bianchi

Immobilismo, guerriglia verbale, propaganda inconsistente e giustizialismo a correnti alterne. Questo è il riassunto delle modalità con le quali i nostri politici interpretano oggi il potere legislativo che invece, a livello teorico almeno, dovrebbe essere e servire a tutt’altro.

Ci racconta Wikipedia: “Il potere legislativo è uno dei tre poteri fondamentali sovrani attribuiti allo Stato, secondo il principio classico della separazione dei poteri, volto a garantire l'emanazione e l'imparzialità delle leggi e della loro applicazione”. E chi lo dovrebbe esercitare questo potere? Il Parlamento a livello nazionale ed “eventuali organi, analoghi al parlamento, di regioni e altri enti territoriali ai quali è riconosciuta autonomia legislativa a mezzo di organi collegiali quali i consigli” a livello locale. Il compito di chi ci rappresenta, di coloro che abbiamo eletto per farlo dovrebbe dunque, sempre in teoria, essere quello di legiferare e di garantire l’applicazione imparziale delle suddette leggi.

Analizzando l’attuale panorama politico italiano, nazionale e locale, ci accorgiamo invece che qualcosa deve essere cambiato, che nonostante la Costituzione sia rimasta uguale a se stessa (articolo 70 compreso) superando indenne lo scoglio del referendum del dicembre 2016, l’evoluzione politica ha portato a qualcosa di diverso, riducendo il numero di compiti che i nostri rappresentanti dovrebbero esercitare ad una sola pratica, divenuta ormai superiore, assoluta, eterna: la realizzazione di una tanto perenne quanto inutile campagna elettorale. Di legiferare non se ne parla nemmeno e quando succede viene fatto più per forza di cose che per volontà reale. L’approvazione delle leggi diventa essa stessa materia elettorale, senza questo fine non si muove foglia.

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Un esempio basato sul panorama attuale potrebbe essere proprio il dibattito sullo Ius Soli in cui una legge di civiltà si è trasformata in un terreno di scontro in cui tutti, nessuno escluso, prima di fare la propria mossa danno un’occhiata ai sondaggi, cercando di interpretare quale sia la mossa più azzeccata per colpire la pancia dell’elettorato, screditando parallelamente l’avversario, nel frattempo impegnato a difendersi anche sul fronte giudiziario. Se a convincere i più speranzosi non bastasse l’esempio sulla cittadinanza è sufficiente guardare quanto accaduto nel recente passato con la legge elettorale. Passato, lo sottolineiamo, perché ad oggi il tema è stato totalmente accantonato proprio a causa della palese impossibilità di legiferare nel merito dei nostri rappresentanti, troppo impegnati a preoccuparsi delle eventuali ripercussioni sul voto che a trovare il modo di portare avanti un provvedimento necessario per il Paese. Tanto alla fin fine una legge bell’e pronta c’è già. Poco importa che non l’abbia fatta il Parlamento, ma la Consulta, poco importa che il suo iter abbia dimostrato chiaramente l’inefficacia legislativa di tutti i partiti al potere, chi se ne frega pure dell’ingovernabilità e dell’instabilità cui questa legge condannerà il Paese. L’importante è riuscire a rubare voti agli altri, pur arrivando a conquistare percentuali, che a parecchi mesi dal ritorno alle urne, si sa già che non basteranno per formare un Governo degno di questo nome.

La Consulta ha legiferato e va bene così. Il compito non sarebbe suo, ma va bene lo stesso. La campagna elettorale deve continuare , inutile impegnarsi in altre quisquilie.

Ma se lo spettacolo fornito dai nostri rappresentanti si limitasse solo a questo, sarebbe già un bel passo avanti. E invece no, perché ciò che vediamo e sentiamo tutti i giorni su quotidiani, Tg e Social Network palesa un altro aspetto altrettanto inquietante.

La battaglia politica volta a conquistare il potere ha abbandonato la sua sede tradizionale, il Parlamento, per spostarsi nei palazzi della Giustizia. Non si cerca più di eliminare l’avversario proponendo la misura migliore, quella più utile per i cittadini, quella più necessaria, ma si aspetta che siano i Tribunali ad occuparsene, compromettendo irrimediabilmente la reputazione degli oppositori a suon di inchieste e avvisi di garanzia.

Negli ultimi due giorni sono tornate alla ribalta due vicende politico-giudiziarie tanto diverse quanto gravi. Da un lato il caso Consip, spina nel fianco del Partito Democratico da molti mesi ormai, dall’altro la vicenda Raggi, tallone d’Achille del Movimento 5 Stelle , che su Roma si gioca molte delle chance che ha di arrivare a Palazzo Chigi.

Non che i due casi non abbiano motivazione d’esistere, anzi. Ma ciò che colpisce è che, ancora una volta, tutto si è fermato (o almeno, quel poco che andava avanti si è fermato) perché è il momento di avventarsi come avvoltoi sugli assist elettorali forniti dai giudici, troppo ghiotti per finire in secondo piano, troppo precisi per non tentare di approfittarne in vista delle prossime elezioni. E allora da un lato il Parlamento discute per un’intera giornata sulle mozioni Consip a loro volta derivanti dalle inchieste portate avanti prima a Napoli e poi a Roma. Dall’altro non si tolgono gli occhi dalla Capitale, sperando che le decisioni dei magistrati su Virginia Raggi facciano più o meno male possibile (dipende dal fronte politico di cui si parla ovviamente). Della presunzione d’innocenza, nell’uno come nell’altro caso, non importa niente a nessuno. La politica giudiziaria è ciò che serve in campagna elettorale.

In questo panorama desolante in secondo piano rimangono solo i resti di un Paese che continua a tenersi in piedi a stento, in attesa che le prossime elezioni politiche diano il colpo di grazia a ciò che rimane di una stabilità mai veramente stabile.