Dalla Danimarca un altro schiaffo all'Unione Europea. Con Finlandia e Regno Unito cresce il fronte degli euroscettici

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Soffia sempre più forte in Europa il vento dell’euroscetticismo. Il 2016 potrebbe essere un anno davvero difficile per l’Unione Europea sempre più in balìa delle spinte nazionaliste di alcuni Paesi che mettono a rischio l’integrità dell’Unione stessa. L’ultima porta in faccia a Bruxelles è stata sbattuta dalla Danimarca con un referendum che ha visto la netta prevalenza del voto contrario all’Unione.

Il governo danese, filo europeista, ha indetto un referendum per chiedere ai cittadini se erano favorevoli o meno all’introduzione automatica di una ventina di direttive comunitarie. La posizione danese all’interno dell’Unione è da sempre molto complessa. Entrata nella Comunità Economia Europea nel 1973 insieme a Regno Unito e Irlanda, la Danimarca ha bocciato il trattato di Maastricht nel 1992 e l’ingresso nell’euro nel 2000 con il 52,3% dei votanti contrari all'adozione dell'euro contro il 46,8% di favorevoli, con un'affluenza alle urne dell'87,6%.

La Danimarca ha negoziato tre opt-out con l’Unione Europea. Il termine inglese opt-out nella disciplina comunitaria indica la rinuncia di un Paese membro ad adottare automaticamente una certa regola decisa dall'Unione. In generale, le decisioni prese dall’Unione Europea e tradotte in direttive sono valide in tutti i 28 Paesi membri, ma alcuni Stati hanno negoziato degli opt-out su determinate materie rinunciando a partecipare ad alcune strutture dell’Unione oppure rinunciando all’adozione automatica delle decisioni europee. La Danimarca ha negoziato un opt-out con l’UE per quanto riguarda le decisioni di politica monetaria, e quindi l’ingresso nell’euro, per la difesa (il Paese non partecipa alla Politica europea di sicurezza e difesa), e infine, è esclusa dalle decisioni comunitarie su giustizia e affari interni.

Il referendum appena bocciato chiedeva ai danesi di abbandonare alcuni opt-out, in particolare quello relativo alla giustizia e agli affari interni. In ballo c’erano ben 22 direttive europee, dal traffico di esseri umani alle minacce informatiche, approvate a livello comunitario, ma che non verranno direttamente applicate nel sistema legislativo danese.

In pratica il referendum chiedeva ai danesi se il Parlamento potesse cedere alle istituzioni europee il potere di legiferare nelle materie di giustizia e affari interni. Ma la proposta ha ottenuto un secco no, hanno votato contro il 53% degli elettori che sono andati alle urne. La vittoria del no rischia ora di far uscire la Danimarca dall’Europol, l’ufficio di polizia della UE che sostiene i paesi membri nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata su base internazionale. Nemmeno gli ultimi fatti di Parigi e l’escalation di tensione in Europa hanno convinto la Danimarca a cedere parte della sua sovranità in nome di una maggior cooperazione anche sui temi della sicurezza e del terrorismo.

Il malessere danese nei confronti delle istituzioni comunitarie si alimenta e alimenta a sua volta quello di alcuni colleghi euroscettici. Poco più a nord anche la Finlandia vede crescere un movimento anti-comunitario ed euroscettico sempre più forte. Il Paese, infatti, si appresta a chiudere il quarto anno consecutivo in recessione e non mancano coloro che addossano all’ingresso nella moneta unica la responsabilità della crisi economica finlandese.

In questa situazione, è cresciuta la convinzione che il ritorno alla moneta nazionale con la possibilità di svalutazioni competitive, potrebbe dare nuovo slancio all’economia. Non aiuta la propagando filo-europeista il paragone con la vicina Svezia: “Dal 2008 – ha fatto notare l’europarlamentare promotore dell’uscita dall’euro – l’economia svedese è cresciuta dell’8%, la nostra è calata del 6%. È un buon momento per discutere dell’opportunità di restare nell’Eurozona o meno”. Nelle prossime settimane il parlamento finlandese deve discutere dell’ipotesi di indire un referendum per chiedere ai cittadini se vogliono tornare al marco finlandese. Una petizione popolare ha raccolto oltre 50mila firme sufficienti per chiedere che il tema venga discusso dai deputati.

Il referendum, però, si farà soltanto se sarà votato della maggioranza dei deputati in parlamento, fatto alquanto improbabile. Nonostante il partito di governo centrista sia spesso critico sull’Unione Europea, la maggior parte del parlamento finlandese sembra ancora essere dalla parte dell’Europa.

Il risultato del referendum danese potrebbe ulteriormente alimentare lo scettisimo del Regno Unito che da mesi minaccia la Brexit per rinegoziare i termini di adesione all’Unione Europea. Fieramente fuori dalla moneta unica, il Regno Unito potrebbe portare, nel 2016, i cittadini alle urne per decidere sull’uscita dall’Unione stessa. Per evitare la Brexit, il premier inglese Cameron ha avanzato una lista di riforme che il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk aveva indicato come “difficili”. Ma dal Consiglio arriva anche la promessa di una “proposta concreta” sui rapporti fra UE e Regno Unito entro il febbraio 2016. In mancanza di un accordo si farà sempre più probabile un referendum nel 2017.

Insomma, Regno Unito, Finlandia, e Danimarca, Paesi diversi, ma accomunati da un crescente euroscetticismo e minor fiducia nell’Unione Europea e nella moneta unica. Mentre la crescita delle minacce esterne consiglierebbe una maggior unità dell’Unione, i forti venti disgregatori stanno soffiando nel verso opposto. Andando avanti di questo passo il 2016 si preannuncia un anno molto difficile per l’Unione Europea.