Di Maio contro i vitalizi: ma quanto ci costano e quanti soldi ricevono i parlamentari? I calcoli di ieri, oggi e domani

Beppe Grillo e Matteo Renzi
Beppe Grillo e Matteo Renzi Reuters

Parlare di vitalizi non è mai semplice. Il rischio, concreto, è quello di cadere nel tranello della propaganda politica facendo il gioco dei principali partiti nazionali per i quali l’ormai celeberrimo vitalizio sembra essersi trasformato non solo in uno dei peggiori mali che affligge il Paese, ma anche nel tema cardine di una campagna elettorale che si prospetta lunga e dolorosa (per i cittadini, non per i politici).

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A cadenza sempre più ravvicinata infatti, l’argomento torna al centro delle cronache politiche nazionali senza che però nessuno si preoccupi di spiegare, numeri alla mano, quale sia la reale entità del problema  né quali siano i modi per risolverlo o tantomeno come funzioni il meccanismo oggi. Ciò che conta è mostrare all’opinione pubblica che da una parte o dall’altra “questo privilegio” sia considerato sgradito, magari aizzando anche un po’ una folla già di per sé inferocita e distraendola da altre, e ben più importanti, questioni.

L’ultimo partito in ordine di tempo a tornare alla carica è stato il Movimento 5 Stelle che promette di portare in piazza i cittadini il prossimo 15 settembre, giorno in cui i parlamentari eletti per la prima volta nel 2013 acquisiranno il diritto di ricevere il loro trattamento pensionistico (che non è un vitalizio, ma ci ritorneremo a breve), con tanto di foto segnaletiche dei membri dell’Ufficio di Presidenza che si opporranno alla loro proposta.

Vitalizi Confronto sul costo annuo delle baby pensioni, delle accise in arrivo (secondo indiscrezioni di stampa), dei vitalizi attuali dei parlamentari e la stima dei costi che potrebbero essere aboliti dalla proposta di Maio  IBTimes Italia/Giovanni De Mizio

In precedenza era stato anche Matteo Renzi a parlarne, chiedendo anche lui di andare ad elezioni anticipate per evitare che deputati e senatori maturassero il tanto odiato privilegio. Nulla di nuovo sotto il sole. Anche perché l’argomento vitalizi torna in auge tutte le volte che una legislatura traballa e che ci si avvicina al voto. Solo per fare un esempio, nel 2008 era stato Beppe Grillo a sostenere che il Governo Prodi sarebbe durato fino a quando i nostri rappresentanti avrebbero finalmente raggiunto il diritto alla pensione. I fatti lo smentirono, ma la tentazione di rispolverare un argomento caldo è stata troppo forte da un lato e dall’altro per non approfittarne.

Prima di scendere nei dettagli, sembra opportuno fare una precisazione. Potrà sembrare strano, ma i vitalizi non esistono più, da quasi sei anni tra l’altro. Ciò cui tutti i vari partiti politici fanno riferimento è il trattamento previdenziale garantito ai parlamentari nato proprio in seguito alla cancellazione stabilita nel 2011.

VITALIZI: COME FUNZIONAVA PRIMA?

Fino allo scorso 30 gennaio 2012, deputati e senatori eletti in Parlamento, oltre ad avere accesso ad indennità varie ed eventuali di cui abbiamo ampiamente parlato, avevano diritto, al termine della loro esperienza parlamentare, agli ormai celeberrimi vitalizi.

Funzionava pressapoco così: una volta abbandonati gli scranni parlamentari, a prescindere dagli anni di servizio effettuati e dall’età, i nostri rappresentanti potevano contare su cospicui assegni , il cui ammontare proveniva solo in parte da un prelievo sulle loro indennità. Nel corso degli anni, anche a causa dell’insofferenza da sempre manifestata dall’opinione pubblica, sono stati introdotti alcuni cambiamenti, come quello riguardante le soglie anagrafiche o come l’obbligo di aver completato almeno un mandato intero. Nel 1997, a livello esemplificativo, venne stabilito che il vitalizio non sarebbe stato disponibile prima dei 60 anni di età, per gli eletti a partire dal 2001. Chi invece era entrato in Parlamento prima, poteva percepirlo anche a 45-50 anni (cosa tra l’altro accaduta più volte).

Ma c’era anche un’altra caratteristica, non di poco conto, che contribuiva a gonfiare le tasche di chi, anche per caso, aveva occupato gli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama: il vitalizio era comulabile con qualsiasi altro reddito. Se dunque il parlamentare aveva svolto anche un altro lavoro per il quale aveva maturato il diritto alla pensione, i due assegni andavano a sommarsi.

Grazie ai vitalizi i nostri rappresentanti avevano dunque la possibilità di incassare un importo fino a 5 volte superiore ai contributi versati. In base ad un calcolo effettuato anni fa dal Corriere della Sera , cominciando a percepire il vitalizio a 65 anni, un parlamentare avrebbe ricevuto un assegno pari a 3.108 al mese. Immaginando che avesse riscosso questa cifra per 13 anni, avrebbe incassato il 533% di quanto versato in cinque anni al ritmo di 1.006 euro al mese.

VITALIZI: COME FUNZIONA OGGI

Oggi non è più così. La normativa è stata cambiata nel 2012 con una delibera dell’Ufficio di presidenza della Camera (ma le regole valgono anche per il Senato) che stabilì, a decorrere dal 1°gennaio 2012, l’abolizione dei vecchi vitalizi, sostituendoli con una pensione, basata su un sistema di calcolo contributivo. Il che, tradotto in parole povere, significa che  l’ammontare dell’assegno è stato legato ai contributi versati, per un importo di gran lunga inferiore a quello precedente. Scendendo nel dettaglio, per ottenere la pensione i deputati versano un contributo pari all’8,8% dell’indennità lorda che, in soldoni, corrisponde a circa 918 euro al mese.

Le regole attuali prevedono che deputati, senatori e consiglieri regionali maturino il diritto alla pensione a 65 anni di età se nel corso della loro carriera hanno esercitato il mandato parlamentare per almeno 5 anni. Coloro che vengono eletti per la prima volta hanno accesso al trattamento solo se sono stati seduti in Parlamento per almeno 4 anni, 6 mesi e 1 giorno dalla loro proclamazione. Per ogni anno di lavoro in più si ha diritto a maturare la pensione un anno prima, ma comunque l’assegno non può essere percepito prima dei 60 anni.

L’attuale normativa si applica ai parlamentari eletti per la prima volta alle politiche del 2013 (prime elezioni seguenti all’entrata in vigore delle nuove regole, avvenuta il 30 gennaio del 2012). Coloro che invece avevano terminato il mandato nelle legislature precedenti e sono stati rieletti sono soggetti ad un sistema pro-rata «determinato dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato alla data del 31 dicembre 2011 e di una quota corrispondente all’incremento contributivo riferito agli ulteriori anni di mandato parlamentare esercitato».

Ma ci sono anche altre novità rispetto al passato: in primis, l’assegno non è cumulabile con un altro reddito. Se il parlamentare viene rieletto al Parlamento, al Parlamento Europeo, in un consiglio regionale ecc., il pagamento dell’assegno viene interrotto. Inoltre, in base ad una delibera risalente al 7 maggio del 2015, i deputati condannati per reati gravi non ricevono più né i precedenti vitalizi né le attuali pensioni.

Applicando le suddette norme all’attuale legislatura, in base ai calcoli effettuati da Openpolis, ad oggi a Montecitorio e Palazzo Madama ci sono rispettivamente 403 deputati e 193 senatori al primo mandato, soggetti dunque ai nuovi criteri di calcolo. Il loro diritto alla pensione scatterà il prossimo 15 settembre, esattamente a 4 anni, 6 mesi e un giorno dalla loro proclamazione. Se si votasse prima di quella data, non percepirebbero nulla.

In base ai calcoli dunque, un parlamentare di 27 anni, eletto per la prima volta nel 2013, nel 2018, e dunque a fine legislatura, maturerà il diritto a ricevere il trattamento pensionistico dopo aver versato circa 48mila euro di contributi. L’assegno, compreso tra i 900 e i 970 euro, arriverà però solo quando avrà compiuto 65 anni (e dunque nel 2056). Con la normativa attuale dunque, parlare di “privilegio medievale” sembra un po’ propagandistico.

VITALIZI: QUANTO CI COSTANO?

A parlare dei costi è stato il presidente dell’INPS, Tito Boeri, che nel corso di un’audizione alla Camera dei deputati, tenutasi nel maggio del 2016, ha elencato numeri e cifre.

In base a quanto affermato, sarebbero 2.600 i vitalizi di ex parlamentari (quelli in vigore fino al 2011) in pagamento per una cifra che, nel 2016 ha raggiunto i 193 milioni di euro. «Si tratta di una sottostima», aggiunse all’epoca Boeri, perché nel calcolo non sono inclusi eventuali anni di mandato presso il Parlamento europeo o i Consigli regionali.

Da sottolineare che i 193 milioni si riferiscono ai soli vitalizi dei parlamentari, mentre tenendo conto di quelli garantiti agli ex consiglieri regionali, si arriva ad una spesa annua di 400 milioni di euro.

VITALIZI: LA POLEMICA POLITICA E LE PROPOSTE DI PD E M5S

Attualmente, depositate in commissione, ci sarebbero almeno 7 proposte che si propongono di modificare il sistema delle pensioni dei parlamentari cercando di allinearlo a quello dei normali cittadini. Alcune prevedono di cambiare la normativa con una semplice delibera degli uffici di presidenza della Camera e del Senato (tra le quali quella del M5S, altre invece propongono di procedere con una legge ordinaria (quella del PD).

Scendendo nel dettaglio delle singole proposte, quella presentata recentemente dal Movimento 5 Stelle e attualmente sostenuta dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio (che minaccia di portare i cittadini in piazza) prevede che il trattamento pensionistico dei parlamentari venga amalgamato a quello dei “comuni mortali” (citiamo testualmente). Come? Determinando l’assegno in base al metodo di calcolo previsto dalle leggi Dini e Fornero e non secondo un regime speciale.

Il cambiamento però si applicherebbe solo ai deputati attualmente in carica e a quelli futuri. E questa sembra essere la sua grande pecca. Perché nonostante i proclami e la propaganda, la proposta pentastellata non toccherebbe minimamente i 2.600 vitalizi a disposizione degli ex parlamentari, che rimarrebbero esattamente lì dove sono.

Il problema è stato confermato dallo stesso Luigi Di Maio che, sul Fatto Quotidiano, ha dichiarato: "Condividiamo la proposta del Fatto sui vitalizi (il giornale di Travaglio ha lanciato una petizione sulla questione, ndr.), ma non ci aspettiamo nulla da questo Parlamento. Chiediamo almeno per la XVII legislatura di equiparare le pensioni dei parlamentari a quelle dei cittadini. Siamo d’accordo sul ricalcolo con il sistema contributivo e sul fatto che sia necessario abolire i vitalizi, ma per ora possiamo solo pressare affinché venga approvata la nostra proposta. Poi, il resto lo faremo quando saremo al governo”. Una promessa elettorale, insomma.

Ciò che però il vicepresidente della Camera dimentica di dire è che il motivo per il quale sono stati accantonati i vitalizi passati, che rappresentano il fulcro del problema, è che in base alla legge essi corrispondono a “diritti acquisiti” e il rischio è dunque che toccandoli l’unico risultato che si otterrebbe sarebbe una pioggia di ricorsi.

E il PD come risponde? Con una proposta di legge a prima firma del deputato Richetti che  prevede l’applicazione di un sistema contributivo a tutti gli assegni percepiti dai parlamentari, vecchi e nuovi, ma anche a quella dei consiglieri regionali.

Il testo stabilisce inoltre l’istituzione di una gestione separata apposita per i parlamentari presso l’INPS, caratterizzata da un’autonomia finanziaria, contabile e di gestione, all’interno della quale convogliare tutte le risorse destinate ai trattamenti di deputati e senatori. Il problema però, anche in questo caso, è la reale fattibilità del provvedimento.

Questa, la questione “dei vitalizi”, senza propaganda.