Elezioni Francia: ecco perché anche all'Italia interessa il risultato delle presidenziali transalpine

Torre Eiffel
La Torre Eiffel a Parigi fotografata durante il tramonto REUTERS/Charles Platiau

Le elezioni francesi sono sempre più vicine e nei prossimi giorni diventeranno l’argomento di conversazione preferito di politologi e opinionisti, pronti a mostrare e a dimostrare tutta la loro erudizione su un tema di cui, diciamoci la verità, alla maggior parte degli italiani frega veramente poco. Non per ignoranza o per noncuranza, ma semplicemente perché l’appuntamento elettorale transalpino che si aprirà il prossimo 23 aprile con il primo turno e si chiuderà il 7 maggio con il ballottaggio viene visto come qualcosa che non ci riguarda.

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“Affari loro, noi abbiamo già i nostri problemi”. Un’affermazione vera solo in parte (quella che i nostri problemi basterebbero e avanzerebbero) se non fosse che purtroppo o per fortuna ciò che accadrà in Francia nelle prossime tre settimane avrà ripercussioni dirette e indirette anche su di noi. Questa elezione è anche l’Unione Europea, è la crisi politica globale scaturita da una recessione economica altrettanto generalizzata, è il legame esistente tra la reazione che i cittadini di tutto il mondo hanno avuto e stanno avendo di fronte a ciò che è accaduto, è il fatto che, nonostante siano in molti a desiderare confini, muri e nazionalismi, per il momento viviamo ancora in una realtà interconnessa dove un singolo avvenimento successo a chilometri di distanza da noi può avere conseguenze pesanti per tutti, a prescindere dal fuso orario.

Le avrà la Brexit appena ci renderemo davvero conto di cosa significa, le avrà il dilettante allo sbaraglio seduto sulla scintillante poltrona della Casa Bianca pronto a porre fine a quella diplomazia che ha assicurato settant’anni di pace globale e le avranno anche le elezioni francesi.

Un appuntamento troppo importante e troppo interessante da studiare, proprio perché non si ferma di fronte ai confini nazionali, ma li travalica con un passo deciso , irrompendo direttamente in quell’orticello tanto caro agli elettori di ogni Nazione, Italia compresa.

Non a caso al centro dei programmi dei vari candidati all’Eliseo c’è proprio la politica estera e il modo in cui i singoli pretendenti “al trono” intendono affrontare il rapporto esistente tra la Francia e il resto dell’Europa. E non caso (due), un’eventuale vittoria di Marine Le Pen, viene vista come una catastrofe per il futuro di un’Unione già zoppa e traballante.

Madame Le Pen ha infatti promesso un referendum sulla cosiddetta Frexit (nonostante sia quasi impossibile da realizzare) e sulla fuoriuscita dall’euro. Il rischio, concreto, è dunque che le elezioni di Parigi rappresentino il colpo di grazia ad un assetto continentale che già di per sé sta affrontando una crisi senza precedenti. Anche se così non fosse, da non sottovalutare sarebbe nemmeno la sua vicinanza a Vladimir Putin, che potrebbe lasciare un’autostrada aperta alle ingerenze russe sull’Europa.

Senza parlare dell’effetto domino che potrebbe riversarsi sulle elezioni tedesche del prossimo autunno e su quelle italiane che, al più tardi, si terranno nella primavera del 2018.

Se ciò non bastasse a dimostrare che dovrebbe fregarcene qualcosa veniamo alle ripercussioni ancora più dirette sull’Italia. La Francia potrebbe uscire dalla NATO, ma soprattutto da Schengen. Il che non significa solo che i “migranti” avrebbero qualche difficoltà in più a circolare da un Paese all’altro, ma che la loro gestione sarebbe lasciata totalmente nelle mani dei Paesi di primo arrivo, come la Grecia e come l’Italia.

E ancora, una vittoria del Front National sarebbe esattamente quello che servirebbe a Matteo Salvini per prendere vigore e conquistare la leadership del centrodestra affossando Forza Italia e dando filo da torcere anche al Movimento 5 Stelle, che potrebbe perdere parte del suo elettorato “più arrabbiato” in favore della ventata d’aria fresca di cui godrebbe il Carroccio.

E se Le Pen perde? Le conseguenze potrebbero essere meno violente, ma tutt’altro che da sottovalutare. Sia perché anche un eventuale primo posto di Jean Luc Mélenchon qualche scossone continentale lo provocherebbe comunque, sia perché ad oggi il programma di Emmanuel Macron, considerato molto più rassicurante da politici investitori, è in realtà una totale incognita, sia perché nemmeno Francois Fillon, il candidato repubblicano sommerso dagli scandali, ad oggi è in grado di proporre una risposta valida a ciò che sta succedendo in Europa.

Questi sono solo alcuni dei motivi per i quali dovrebbe fregarcene qualcosa delle elezioni francesi. E nel caso in cui fossimo riusciti a convincervi vi forniamo una breve panoramica di ciò che sta accadendo in Francia a pochi giorni dal voto.

ELEZIONI FRANCIA: TUTTO CIÒ CHE C'È DA SAPERE


Come detto in precedenza le elezioni Presidenziali si terranno il 23 aprile (primo turno) e il 7 maggio (ballottaggio tra i due candidati con più voti).

La campagna elettorale francese è stata, come da tradizione ormai, davvero pessima: accuse reciproche, scandali giudiziari (non solo quelli di Fillon, ma anche Marine Le Pen ha fatto la sua parte), nessun programma veramente convincente, tanto rumore su questioni secondarie, poco su quelli che avrebbero dovuto essere i punti cardine della questione. Sì, sappiamo che vi ricorda “qualcosa”.

E i sondaggi che dicono? Stavolta i principali istituti demoscopici hanno deciso di andarci un po’ più cauti. Dopo le figuracce rimediate con le elezioni americane di novembre e con la Brexit dello scorso giugno, a Parigi hanno deciso di non sbilanciarsi: al primo turno si stimano quattro candidati in una forchetta di voto risicatissima. Dal basso verso l’alto troviamo Jean Luc Mélenchon, in gran recupero, con il 18,5%, François Fillon con il 19,5%, Marine Le Pen con il 23%, Emmanuel Macron con il 24%.  Per quanto riguarda il ballottaggio invece, il favorito è Macron (se ci arriva), mentre Le Pen (che dovrebbe arrivarci) uscirebbe sconfitta contro tutti i suoi avversari. Con una corsa a quattro comunque, avvertono i sondaggisti, niente può essere considerato scontato. Un modo per dire “noi che poteva succedere di tutto ve lo abbiamo detto, stavolta ci abbiamo preso”.

Facciamo un accenno ai singoli candidati. Marine Le Pen, giusto per chiudere in bellezza la propria campagna elettorale, ha deciso di attaccare il Papa per la sua posizione nei confronti dei migranti per poi sfociare nel negazionismo più becero negando le responsabilità francesi nel rastrellamento del Vel d’HIV del 1942, nel corso del quale 13mila ebrei finirono nei campi di concentramento. Il tutto nonostante avesse promesso di puntare su toni più pacati per catturare un elettorato più ampio.

Come detto, il suo programma è improntato sul nazionalismo e sull’euroscetticismo, sulla protezione dei veri francesi. Qualche esempio? Tassare le imprese che assumono lavoratori stranieri al posto di quelli transalpini, abbassare l’età pensionabile a 60 anni, riservare le politiche sociali ai soli francesi, abolire lo Ius Soli e via dicendo.

In questi mesi anche Le Pen ha dovuto affrontare qualche guaio giudiziario: è stata accusata di aver usato fondi dell’europarlamento per stipendiare la direttrice della sua campagna in Francia. Non solo: il Parlamento europeo le ha revocato l’immunità parlamentare perché nel 2015 aveva twittato immagini di violenze commesse dall’ISIS.

Emmanuel Macron è il candidato preferito di tutti. Ed è proprio questo ciò che potrebbe sfavorirlo dato che ad appoggiarlo ci sono tutti quelli che rientrano nella lunga lista che forma il club denominato “establishment”, dai vertici Ue a Francois Hollande e Manuel Valls. Il suo scopo è quello di raccogliere voti sia a sinistra che a destra. È l’unico tra i candidati ad appoggiare senza se e senza ma l’Unione Europea e propone un programma (abbastanza confuso a dir la verità) liberale ed equilibrato. Vuole un unico ministero dell’Economia europeo, è a favore del Loi Travail (il jobs act francese), ma punta a conquistare i lavori autonomi promettendogli maggiori tutele.

François Fillon si candida invece per il partito Repubblicano, ma la sua corsa verso l’Eliseo è stata caratterizzata da difficoltà e scandali. Fa parte dell’ala più a destra del Partito e su temi come immigrazione e diritti civili il suo programma non si differenzia troppo da quello di Le Pen. Vuole un'Europa in cui contino di più i governi guidata direttorio franco-tedesco (No, l’Italia non l’ha nominata).

Ultimo pretendente con qualche chance (non troppe a dir la verità) di conquistare l’Eliseo è Jean-Luc Mélenchon, il più a sinistra di tutti. Ha guadagnato sempre più consensi grazie alla sua verve nel corso dei dibattiti tra i candidati. È stato ministro dell’Educazione tra il 2000 e il 2002 e fino al 2008 era un esponente del “defunto” Partito Socialista (che sostiene Benoit Hamon).

Euroscettico pure lui (ma di sinistra appunto) per lui la fuoriuscita della Francia dalla UE rappresenta un piano B. La prima opzione prevede infatti di costringere Bruxelles ad attuare una revisione dei trattati. Propone inoltre 1.000 miliardi di investimenti, l’innalzamento del salario minimo e una supertassa sui ricchi.