Elezioni, i candidati si pagano il posto in Parlamento

  | 28.01.2013 7:30 CET
Parlamento
Un"immagine di una votazione in Parlamento.

Dicasi contributo per la campagna elettorale o sostegno economico al partito. Comunque  lo si chiami, una cosa è certa: i candidati in pole position sia alla Camera che al Senato sono tenuti a pagare un obolo in cambio della poltrona. Pratica diffusa sia nel Pd che nel Pdl. Cambiano solo cifre e modalità di pagamento: 25mila euro per il Popolo della Liberta: "pochi", maledetti e subito. Pure in contanti. Trentacinque mila euro chiede invece  il Pd, comodamente pagabili anche a rate.

A versare la somma i primi sei in lista al Senato e i primi nove in corsa per la Camera.

Ma per i futuri onorevoli la prassi è del tutto normale. "Ciascuno di noi versa la stessa cifra, poi ovviamente se non sei eletto, ti viene restituito fino all'ultimo centesimo", spiega Carlo Giovanardi. A pagare infatti sono i primi della lista, i più sicuri ad entrare in Parlamento e dunque coloro che attraverso stipendio e indennità ricevute a vario titolo rientreranno a pieno delle spese. Poi, come sottolineato da Giovanardi attualmente in corsa per un posto al Senato, qualora l'onorevole che ha versato i soldi non riuscisse ad entrare in Parlamento verrebbe rimborsato.

Filippo Berselli, senatore e coordinatore del Pdl in Emilia Romagna, aggiunge: "Non vuol dire pagarsi il posto ma fare un investimento, che, se si tiene conto degli stipendi da parlamentari, non è poi così elevato. In fondo, prima del Porcellum, quando c'era ancora il sistema con le preferenze, ognuno per guadagnarsi i voti doveva tirare fuori i soldi per spot, cartoline, santini, cartelloni e manifesti, andando a sborsare molto di più. Per questo oggi pagano tutti con il sorriso sulle labbra".

 

 

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