Elezioni Francia 2017: saranno gli elettori di Fillon a scegliere il nuovo presidente

  • Francia Macron
    Emmanuel Macron REUTERS/Stephane Mahe
  • Macron Le Pen
    Marine Le Pen (a sinistra) e Emmanuel Macron REUTERS/Charles Platiau
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Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi ha confermato le previsioni della vigilia: Emmanuel Macron e Marine Le Pen accedono al ballottaggio con percentuali risicatissime. Sommando i voti di entrambi non si arriva nemmeno lontanamente a quel 50% più uno che sarebbe stato necessario per chiudere la partita per l’Eliseo senza giocare il secondo turno, evidenziando chiaramente la fragilità e la frammentazione del panorama politico transalpino, a prescindere da quale sarà l’esito decretato il prossimo 7 maggio.

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Il Front National ha ottenuto il miglior risultato della sua storia con 7,6 milioni di voti, aggiornando il record già realizzato nel 2012 con 6,4 milioni di preferenze che però cinque anni fa significarono terzo posto e niente ballottaggio. Per trovare un risultato simile, ma non altrettanto buono in termini numerici, occorre tornare al 2002, quando Jean Marie Le Pen riuscì a conquistare il secondo turno (4,8 milioni di voti) per poi essere asfaltato da Jacques Chirac quattordici giorni dopo.

Socialisti e gollisti sono stati spazzati via dalla loro cecità , dal loro immobilismo e da un’impressionante quantità di autogol che hanno ufficialmente archiviato la storia politica che ha caratterizzato la Francia del XX secolo. I primi, come annunciato, non sono nemmeno riusciti a mantenere la dignità, perdendo rispetto alle Présidentielle 2012 circa 8 milioni di voti e ottenendo uno dei risultati elettorali peggiori dal 1969 ad oggi. I repubblicani hanno invece cercato di salvare almeno la faccia, appigliandosi ai guai giudiziari di François Fillon (che comunque si è preso tutta la colpa) per giustificare almeno in parte l’esito del voto. Obbligatorio per entrambi sarà cercare di riorganizzarsi in fretta in vista delle elezioni parlamentari di giugno che rappresentano l’ultima chance di contare davvero qualcosa. Se non riusciranno a portare a casa risultati decenti nemmeno in quell’occasione, saranno definitivamente cancellati dalla realtà politica francese dopo decenni su decenni di leadership.

I giornali di oggi presentano il ballottaggio del prossimo 7 maggio come una sorta di battaglia campale tra europeisti e populisti. Chi vincerà avrà salvato (Macron) o ucciso (Le Pen) l’Unione Europea. Ma la verità è che come da tradizione sarà una lotta all’ultimo sangue vinta da chi riuscirà ad allargare la propria base elettorale originale prendendosi il numero più alto di voti possibile dei candidati che al secondo turno non ci sono arrivati, vale a dire Fillon (7 milioni di voti al primo turno), Jean-Luc Mélenchon (6,9 milioni), Benoit Hamon (2,2 milioni). A incidere saranno anche i quasi 1,7 milioni di voti conquistati dallo sconosciuto, in Italia almeno, Nicolas Dupont-Aignan, rappresentante dell’estrema destra sovranista alternativa al Front National. Ciò che determinerà la vittoria sarà dunque l’aritmetica. E facendo un po’ di conti il risultato può essere meno scontato di quanto si pensi. Nonostante infatti Macron rimanga il favorito, le percentuali previste dai sondaggi stavolta potrebbero essere un po’ sovrastimate.

Il motivo è presto detto: a decidere chi sarà ad occupare per i prossimi cinque anni la poltrona dell’Eliseo saranno soprattutto gli elettori di François Fillon. Agli occhi di un elettore italiano potrebbe sembrare paradossale che a incidere sulla vittoria saranno i votanti di chi è già stato sconfitto, ma tenendo conto di come funziona il sistema francese sarà chi al primo turno ha scelto il leader repubblicano a dover scegliere il “meno peggio” tra Macron e Le Pen e non è detto che la X cada sul candidato indicato dal gollista (Fillon ha già fatto un endorsement in favore di Macron).

Vi spieghiamo subito cosa c’è alla base del nostro ragionamento. Al primo turno, il candidato socialista Benoit Hamon ha incassato il 6,3% dei voti, una percentuale che in numeri corrisponde a 2,2 milioni di preferenze su una base teorica di 10 milioni di elettori. Un risultato misero che però palesa una realtà di cui tener conto: anche tenendo in considerazione l’astensionismo, gran parte dei voti che Macron doveva rubare al Partito Socialista se li è già presi al primo turno, mentre un’altra parte (quella più radicata a sinistra) è andata a Mélenchon. Su questa sponda dunque il leader di En Marche! potrebbe avere un raggio d’azione non inesistente, ma limitato.

Stessa cosa per quanto riguarda Marine Le Pen. Come hanno dimostrato le regionali del 2015 gli elettori socialisti scendono più facilmente a compromessi con la loro coscienza politica se in ballo ci sono i repubblicani, ma pensare che dalla destra si spingano addirittura all’estrema destra, appare piuttosto utopico.

Per quanto riguarda invece i 6,9 milioni di elettori di Mélenchon il discorso è diverso. Parliamo di persone che hanno scelto la sinistra più estrema, quella “dura e pura”, quella per i quali Hollande si era già da tempo “venduto l’anima al diavolo”.

È molto difficile immaginare che, nonostante nutrano idee simili sull’Europa, i voti di questi elettori vadano a gonfiare la base del Front National per danneggiare il candidato preferito dell’odiato establishment continentale. Come appare abbastanza improbabile che la maggior parte di essi si “pieghi” a votare per quest’ultimo pur di evitare il predominio dell’estrema destra.

Sembra invece molto più realistico pensare che molti di questi consensi il prossimo 7 maggio si perdano nell’astensionismo. Mélenchon per il momento preferisce tacere: “Non ho ricevuto alcun mandato dai 450mila militanti della mia France Insoumise per pronunciarmi sul secondo turno”. Si farà una consultazione online e in base a quella il candidato dell’estrema sinistra deciderà cosa fare .

Secondo un sondaggio realizzato dal Journal du dimanche tra coloro che al primo turno hanno votato Mélenchon per il ballottaggio le previsioni sarebbero le seguenti: il 52% opterà per Macron, il 12% per Le Pen, il 38% per l’astensione. Diverse le cifre fornite da IPSOS: il 49% preferisce che il suo candidato appoggi Macron al ballottaggio, il 3% Le Pen, 48% non si esprime. In entrambi i casi, nonostante le due rilevazioni appaiano sin troppo ottimistiche, milioni di voti andranno in fumo.

Il bottino più pesante da conquistare è dunque quello rappresentato dai 7 milioni di voti che il 23 aprile sono andati a François Fillon, persone che per storia e ideologia politica si trovano a metà tra l’estremismo di Le Pen e il centrismo di Macron, elettori che magari condividono due o tre punti del programma del primo e altri due o tre della seconda, votanti non troppo lontani né dal candidato di En Marche! né da quella del Front National che rimarranno in bilico fino all’ultimo. Determinante in questo caso potrebbe essere il risultato del dibattito tra i due contendenti organizzato il 3 maggio. Sarà in quel momento che molti potrebbero chiarirsi le idee e scegliere chi votare. Sicuramente l’endorsement di Fillon avrà un suo peso, ma data la disaffezione politica dilagante in tutto il Vecchio Continente pensare che sia determinante è un errore, come lo è credere che dato quanto accaduto in passato in Francia (il cosiddetto “soprassalto repubblicano”) la vittoria di Macron sia scontata, anche perché l’astensionismo potrebbe contare quanto il voto, favorendo in questo caso Le Pen. I giochi rimangono dunque aperti e l’Unione Europea farebbe meglio ad aspettare prima di tirare il tanto atteso sospiro di sollievo.