Duterte perseguita i piccoli pesciolini, e la droga continua a scorrere a fiumi nelle Filippine

Duterte e Jinping
Il Presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping riceve a Pechino il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte. Cina, 20 ottobre 2016. REUTERS/Thomas Peter

Sono stati almeno 6.000 i morti nella guerra alla droga del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, che già durante la campagna elettorale sbandierava la forca come soluzione finale contro “la piaga” che sta “dilaniando le Filippine”. 5.927 morti, secondo i numeri riportati dalla CNN, di cui 2.086 uccisi dalle forze dell'ordine ed altri 3.841 dai vigilantes privati, veri e propri squadroni della morte, oltre 40.000 arrestati e una situazione che si spinge sempre oltre i limiti imposti dalla legalità e dal buon senso.

Uno degli esempi che i quotidiani internazionali riportano per dare la misura del dramma sociale che la guerra alla droga di Duterte sta provocando nelle Filippine è quello del carcere di Quezon City, dove 4.000 persone sono oggi ammassate in uno spazio progettato e costruito per ospitarne circa 800. Lo stesso Duterte di recente, raccontando le sue politiche anti-droga repressive di quanto era sindaco di Davao, ha ammesso di avere personalmente ucciso “delinquenti” allo scopo di dare l'esempio: “Andavo in giro per la città a pattugliare le strade in motocicletta […] in cerca di problemi, cercavo un confronto per poter uccidere. […] Ero solito farlo personalmente, semplicemente per mostrare ai ragazzi (i poliziotti, nda) che se potevo farlo io allora potevano farlo anche loro”.

La guerra alla droga nelle Filippine fa discutere in tutto il mondo: violenza e repressione, controllo sociale capillare e una spietatezza quasi medioevale. Ma in questo modo Duterte sta semplicemente colpendo i cosiddetti pesci piccoli, lasciando intaccati i business e le fedine penali dei grandi produttori e dei trader internazionali della droga. È come sparare con un cannone ad un nugolo di mosche, come ordinare una retata a Scampia sparando a tutto ciò che si vede: morti in 6.000 ce ne saranno altri 10.000 pronti a sostituirli. Non è una previsione azzardata, ma una regola che si verifica puntualmente in tutto il mondo, quando si parla di droga e di redditi illeciti: troppi vantaggiosi i benefici economici, troppo stringenti i legami chimici dei consumatori con le sostanze, può succedere qualsiasi cosa ma il mercato non si interromperà mai. Mai. Ma questo a Duterte pare non interessare.

Secondo un'interessante inchiesta pubblicata dalla Reuters la gran parte del problema che alimenta il mercato della droga non è nelle Filippine ma in Cina, superpotenza che Duterte vorrebbe abbracciare come nuovo alleato del suo paese dopo aver definitivamente rotto i ponti con gli Stati Uniti. Tra il gennaio 2015 e l'agosto del 2016 sono ben 77 i cittadini stranieri arrestati per reati connessi al traffico di metanfetamine, in particolare accusati di essere “i cuochi” che preparano i cristalli di meth, due terzi dei quali di nazionalità cinese e un quarto residenti a Taiwan o Hong Kong. I cartelli della droga cinesi li avrebbero spediti nelle Filippine per lavorare nei grandi laboratori locali, dove si arriva a produrre anche 200 chili di metanfetamina ogni giorno, per un valore sul mercato urbano che nelle Filippine ammonta a circa 120.000 dollari al chilo. Una montagna di soldi che conducono a una montagna di morti.

Dalla Cina non arrivano solo i chimici ma anche i prodotti: secondo la polizia filippina dalla Cina si esportano gli ingredienti necessari alla produzione che abbondano nella Repubblica popolare, dove la regolamentazione nel settore chimico e farmaceutico è piuttosto debole e dove la corruzione pubblica è ad un livello molto alto: secondo un rapporto del Dipartimento di Stato americano pubblicato quest'anno la Cina è “una fonte ideale di ingredienti chimici destinati alla produzione di droga”. Oggi il prodotto maggiormente esportato dalla Cina verso l'arcipelago sono gli ingredienti chimici e la metanfetamina già in cristalli, pronta per il commercio al dettaglio. Nonostante questo Duterte mostra di volersi legare fortemente ai cinesi, che mostrano davvero molta poca preoccupazione circa il problema del narcotraffico di meth, e delle sue componenti, verso le Filippine e il resto dell'Asia. Fino ad oggi è stata la DEA americana, l'agenzia antidroga, ad occuparsi della formazione degli agenti e dell'ingelligence antidroga filippini, oltre che supportare un gruppo di lavoro all'aeroporto internazionale di Manila finalizzato a contrastare il traffico di droga, ma Duterte sembra non voler riconoscere nulla all'amicizia stretta tra il suo Paese e gli Stati Uniti.

Il sistema di commercio della metanfetamina cinese e dei suoi ingredienti è complesso, radicato e sofisticato, controllato da piccoli gruppi di cinesi che supervisionano l'intero processo. Secondo la polizia filippina la maggior parte di questo commercio è in mano alle Triadi, l'organizzazione criminale molto simile alla mafia ma in salsa cinese. Al largo delle coste di Luzon, un'isola delle Filippine, vengono fatti i trasbordi della metanfetamina già pronta dalle grandi navi a imbarcazioni più piccole, distribuite nelle diverse località dell'arcipelago e passando così nelle mani dei trafficanti locali.

Gli ingredienti per la produzione invece seguono rotte diverse, generalmente vengono nascosti nei carichi (legali) delle grandi navi porta-container che attraversano il Mar Cinese Meridionale, esattamente come accade ad esempio per i carichi di cocaina che dall'America Latina arrivano in Spagna e, da qui, nei porti italiani.

Una rete controllata, gestita e nella quale i protagonisti, i livelli più alti e di responsabilità, sono cittadini cinesi.

Nel mese di ottobre, in seguito a un viaggio di Duterte a Pechino ed al suo incontro con il Presidente cinese Xi Jinping, sembra che l'atteggiamento cinese sia mutato: i due Paesi hanno deciso di rinforzare gli scambi di intelligence, condividendo know-how e tecnologie per combattere il traffico di droga e la Cina ha donato alle Filippine diverse apparecchiature per il rilevamento delle partite di droga sulle navi cargo e sui camion. Ma quello che ha incassato Duterte da Jinping è molto di più di soldi e tecnologia, è la tranquillità di poter fare carne di porco di chiunque egli voglia: “La Cina comprende e sostiene la politica delle Filippine sotto la guida del Presidente Duterte” ha detto il ministro degli Esteri cinese, lasciando nel limbo del non-detto la pure ampia questione che riguarda il rispetto dei diritti fondamentali e dei diritti umani.

La posizione cinese è il più importante regalo che Pechino potesse fare a Manila: diversi funzionari di polizia interpellati dalla Reuters si sono detti scettici sull'effettiva volontà dei cinesi di aiutare Duterte ma in realtà il fatto che Pechino sostenga la guerra alla droga delle Filippine rappresenta un enorme vantaggio per le politiche repressive del presidente filippino, che in Asia ha ora agibilità politica quasi totale. Non che gli mancasse ma oggi c'è una sorta di ufficialità.