Dai Caraibi al califfato di Daesh: Trinidad e Tobago conta i suoi foreign fighter

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Una bandiera dell'ISIS REUTERS/DADO RUVIC/ILLUSTRATION

La Repubblica di Trinidad e Tobago, piccolo stato insulare caraibico a nord-est delle coste del Venezuela, ha un problema di foreign fighters di ritorno: i numeri forniti dalle autorità locali in merito ai cittadini isolani partiti per la Siria per combattere al soldo del Califfo non sono enormi, parliamo di circa 100 persone su una popolazione totale di nemmeno 1,3 milioni di abitanti, cosa che colloca la Repubblica tra i paesi leader per combattenti islamisti pro-capite.

Un primato certamente poco gradito alle autorità locali, che oggi si dicono molto preoccupate circa i combattenti che fanno ritorno nel paese. Middle East Eye, che cita il procuratore generale della Repubblica Faris al-Rawi, scrive che il governo sta cercando di introdurre nuove leggi che possano contenere i numeri dei combattenti di ritorno e, sopratutto, che neutralizzino la loro latente pericolosità.

Per fare questo Trinidad guarda, come è ovvio, all'estero: il procuratore al-Rawi indica ad esempio la revoca della cittadinanza, una misura volta a privare della legittima cittadinanza il combattente impedendogli così non solo il rientro legale ma anche la libera circolazione globale - una misura sulla quale, altrove, le polemiche sono ferocissime, l'istituzione di tribunali segreti come quelli del Regno Unito o di centri di detenzione come Guantanamo Bay. Ma il problema, ha spiegato il procuratore generale di Trinidad, è tutto sul diritto: combattere l'estremismo con strumenti stra-giudiziali “non è qualcosa che Trindad e Tobago” è intenzionato a fare, una posizione che sembra piuttosto isolata nel panorama internazionale.

La popolazione di religione islamica nella Repubblica caraibica rappresenta ufficialmente appena il 5 per cento del totale e molti sono discendenti di migranti provenienti dai territori dell'ex-Impero Ottomano, in particolare Siria e Libano, mentre altri sono discendenti delle famiglie giunte nelle isole dal sud-est indiano. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso la comunità nera, cui appartiene quella musulmana, ha avvertito molto l'influenza delle lotte delle Pantere Nere e del Black Power statunitense, così come anche della fortissima Nation of Islam ed altri movimenti identitari dei neri musulmani americani, lotte che hanno tracciato un solco indelebile nella cultura popolare locale. Nel 1990 alcuni miliziani del movimento Jamaat al-Muslimeen hanno assaltato a colpi di arma da fuoco il Parlamento di Port of Spain e tenuto in ostaggio il primo ministro ed altri membri del governo per sei giorni, l'unica insurrezione islamista nella storia del mondo occidentale. Gli anni Duemila si sono invece caratterizzati per la violenta guerra tra bande che tiene sotto scacco le zone urbane del Paese, una disputa che conta migliaia di morti violente: una buona parte dei 100 foreign fighters caraibici partiti per la Siria sono ex-detenuti delle gang musulmane.

Oggi sono tanti i giovani musulmani che ammaliati dalle sirene del Califfo hanno abbandonato tutto e sono partiti per il Medio Oriente: molti, racconta un leader musulmano locale a Middle East Eye, sono stati influenzati dalle predicazioni di Abdullah al-Faisal detto “Sceicco Google”, i cui nastri infarciti di dottrina islamista circolano nel Paese da almeno 25 anni. La propaganda islamista propinata ai giovani caraibici non è molto diversa da quella che circola in tutto il resto del mondo e l'influenza del movimento Jamaat al-Muslimeen continua a farsi sentire: la storia del radicalismo islamico a Trinidad e Tobago non è poi molto diversa da quella di altri gruppi islamisti in Medio Oriente, nord-Africa o nel resto del mondo.

Jamaat in passato aveva un rapporto abbastanza stretto con il governo della Repubblica: negli anni Ottanta ricevette l'autorizzazione a costruire due complessi immobiliari dal partito al potere, divenuti dei gioielli per il mercato immobiliare nel giro di nemmeno dieci anni. Con l'arrivo dell'opposizione al governo arrivarono anche le minacce di sfratto in un clima di tensione sociale, quando la crisi economica colpiva sopratutto la comunità nera sul finire degli Ottanta. Le proteste dei primi anni Novanta, il governo di coalizione del 1995, la crisi di governo del 2001 e l'empasse politica che ne seguì sono tutti elementi che hanno destabilizzato la politica e la società caraibica, con la comunità musulmana sempre più marginalizzata.

L'assenza di futuro e di coesione sociale ha portato alla creazione di un terreno decisamente fertile per gli islamisti, la comunità nera ha visto ridursi di molto la propria economia. Oggi a tutto questo si aggiungono i rimpatriati, i ritornati dalla guerra santa in Siria, che potrebbero essere ulteriormente marginalizzati: eppure di queste 100 persone partite per il Califfato solo 30 sono mujaheddin, gli altri sono famiglie, figli, parenti partiti con loro. Persone che potrebbero non aver commesso alcun reato ma per le quali il reintegro nella società potrebbe essere un problema immenso, forse insormontabile. Con tutte le conseguenze del caso, che certamente non sarebbero un granchè positive.