Ecco come il PD e Matteo Renzi si stanno condannando ad una sconfitta elettorale

Matteo Renzi
Matteo Renzi REUTERS/Yves Herman

Se Atene piange, Sparta non ride. Mentre il Movimento 5 Stelle è alle prese con l’infinito caos politico e giudiziario romano, il Partito Democratico si lancia in una guerra fratricida e suicida che non lo porterà da nessuna parte. Oggetto del contendere: la data delle elezioni. Una forza politica “normale”, in un periodo come questo, avrebbe cercato di approfittare dei macroscopici errori compiuti dai principali avversari per guadagnare i consensi persi per strada nel corso degli ultimi anni. E invece sta accadendo l’esatto contrario.

Il risultato è che se e quando si andrà a votare gli elettori saranno costretti a scegliere, ad occhi chiusi e con le orecchie tappate, quello che secondo loro è il meno peggio, consapevoli che il cambiamento auspicato non arriverà mai.

Ma torniamo al PD. Al momento il partito è impegnato a scegliere tra una delle seguenti opzioni: scissione, primarie, congresso, voto anticipato, voto nel 2018. Insieme, separati o uno per volta. Quindi le opzioni al vaglio diventano quasi infinite. Ognuno tira acqua al proprio mulino e le possibilità che i vari rappresentanti riescano a mettersi d’accordo, ad oggi, sembrano essere piuttosto esigue. In questo contesto spicca il ruolo di Matteo Renzi che negli ultimi giorni sembra apparentemente aver messo a tacere la sua immensa fame di elezioni, consapevole che il primo nemico da affrontare per tornare a Palazzo Chigi non sarà il M5S, ma il suo stesso partito, sempre che esso esista ancora . Ciò che invece l’ex Premier e i suoi fedelissimi non riescono proprio a mettersi in testa è che i voti che forse ci sarebbero stati tre anni fa, se dopo Letta gli elettori fossero tornati al voto per eleggere il Parlamento, oggi non esistono più. Sono evaporati, scomparsi, andati (forse) definitivamente. Non è bastata nemmeno la batosta referendaria a far capire al segretario del PD che sarebbe meglio fermarsi, rimettere insieme i cocci, fare una legge elettorale decente che eviti l’ingovernabilità, ad oggi certa, e poi eventualmente andare a votare. No, Renzi preferisce optare per il populismo, combattere gli avversari utilizzando le loro stesse (assurde) armi e andare insensatamente al massacro a giugno.

A questo punto però serve un’avvertenza: il quadro descritto è altamente semplicistico, non per demeriti giornalistici, ma perché cercare di dare un senso e di riassumere in poche parole ciò che sta accadendo attualmente tra i democratici è un’impresa cui nemmeno Stephen King oserebbe avvicinarsi per paura dell’assurdità di una trama collocabile in un genere compreso tra il grottesco e l’horror puro. Una trama che tra l’altro, cambia da ora in ora, di minuto in minuto, con capovolgimenti di fronte che travalicano ampiamente i limiti del buon senso.

Le posizioni del PD fino a qualche giorno fa

Fino alla scorsa settimana il Partito Democratico sembrava essere spaccato in due: da un lato Renzi e i renziani, favorevoli al voto anticipato senza congresso e senza primarie; dall’altro la cosiddetta minoranza, capitanata da Massimo D’Alema, pronta alla scissione in caso di mancato congresso prima delle prossime elezioni e di modifiche alle attuali leggi elettorali.

Perché il congresso è, nel bene e nel male, così importante? A livello tecnico esso consiste in varie votazioni interne, che iniziano nei singoli circoli e proseguono fino ad arrivare su scala nazionale. Alla fine di esso, in base a quanto previsto, possono (ma non "devono") essere indette le primarie del Partito, nell’ambito delle quali i cittadini scelgono chi farà parte dell’Assemblea Nazionale, ma soprattutto chi sarà il segretario, vale a dire il capo e il candidato Premier, del PD.

Dal punto di vista prettamente politico rappresenta una sorta di resa dei conti e potrebbe anche essere un’occasione che molti vogliono sfruttare per togliersi di torno definitivamente Matteo Renzi. Il che, se da un lato è ampiamente comprensibile, dall’altro rappresenta l’ennesimo nonsense, dato che nonostante il calo dei consensi, ad oggi il segretario sembra essere l’unico all’interno di quel partito in grado di attrarre i consensi di una parte dell’elettorato, una realtà con la quale però in troppi non riescono a fare i conti.

Ma andiamo avanti. Il mandato di Renzi come segretario scade in autunno ed in teoria il congresso dovrebbe aprirsi proprio in quel periodo. Peccato che dopo le pesanti sconfitte elettorali subite alle amministrative prima e al referendum poi, e soprattutto in vista di possibili elezioni, parte del partito vorrebbe un congresso anticipato che magari consenta ai rappresentati di scegliere il candidato Premier. Un'altra parte invece lo vorrebbe in autunno, ma il risultato sperato è pressapoco lo stesso. 

A questo punto sono due le date da segnare in rosso sul calendario: la prima è il 13 febbraio, giorno in cui è stata convocata la direzione nazionale del PD che forse potrebbe finalmente farci capire qualcosa in più. La seconda corrisponde al giorno in cui la Corte Costituzionale pubblicherà le motivazioni della sentenza sull’Italicum che daranno il via al lavoro della Commissione Affari Costituzionali della Camera sulle modifiche da introdurre e da presentare in Aula il prossimo 27 febbraio.

A livello generale, a decorrere da quella data, si aprono due scenari: voto a giugno, in concomitanza con le amministrative, oppure voto a fine legislatura, vale a dire nella primavera del 2018. Entrambi gli scenari potrebbero palesarsi con o senza modifiche alle legge elettorali.

La posizione di Renzi ieri

Fino a qualche giorno fa, Renzi ha continuato a spingere sul voto anticipato. Una decisione assurda per chiunque tranne che per lui e per i suoi fedelissimi. Logica direbbe che, per avere qualche chance di tornare al potere, il segretario del PD dovrebbe lasciare perdere le elezioni, riaffermare il suo dominio sul partito, demolire i sepolcri imbiancati e poi, solo a quel punto, tornare alle urne. Che poi è in parte ciò che chiede la minoranza.

Ma Renzi sembra avere in testa altri ragionamenti. Quali? Votando a fine legislatura sarebbe costretto a sottoporsi al congresso in autunno e potrebbe concretamente rischiare di perdere la leadership del PD. E ancora: appoggiando il governo Gentiloni, che gli elettori non sembrano gradire, potrebbe aver inizio una guerra di logoramento che causerebbe un’ulteriore perdita di consensi. Motivo numero tre, non meno importante dei primi: il M5S ne approfitterebbe per attaccarlo con maggiore veemenza, cercando con qualsiasi argomento di screditarlo agli occhi dell’elettorato.

Il problema è che presentarsi alle urne senza un partito è un suicidio e Renzi, almeno questo, sembra averlo capito.

Le posizioni del PD oggi

Negli ultimi giorni la parola “scissione” è sembra essere stata (almeno momentaneamente) messa da parte. Il motivo ufficiale pare essere il bene del partito, quello ufficioso è che non conviene a nessuno: né agli scissionisti, che probabilmente in caso di elezioni andrebbero a scontrarsi contro un muro, né ai renziani che perderebbero voti vitali per la vittoria.

All’interno del partito però, i principali rappresentanti sembrano aver scoperto le carte. Quaranta senatori del Pd della maggioranza e della minoranza interna hanno scritto un documento nel quale lanciano un messaggio chiaro a Renzi e delineano la road map da seguire per il prossimo futuro: "Sostenere il governo Gentiloni, nella pienezza dei suoi poteri; rimettere in piedi il Pd; lavorare a una legge elettorale omogenea per Camera e Senato; non concedere nulla alla pulsione antipolitica". Insomma il messaggio è chiaro: niente elezioni a giugno.

Sulla stessa si linea si colloca Pier Luigi Bersani che, di fronte alla stampa, prende ufficialmente posizione: “ Bisogna votare nel 2018? Io dico di sì e poiché dalla data del voto tutto discende, voglio sapere cosa ne pensano Renzi e Franceschini. Questo Paese è sbandato. La gente normale non capisce cosa sta succedendo. Vogliamo metterci di nuovo nell’irrazionale? Nell’inconoscibile? Nell’avventura? Ma insomma, ragazzi…”.

A questo punto Renzi è accerchiato. La minoranza sembra essersi trasformata in maggioranza e il segretario non può più ignorare la realtà dei fatti: se si vota a giugno, rischia di correre da solo.

Renzi verso le dimissioni?

Ed è per questo motivo che l’ex Premier potrebbe tirare fuori dal cilindro l’ennesimo coniglio. In base alle indiscrezioni riportate dai giornali, l’inquilino del Nazareno sembra aver accettato, suo malgrado, l’idea di rimandare il voto, ma non senza contromosse.

Le ipotesi odierne parlano della possibilità di anticipare il congresso. L’apertura potrebbe arrivare prima delle amministrative e non in autunno come precedentemente previsto.

Non solo. Perché nel caso in cui questa fosse la linea prescelta, Renzi potrebbe dimettersi nuovamente, ma stavolta da segretario del PD. Quando? Nel corso della direzione di lunedì 13 febbraio. Una scelta che rallenterebbe la strada verso le elezioni politiche ma accelererebbe il percorso congressuale interno.

Sullo sfondo, le lotte di potere interne tra chi vorrebbe palesemente “fare le scarpe” al segretario e chi invece vorrebbe farlo, ma nell’ombra.