Daesh potrebbe perdere in Iraq ma sta risorgendo in Siria

di 22.01.2017 9:30 CET
Palmira Daesh
Un fotogramma di un video pubblicato da Daesh sulla battaglia che ha portato gli islamisti a riprendersi Palmira dal controllo del regime di Bashar al-Assad. Erano stati cacciati appena 8 mesi fa. Palmira, Siria, 11 dicembre 2016. Video Daesh

Apparentemente la battaglia di Mosul porterà ad una netta sconfitta per lo Stato Islamico (ISIS o Daesh), che sta spostando la propria attenzione tutta sulla Siria. Di recente sono state lanciate due grandi offensive nel paese, uno per la ripresa di Palmira nel dicembre dello scorso anno e l'altro questa settimana, con l'isolamento dello strategico aeroporto militare nella città orientale di Deir ez-Zor. Non a caso questi attacchi sono in fase di lancio proprio mentre viene minacciata la presenza del gruppo in Iraq, l'altra sua roccaforte.

Dopo settimane di combattimenti all'interno di Mosul sembra che la parte orientale della città sia prossima a cadere sotto il fuoco delle forze governative irachene. Daesh dovrà ritirarsi dalla riva orientale del fiume Tigri, il fiume che divide in due la città in parti quasi uguali, e rinchiudersi nella parte occidentale della città ancora intoccata dalle forze irachene. Tuttavia, grazie al rallentamento dell'azione del proprio avversario a est di Mosul il gruppo potrebbe avere guadagnato del tempo, per riconsiderare la propria posizione strategica nella regione.

Daesh è sempre stato marcatamente opportunista. Sa come sfruttare le debolezze temporanee nelle linee difensive del proprio avversario e riesce ad evitare le battaglie perse contro gli avversari più potenti. Una strategia precisa che il gruppo ha adottato con successo durante la sua ascesa e che oggi in un certo senso viene applicata nella lotta per la sopravvivenza.

Nel corso della strenua resistenza a Mosul contro le forze governative irachene, e nel nord della Siria contro le milizie sostenute dalla Turchia, Daesh ha portato a termine offensive mirate finalizzate a indebolire ulteriormente l'esercito di Assad. A Palmira il gruppo ha approfittato della furiosa battaglia ad Aleppo per effettuare un'offensiva “Blitzkrieg” (termine con cui si intende una guerra lampo, ndr) come non se ne vedevano da quando il gruppo ha conquistato la città irachena di Ramadi, nel 2015.

Allo stesso modo a Deir ez-Zor il gruppo ha preso di mira una brigata isolata di soldati del regime la cui linea di rifornimento, un languido ponte aereo, è stata inquinata da quando il gruppo ha preso le montagne che circondano l'aeroporto, pochi mesi fa.

Ma prendere di mira le forze di Assad in aree dove non sono supportate da forze straniere, spesso addestrate in Iran, non può essere semplicemente una scelta militare. Dovendo affrontare tre offensive principali contro di sé, tra cui un attacco curdo ad ovest della capitale de facto del gruppo, Raqqa, la decisione di lanciare le proprie offensive contro Assad può essere il riflesso di una strategia più ampia piuttosto che di semplici calcoli.

“La strategia di Assad favorisce il regime tanto quanto Daesh”.

Nuovamente, come in passato il gruppo ha utilizzato la guerra civile siriana per costruire la propria base da cui lanciare l'invasione dell'Iraq, il ritorno di Daesh alla lotta politica e militare contro le forze pro e anti-regime potrebbe essere visto dai siriani come la loro miglior occasione per cacciare Assad.

Le nuove offensive in Siria infatti arrivano in un momento in cui i ribelli siriani si trovano ad affrontare sfide militari e politiche senza precedenti. Con la sconfitta ad Aleppo la prospettiva di una vittoria militare sulle forze di Assad è più lontana che mai e i sostenitori della rivoluzione siriana sono, esplicitamente ed implicitamente, alla ricerca di una nuova soluzione che possa provocare la dipartita di Assad.

La Turchia si è nettamente ridimensionata dall'essere uno dei sostenitori più importanti dell'opposizione, ponendosi in una posizione più realistica che punta alla conservazione della propria influenza politica nella regione evitando così la creazione di un'entità curda nel nord della Siria. Nel frattempo gli Stati del Golfo, con la probabile eccezione del Qatar, stanno lavorando per ridefinire una strategia sin qui perdente, che si basava sul presupposto che i successi militari avrebbero costretto Assad ad andarsene.

Mentre l'opposizione siriana non riesce a mantenere le proprie promesse Daesh punta alla frustrazione di chi non è ancora disposto ad accettare una riconciliazione con un regime assassino e potrebbe contribuire ad aumentare nuovamente le fila di Daesh, danneggiate dalle sconfitte lungo il confine siriano e la perdita di diverse roccaforti nella provincia irachena di Anbar, al culmine di mesi in cui i combattimenti in Iraq e Siria sono stati piuttosto pesanti.

Questa eventualità apparentemente è lontana, i siriani sanno bene ciò che si vive sotto il dominio del gruppo islamista, ma la strategia di Assad di distruggere l'opposizione moderata è l'unica alternativa in Siria contro i “terroristi” e favorisce il regime tanto quanto Daesh. In un futuro non troppo lontano il “Califfato” nella sua forma attuale potrebbe smembrarsi in Iraq, dove i combattimenti torneranno nel deserto, ma il teatro siriano resterebbe aperto più duro che mai.