Diventare calciatore professionista: un sogno sempre più difficile da realizzare

di 18.05.2017 15:00 CEST
L'esultanza di Cristiano Ronaldo
L'esultanza di Cristiano Ronaldo Reuters

Difficile trovare un calciofilo che, durante la sua gioventù, non abbia sognato per sé o per i propri figli una vita da calciatore, identificandola come un'esistenza agiata fatta di auto e ristoranti di lusso e vacanze a Formentera. 

Uno stereotipo che, se analizzato a dovere, vacilla o che resta circoscritto a pochi eletti, se si considera quanti adolescenti ogni giorno rincorrono un pallone con la speranza di arrivare in Serie A, magari mettendo in secondo piano altri possibili percorsi professionali o accademici.

L'ostinazione dei numeri 

Qualcuno disse che "i fatti sono ostinati", la realtà è che le statistiche lo sono ancor di più, perché mettono a nudo le caratteristiche di un sistema. Oggi in Italia c'è infatti posto solo per meno di 2300 contratti da professionisti: 25 per ogni squadra di Serie A, 19 in Serie B (solo per quanto riguara gli over) e 24 nella vecchia Serie C.

Proprio l'abolizione del doppio livello in Lega Pro ha ridotto da 90 a 60 le squadre . E all'orizzonte c'è un'ulteriore sforbiciata del movimento professionistico. A stringere ancora di più l'imbuto per i giovani italiani il fatto che molti di questi siano stranieri. E non tutti gli accordi assicurano una vita da pasha.  Una recente indagine della Gazzetta dello Sport, ha persino portato alla luce la presenza di 391 calciatori reduci da un contratto da professionista terminato e che adesso si trovano ad essere dei veri e propri disoccupati. Un tasso di inoccupazione (22,41%) che supera addirittura quello del paese.

A questi se ne aggiungono circa 140 che non hanno ancora uno stipendio, ma che sono in esubero, non giocano e risulta difficile possano trovare una sistemazione non appena l'accordo in essere arriverà alla naturale scadenza.

Serie minori

La maggior parte dei sogni sono, ovviamente, rivolti a Serie A e B, ma c'è un esercito di tesserati che milita nelle categorie inferiori. Un sistema che, salvo alcuni casi, è molto lontano dai guadagni che si hanno nelle prime due dimensioni del calcio nostrano.

Nei mesi passati, nella fase di crisi economica che ha interessato il Messina prima del campio di prorietà, l'allenatore Cristiano Lucarelli ha voluto sottolineare che in Lega Pro si parla di stipendi che, al netto, difficilmente superano i 1300 euro mensili o di calciatori in Ferrari.

Se ci si aggiunge che molto spesso gli emolumenti non vengono versati per mesi (Se arrivano) e che si vive fuori sede con tutti gli oneri che ne derivano, il quadro negativo è quasi completo.

I dilettanti e tutela dei vivai

L'abolizione della Serie C2 ha spazzato via la presenza di un campionato "cuscinetto" tra la C tradizionale ed il mondo dei dilettanti. È il motivo, per il quale, la Serie D oggi, in molti casi, rappresenta l'ultimo trampolino di lancio per dei calciatori ancora in età con potenziale inepresso. Ma soprattutto tra i giovani non è la meritocrazia a determinare le scelte.  

Le squadre della quarta serie nazionale sono obbligate ad avere sempre nell'undici titolare un calciatore nato nel 1996 o più giovane, due nel 1997 o più giovane e uno nel 1999 o più giovane.

Nei piccoli centri ci si affida a elementi del luogo senza concedersi il "lusso" di reperire i migliori (gli osservatori costano) , giusto il tempo per illudere un giovane che possa diventare un calciatore, abbandonando studi o percorsi di avviamento professionale, facendogli calcare anche campi importanti, per poi abbandonarlo al suo destino quando l'età e neanche la qualità tecnica non saranno più giudicati funzionali da alcun club.

In parte è un discorso che può anche essere esteso anche alla Lega Pro e ai campionati superiori, dove le rose bloccate per tutelare gioventù e vivai sono in realtà escamotage per diminuire i costi e aumentare il tasso di disoccupazione tra i calciatori che abbiano superato un certo dato anagrafico.

La provocazione

Diventare calciatore è un sogno che fino a una certa età i bambini hanno il dovere di coltivare, ma già attorno ai 13-14 anni risulta chiaro quanto continuare a crederci sia una scommessa che molto difficilmente riuscirà a concretizzarsi.

Il paradosso è che esistono prospettive lavorative forse meno reperibili nei sogni, ma assai più concrete.  

La Fipe, ad esempio, nel 2013 ha rilevato la necessità di almeno 6000 pizzaioli qualificati in Italia.

Posizioni aperte che assicurano stipendi superiori a quelli di un calciatore di Lega Pro e una carriera molto più lunga, con la possibilità di prospettive di successo all'estero.

Impastare ed allargare una pizza richiede arte, ma un corso professionalizzate può fare miracoli. Molti più di quanti non ne faccia un istruttore di scuola calcio che, difficilmente, potrà portare tutti i suoi allievi a calciare punizioni con le traiettorie di Pirlo, a parare come Buffon, a dribblare come Messi e a segnare come Cristiano Ronaldo.

Fare sport fa bene: allo spirito al fisico, ma diventare calciatore non deve essere un'ossessione, né un percorso un su cui investire tutto.

Incoraggiare i figli a fare altro in maniera parallela significherebbe non caricarli di pressioni e farli rendere meglio sul campo, ma anche offrirgli altre opportunità nella vita.

Ed il concetto va esteso a tutti le altre discipline, che, ancora prima del calcio, sono state interessate da problematiche di natura economica.