Disastri all'italiana: l’Ilva di Taranto continua ad essere un problema, tra emergenza ambientale e cassa integrazione per i dipendenti

di 02.03.2017 9:01 CET
Ilva
L'Ilva di Taranto Reuters

Si è svolta lo scorso fine settimana a Taranto una marcia - denominata 'Giustizia per Taranto' - organizzata da associazioni e liberi cittadini che ha visto l’acciaieria Ilva nuovamente sul banco degli imputati. Non è la prima manifestazione organizzata nel capoluogo ionico e come sempre la partecipazione della popolazione è stata massiccia: migliaia di persone che anche questa volta hanno espresso la propria idea su quale futuro vogliono per Taranto e l’Ilva non rientra in nessuna delle possibili opzioni.

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Lo stabilimento di Taranto fu inaugurato nel 1965, era il periodo delle partecipazioni statali e l’azienda si chiamava Italsider; l’acciaieria rimase sotto il controllo pubblico fino al 1995, quando fu privatizzata e ceduta al gruppo Riva; dal gennaio 2015, dopo il sequestro temporaneo dell’impianto disposto dalla magistratura, l’azienda è in amministrazione straordinaria (ex legge Marzano).

La gestione dello stabilimento da parte della famiglia Riva è oggetto di un processo penale per disastro ambientale: il processo chiamato “ambiente svenduto” ha come imputati una quarantina di persone a vario titolo, tra cui l’ex governatore della Puglia Nichi Vendola, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano e l’ex presidente della provincia Gianni Florido, oltre a Nicola e Fabio Riva e le tre società Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici.

L’Ilva avrebbe causato “eventi di malattia e morte nella popolazione”, inquinando terreni ed immettendo sostanze nocive nella “piena consapevolezza”. Il processo è ancora in corso, ma i dati sugli studi epidemologici (tra cui il rapporto SENTIERI) mostrano inequivocabilmente “uno stato di compromissione della salute della popolazione residente a Taranto” ed in particolari zone della citta’ “una mortalità e morbosità più elevata rispetto alla popolazione di riferimento, soprattutto per le malattie per le quali le esposizioni ambientali presenti nel sito possono costituire specifici fattori di rischio.” Rispetto al resto della provincia, si registra per gli uomini un eccesso di malattie superiore al 40 per cento per il tumore al fegato e al 60 per cento per il linfoma non hodgkin; per le donne, percentuali più alte del 20 per cento per tutte le tipologie di tumori, con valori superiori al 75 per cento per i tumori al fegato e all’utero, addirittura superiori al 100 per cento per il tumore allo stomaco.

Che a Taranto ci si ammali più facilmente è quindi un fatto; è un fatto anche che nella città pugliese ci sia lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa ed è altresì un fatto che la diffusione di diossina (uno dei diversi inquinanti) sia stata spesso superiore ai limiti imposti e tra il 2013 e 2015, nei quartieri adiacenti all’acciaieria, addiritura 40 volte superiore, come calcolato dal Politecnico di Torino.

L’impianto di Taranto ha svariati elementi che lo rendono problematico e non compatibile con la città: è un impianto a caldo dove si lavora l’acciaio a ciclo continuo, è un impianto obsoleto ed è inoltre stato costruito praticamente all’interno della città. Qualsiasi miglioramento tecnologico, qualsiasi decarbonizzazione o ambientalizzazione non lo renderà mai un impianto “salubre” perché le ciminiere sono solo a qualche centinaia di metri dal centro abitato ed addirittura la zona di stoccaggio dei minerali solo a qualche metro dalle prime palazzine. Lo si potrà rendere tecnologicamente più efficiente ed a minor impatto ambientale, ma continuerà  sempre ad inquinare. O si sposta l’impianto o si sposta la città, diversamente ci saranno sempre malati e decessi a causa dell’inquinamento. Del resto anche l’ex Ministro dell’Ambiente Clini si era espresso qualche tempo fa sull’impossibilità di avere un impianto con quelle caratteristiche vicino alla città, si trattava di quello di Genova, molto simile a quello tarantino: “La chiusura dell’altoforno e della cokeria delle acciaierie è una questione urgente. Sul piano dei danni ambientali, dell’inquinamento e della salute dei cittadini siamo già in ritardo”. Lo disse appunto in riferimento all’impianto di Genova che adesso non è più funzionante nella sua parte più inquinante.

Certo, nello stabilimento di Taranto lavorano circa undicimila dipendenti e la città si trova a combattere il solito ricatto occupazionale, soprattutto da parte di politici e sindacati, per cui se si vuol conservare il lavoro si è obbligati a lavorare provocando comunque “eventi di malattia e morte nella popolazione”.

Ma sarà poi vero che la presenza della grande industria inquinante sia sinonimo di lavoro e tassi di disoccupazioni più bassi? O può anche essere vero il contrario e cioè che l’industria inquinante non permetta ad altre aziende di operare e creare occupazione? A Taranto sembra plausibile questa seconda opzione. Gli ultimi dati omogenei sulla disoccupazione risalgono al 2015 e mostrano come nella provincia di Taranto la disoccupazione non sia molto più bassa rispetto alla media regionale: 18,8 per cento nella provincia di Taranto, mentre è poco sopra il 19 per cento la media nella regione; se invece disaggreghiamo i dati per comune, ci accorgiamo che il tasso di disoccupazione della città di Taranto è il più alto tra i capoluoghi di provincia: 19,5 per cento contro il 18,3 per cento di Bari e Foggia, poco più alta a Lecce ed addirittura 16,7 per cento a Brindisi; se ci soffermiamo, invece, sulla disoccupazione giovanile, il tasso di disoccupazione di Taranto raggiunge addirittura il 60,6%, decisamente il più alto tra le province pugliesi: 51% e 55% per Foggia e Lecce, poco più alta per la BAT, 47% per Bari ed addirittura 39% per Brindisi. Non sono dati recenti, ma probabilmente molto simili a quelli attuali e forse anche migliori rispetto al 2016.

Se volgiamo lo sguardo agli aspetti finanziari ed economici dell’azienda i dati al 2015 non sono confortanti: ricavi netti per 2,2 miliardi di euro e EBITDA contabile di Gruppo (utili prima delle imposte) negativo e fermo a -546 milioni di Euro. Lo Stato, che gestisce l’acciaieria dopo l’amministrazione straordinaria, nella speranza di rimediare all’emorragia di liquidità, sta cercando disperatamente un acquirente, nel frattempo l’Ilva continua ad avere grossi problemi ed è notizia freschissima che a breve scatterà la cassa integrazione straordinaria per 3.240 lavoratori.  

Quindi ricapitoliamo: l’acciaieria inquina terreni ed immette sostanze nocive, la sua presenza con ogni probabilità aumenta considerevolmente la possibilità di contrarre malattie anche mortali, non apporta benefici rilevanti in termini di maggiore occupazione, non riesce a generare utili in maniera significativa, ma siamo proprio sicuri che l’Ilva sia un buon investimento?

Per i cittadini di Taranto sicuramente no, ma probabilmente neanche per ipotetici acquirenti considerando quello che dovrebbero investire per rendere la fabbrica solo meno pericolosa, ma comunque inquinante e sempre che non si vogliano considerare “due casi di tumore in più all’anno, una minchiata” come disse Fabio Riva qualche tempo fa nel corso di una conversazione telefonica.