DEF: il Governo annuncia il taglio del cuneo fiscale. Destinatari e coperture, i punti da chiarire

Gentiloni
Paolo Gentiloni REUTERS/Tony Gentile

È quasi tempo di DEF (Documento di economia e finanza) e anche (forse) di elezioni. Ad aprile il Governo Gentiloni dovrà presentare il documento economico con il quale dare indicazioni circa le misure da inserire nella legge di stabilità 2017.

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Tra queste, pare che ci sia anche un intervento sul costo del lavoro: il taglio di qualche punto del cuneo fiscale. Alleluia, verrebbe da dire. Ma prima di farsi prendere da facili entusiasmi sarà il caso di capire di che intervento stiamo parlando – se la solita misura spot di renziana memoria o qualcosa di strutturale – e dove il Governo intende reperire le risorse.

Il nodo soldi infatti, continua ad essere il più difficile da sciogliere. E sul DEF, che non ha ancora visto la luce, pesano già 19,5 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare per evitare l’aumento dell’IVA a partire dal primo gennaio 2018.

Ma proprio un ritocco sulle aliquote IVA potrebbe essere lo strumento con cui il Governo Gentiloni intende tagliare il costo del lavoro. Una misura che potrebbe piacere all’Europa e avrebbe il pregio di non creare nuovo debito, ma andrebbe a pesare sulle tasche dei cittadini. Insomma la discussione sul primo DEF del Governo Gentiloni ha appena preso il via e già è chiaro che ci sarà da divertirsi (o forse no).

Taglio del cuneo fiscale: le ipotesi

Al momento si tratta soltanto di ipotesi, ma il principio di fondo è di spingere le assunzioni rendendo meno oneroso il costo di un contratto. E magari rimettendo anche qualcosa nelle tasche dei lavoratori. Il premier Gentiloni ha promesso che nella prossima legge di bilancio il Governo taglierà il cuneo fiscale e le prime indicazioni, in questo senso, arriveranno dal DEF e dal PNR (Piano nazionale di riforme).

Il punto di partenza sarebbe un taglio – strutturale – del costo del lavoro tra i 3 e i 5 punti di contributi per i nuovi assunti con contratto a tutele crescenti (il nuovo contratto a “tempo indeterminato” introdotto dal Jobs act). Per le nuove assunzioni il costo degli taglio sarebbe di circa 300 milioni per ogni punto di contributi: il costo complessivo sarebbe quindi tra i 900 milioni e l’1,5 miliardi.

In questo caso poi sarebbe da definire il beneficiario di tale intervento: il taglio può andare per il 50% ad alleggerire il costo del lavoro a carico del datore e per la restante parte a rimettere soldi nelle tasche dei dipendenti, oppure andare per due terzi a beneficio del datore e un terzo ad alleggerire il dipendente. Ma questi sono dettagli da definire in seguito, intanto è importante capire cosa si vuole fare.

Un’altra ipotesi sul tavolo dei tecnici di Palazzo Chigi infatti, prevede un intervento più incisivo che vada ad incidere sui nuovi contratti, ma anche su quelli già in essere. In questo caso il costo di ogni punto di contributi tagliato è di 2-2,5 miliardi di euro. In questo caso il conto finale sarebbe pesante per le casse dello Stato e rende necessario lo studio di una copertura strutturale. È qui infatti, che potrebbe entrare il ritocco delle aliquote IVA.

Infine, il PD starebbe lavorando anche ad un’altra ipotesi: la decontribuzione totale per tre anni per il primo lavoro e una “dote formazione” per agevolare l’inserimento nel mondo del lavoro di coloro che hanno meno di 35 anni. Il PD proprio non ce la fa: le misure spot, a scadenza, gli piacciono troppo.

Ma i risultati della decontribuzione renziana non sono stati abbastanza chiari? Con la legge di stabilità per il 2015 il Governo Renzi ha speso 11,8 miliardi per introdurre la decontribuzione triennale dei nuovi contratti, una misura che ha dopato il mercato del lavoro nel 2016, ma ha portato scarsi risultati stabili e diversi problemi.

L’unica strada utile è quella che porta ad una riduzione certa e strutturale del cuneo fiscale. Niente che provochi una corsa alle assunzioni prima e poi un picco di licenziamenti o di costo del lavoro dopo. Deve essere una misura percepita come stabile nel tempo dai datori di lavoro cosicché siano invogliati ad assumere.

DEF e libro dei sogni del Governo

L’idea di aumentare l’IVA per tagliare il cuneo fiscale piacerebbe sicuramente all’Europa che chiede (invano) da anni di aumentare le tasse sul consumo e diminuirle sul costo del lavoro. Piacerebbe un po’ meno ai cittadini. L’idea era già stata tirata in ballo nella discussione sulla manovra correttiva da 3,4 miliardi scatenando le polemiche. In questo caso si tratterebbe di una buona causa, ma sarà comunque un boccone amaro da far buttare giù.

Il lavoro sul DEF parte già con un malus di 19,5 miliardi da trovare a tutti i costi. Le clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento di IVA e accise dal primo dell’anno sono state spostate in avanti dal Governo Renzi e qualcuno dovrà coprire il buco. Il premier Gentiloni deve trovare subito 19,5 miliardi di clausole IVA a cui vanno aggiunti anche 1-2 miliardi per il rinnovo dei contratti degli statali.

Da mantenere anche l’impegno di riduzione del deficit all’1,2% del PIL contro il 2,1% di quest’anno (considerando la correzione chiesta dall’UE): una mossa che vale altri 15 miliardi.

Tra le coperture ipotizzate, oltre al ritocco delle aqliquote IVA ci sono le misure anti-evasione e la modifica alle tax expenditures, ma per un taglio strutturale del cuneo fiscale servono misure altrettando strutturali non certamente un gettito una tantum o difficilmente quantificabile. Per questo motivo, il ritocco delle aliquote IVA - dal 10 al 13% dell’aliquota agevolata e dal 22 al 25% di quella ordinaria – sembra la strada più percorribile.

Insomma ben venga, finalmente, un taglio strutturale del cuneo fiscale, ma sarà interessante vedere i dettagli della misura e soprattutto la sua copertura economica.