Elezioni Francia: stavolta Marine le Pen e il Front National le hanno prese di santa ragione

Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale
Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale, nel corso delle elezioni presidenziali francesi REUTERS/Yves Herman/File Photo

Da spauracchio d’Europa a partitino incapace di incidere sulla politica nazionale il passo è stato breve. In soli due mesi l’epopea del Front National di Marine Le Pen viene da molti considerata conclusa, affossata dal voto delle legislative che già dal primo turno sembrano preannunciare il trionfo assoluto del neopresidente Emmanuel Macron.

Ma se a stupire tutti è stata la rapidità con la quale l’inquilino dell’Eliseo è riuscito a portare un partito semisconosciuto in tutti i rami del potere francese, sorprende anche la stessa velocità con la quale la candidata frontista ha deposto le armi, rischiando addirittura di non poter nemmeno formare un gruppo parlamentare in grado di far qualcosa di tangibile all’Assemblea Nazionale.

E quanto siano serie le difficoltà in cui versa il Front National si può intravedere nell’appello che Le Pen ha lanciato ai francesi dopo le proiezioni sul primo turno, appellandosi disperatamente a "Una forte mobilitazione che ci porterà alla vittoria in molte circoscrizioni. E quelle vittorie sono essenziali per consentire l'elezione di un massimo numero di nostri deputati".

Parole alle quali, forse, non crede più nemmeno lei dati i risultati ottenuti alle legislative dell’11 giugno: terzo posto, 13,2% dei voti, quattro milioni di preferenze in meno rispetto alle presidenziali, un risultato peggiore di quello rimediato alle elezioni di cinque anni fa, quando il Front National era riuscito a raggiungere il 13,6%.

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In base al sistema elettorale francese, sembra probabile che il partito dell’estrema destra francese confermi i numeri del 2012, quando conquistò due soli scranni parlamentari. Secondo le previsioni più ottimistiche potrebbe arrivare a 10, ma anche in questo caso cambierebbe poco. La legge francese prevede un minimo di 15 deputati per formare un gruppo parlamentare, un numero ad oggi irraggiungibile che vanifica qualsiasi speranza di rendere il Front National la prima forza politica di opposizione. Questo ruolo sarà interpretato dai Repubblicani che, nonostante le difficoltà, sono riusciti a cadere in piedi, racimolando tra i 70 e i 110 seggi.

Unica nota positiva per il FN in questa marea di brutte notizie potrebbe essere l’elezione, per la prima volta, di Marine Le Pen nella circoscrizione Pas-de-Calais, che comprende il suo feudo di Hénin-Beaumont, dove la leader frontista ha raggiunto il 45% dei voti. Magra consolazione se si tiene conto delle aspettative di 3-4 mesi fa e soprattutto se si osservano le condizioni attuali del partito da lei guidato, preda di pesantissimi dissidi interni e privo di una linea politica convincente.

La volontà di ridimensionare quell’estremismo che aveva caratterizzato il partito sotto la guida di papà Jean-Marie sembra essersi ritorta contro la figlia, facendole perdere i voti dello zoccolo duro del partito che ha preferito rifugiarsi nell’astensionismo. I più moderati hanno invece contribuito a “salvare” i Repubblicani, incapaci di intravedere differenze tangibili tra i programmi politici dei due partiti principali della destra transalpina. Allargando l’orizzonte di osservazione, a contribuire al crollo frontista, secondo numerosi politologi, sarebbe stato anche Donald Trump, la cui elezione sembrava aver dato avvia all’ascesa del populismo anche nel vecchio continente. E invece gli errori del Presidente Usa potrebbero aver convinto i sostenitori del cambiamento “populista” a ritornare sui loro passi, ad evitare di consegnare il Paese nelle mani di un populismo estremo, privo di contenuti e dai programmi opachi, incapace di convincere di fronte ad un altro tipo di cambiamento più risorgimentale che rivoluzionario rappresentato da Macron.

Non a caso tra le critiche più dure riservate al Front National figura proprio l’atteggiamento nei confronti della Frexit, cavalcata nel corso della campagna elettorale per le presidenziali, diventata motivo di lotte interne in quella per le legislative. Sul banco degli imputati c’è Florian Philippot, braccio destro di Le Pen e primo sostenitore della causa antieuropeista portata avanti dal Fronte, accusato di non volersi rassegnare alla chiara tendenza europeista dei francesi, dimostrata con il quasi plebiscito nei confronti di Macron.

A spiazzare la base frontista c’è stato anche il ritiro dalla politica di Marion-Marechal Le Pen, rappresentante della linea più conservatrice del partito che ormai sembra essere stata messa ufficialmente in minoranza, spingendo i sostenitori della prima ora, quelli duri e puri che sostenevano Jean-Marie a guardare altrove.

Tutte difficoltà che, messe insieme, sembrano aver contribuito al forte ridimensionamento del partito che adesso dovrà pensare alla strategia da attuare per risorgere in vista delle elezioni europee del 2019. Nonostante quanto accaduto infatti, rimane fermo quanto affermato all’indomani delle preferenziali: Emmanuel Macron, e in generale i risultati delle elezioni del 2017, rappresentano l’ultima possibilità che gli elettori hanno voluto dare all’Europa. Se nel prossimo futuro l’attuale status quo non verrà messo in discussione e l’Ue rimarrà uguale a se stessa, fra cinque anni Marine Le Pen  e quelli come lei si troveranno davanti praterie immense da conquistare. E in quel caso non ci saranno più “paure estremistiche” che tengano.