Elezioni Paesi Bassi: la diga regge l'urto di Wilders, ma il populismo europeo è tutt'altro che sconfitto

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Mark Rutte tappa con un dito la diga europea contro il populismo IBTimes Italia/Irwing Phan

In Olanda c’è una leggenda molto diffusa che oggi viene utilizzata per descrivere simbolicamente il risultato delle elezioni parlamentari che avrebbero potuto sancire la vittoria di Geert Wilders e che invece concedono all’Unione Europea ancora un po’ di tempo per riorganizzarsi e per evitare che l’ondata estremista inondi l’intero continente distruggendo quel poco di buono che è stato costruito negli ultimi 30 anni.

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Racconta la storia di Hans, un bambino che abitava ad Haarlem , vicino al mare del Nord, e che salvò la sua città da un’inondazione che avrebbe potuto annientare tutto ciò che incontrava sul suo cammino. Haarlem era una terra situata sotto il livello del mare, riparata da una diga che la proteggeva dalla forza delle onde. Un giorno Hans andò a fare una passeggiata con il fratello e, inoltrandosi lungo il percorso disabitato che costeggiava l’argine, si accorse che nella diga c’era un buco dal quale l’acqua sarebbe potuta passare mettendo in pericolo la sopravvivenza della stessa città. Preso dal panico, decise di tappare il buco con un dito, dicendo al fratello di correre a chiedere aiuto agli adulti. Dopo molte ore di attesa, suo padre e i suoi vicini di casa arrivarono in soccorso, tapparono la falla e riuscirono a mettere in sicurezza Haarlem .

Ad Amsterdam sono in molti oggi a paragonare Mark Rutte al piccolo Hans. La vittoria del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) rappresenta il dito che, tappando il buco, blocca momentaneamente lo tzunami estremista , ma se gli adulti olandesi ed europei non arriveranno in fretta a riparare ciò che si è rotto, l’acqua passerà comunque, è solo questione di tempo.

ELEZIONI OLANDA: I RISULTATI

I liberal democratici del VVD guidato da Mark Rutte si confermano primo partito del Paese conquistando 33 seggi sui 150 della Camera Bassa degli Stati Generali olandesi. Pur perdendo 8 scranni rispetto alla precedente tornata elettorale, la vittoria sul Partito della Libertà di Geert Wilders è assicurata. Il PVV si ferma a 20 seggi (+ 5 rispetto al 2012, 13,1% delle preferenze), un risultato che consente all’intero continente di tirare un sospiro di sollievo e di considerare momentaneamente sconfitta l’ascesa dell’estremismo, dell’islamofobia e dell’euroscetticismo, almeno fino al prossimo 20 aprile, giorno in cui si terrà il primo turno delle elezioni francesi che rimetteranno tutto in gioco. Al terzo posto i democristiani del CDA (+6 seggi) e i liberali progressisti del D66 (+7) che ottengono 19 seggi ciascuno.

Come da aspettative GroenLinks (i Verdi di sinistra per intenderci) mettono in scena un vero e proprio exploit, salendo da 4 a 15 seggi, mentre i laburisti del PVDA subiscono la tendenza contraria. Un tracollo senza possibilità di appello che porta il partito della sinistra tradizionale dai 38 seggi del 2012 ai 9 di oggi. È il peggior risultato della storia del Labour Party olandese e un pessimo segno per gli altri partiti della sinistra europea, socialisti francesi in primis. Riescono a conquistare il Parlamento dell’Aia anche 3 rappresentanti del partito antirazzista Denk, fondato da Tunahan Kuzu e Selcuk Ozturk, deputati turco-olandesi che per la prima volta entrano negli Stati Generali.

Superato lo spauracchio Wilders, da oggi si pensa alla formazione del Governo di coalizione. Il Premier incaricato Rutte cercherà di siglare un accordo con il CDA e D66. Uniti, i tre partiti potranno contare su 71 seggi su 150, 5 in meno della maggioranza necessaria per governare. Per questo motivo, con ogni probabilità, Rutte cercherà di far salire sul carro del vincitore anche i Verdi di Jesse Klaver. Ciò che è certo è che le trattative non saranno brevi.

A Wilders, nonostante abbia ribadito la propria disponibilità a far parte della coalizione di Governo, toccherà la guida dell’opposizione, un’opposizione che a prescindere da tutto non è mai stata così forte e potente come oggi.

È LA FINE DEL POPULISMO? NEMMENO PER SOGNO

"L'Olanda ha detto no al populismo" : sono queste le parole con le quali Mark Rutte ha festeggiato i risultati dei primi exit poll che gli consegnavano anticipatamente la vittoria. E sono sempre queste le parole con le quali i principali giornali d’Europa hanno accolto la sconfitta di Geert Wilders e il predominio di una forza europeista all’Aia. Peccato che non ci sia nulla di più falso. In primis perché, allo scopo di vincere, il leader del VVD è stato costretto a giocarsi il tutto per tutto, facendo suoi i toni e i temi tipici del populismo e del nazionalismo e arrivando addirittura a scatenare una guerra diplomatica con la Turchia che non ha precedenti. Ha dato un colpo al cerchio europeista e uno alla botte estremista. Tornando al Governo sarà dunque costretto a mantenere promesse che poco hanno a che fare con la moderazione e il liberismo tipici del suo partito e molto con la chiusura e con le argomentazioni del PVV. In secondo luogo, Wilders ha perso una battaglia, ma non la guerra. La frammentazione parlamentare derivante da queste elezioni consentirà al leader islamofobo di continuare a veicolare l’agenda politica olandese dagli scranni dell’opposizione. Pensare che le sue richieste possano essere totalmente ignorate e che l’europeismo possa prevalere su una realtà così frazionata sarebbe un’utopia.

LE PROSPETTIVE SU FRANCIA E GERMANIA

La vittoria di Rutte è stata determinata dall’altissima percentuale di affluenza (82%) che ha dimostrato come spesso i cittadini possiedano un maggior senso di responsabilità di chi li governa e rappresenta.

Di fronte alla minaccia rappresentata dall’islamofobia, dall’estremismo di destra e dalla xenofobia di Wilders, gli olandesi sono andati in massa a votare, una sorta di chiamata alle armi contro la violenza rappresentata dai programmi vacui  e ai limiti della legalità del PVV. Lo stesso è già accaduto a dicembre in Austria (dove il verde Van Der Bellen è riuscito a sconfiggere l’estremista Hofer) e lo stesso potrebbe accadere tra un mese in Francia e tra sei mesi in Germania.

I dati sembrano dunque dimostrare che una maggiore partecipazione politica può rappresentare l’argine più solido contro l’ondata populista.

Il 23 aprile si terrà il primo turno delle elezioni francesi (ballottaggio il 7 maggio), dove toccherà all’enfant prodige Emmanuel Macron cercare di fermare l’ascesa verso l’Eliseo di Marine Le Pen e del suo Front National, dopo la precoce “dipartita politica” di Francois Fillon. La tradizione transalpina sembra suggerire che potrebbe verificarsi uno scenario simile a quello visto il 15 marzo in Olanda. È già successo nel 2002 (e in parte alle regionali del 2015), quando per impedire a Jean Marie Le Pen di conquistare la presidenza, l’elettorato francese andò compatto a votare per Jacques Chirac che, raccogliendo anche i voti dei socialisti (invitati a votare per il candidato gollista dal loro stesso partito) riuscì ad imporsi con l’82,2% dei consensi su Le Pen padre, ponendo in essere quello che la storia ha denominato “soprassalto repubblicano”.

In Germania invece le speranze sono riposte su Angela Merkel e Martin Schulz , due candidati che, con le dovute differenze, andrebbero comunque bene all’establishment europeo. Tutto pur di mettere un freno al populismo e all’estremismo che anche a Berlino riescono ad attrarre un numero sempre più cospicuo di cittadini.

L’EUROPA È CHIAMATA A RISPONDERE

Nonostante le partite più importanti, vale a dire le elezioni in Francia e in Germania, debbano ancora essere giocate, i risultati del voti di Austria e Germania danno un po’ di fiato all’Unione Europea dopo quanto accaduto nel 2016 con il trionfo della Brexit nel Regno Unito e di Donald Trump negli Stati Uniti d’America, dimostrando che non tutto è ancora “perduto”, che c’è ancora spazio per recuperare. Per farlo però occorre cambiare, occorre smettere di parlare, di scimmiottare i toni e i linguaggi del populismo e di lasciare spazio al pragmatismo e alla concretezza.

Le elezioni della piccola Olanda rappresentano in realtà una grande lezione. Geert Wilders, con la sua islamofobia e con la sua xenofobia, è riuscito a dare forza al populismo e all’antieuropeismo nutrendosi degli errori compiuti nel corso degli ultimi decenni non solo ad Amsterdam, ma anche a Berlino, Parigi, Bruxelles, Roma. Non a caso l’elettorato del leader di estrema destra si concentra nel sud cattolico dei Paesi Bassi, soprattutto nella provincia del Limburgo, nelle aree di confine più povere del Paese, nei quartieri-dormitorio attorno a Rotterdam e alle grandi città del nord-ovest. In base agli studi, lo hanno votato soprattutto gli uomini, con un grado di istruzione medio-basso, preoccupati dall'immigrazione e arrabbiati con l’élite.

A consentire la sua ascesa sono state le disuguaglianze sociali e reddituali scaturite dalla crisi finanziaria del 2007, ma anche il totale fallimento delle politiche di accoglienza realizzate dall’UE. Finché la parola immigrazione continuerà ad essere sinonimo di ghettizzazione e separazione sociale, il populismo troverà terreno fertile per crescere e le vittorie di oggi si trasformeranno in sconfitte certe domani. Probabilmente ci troviamo davvero di fronte all’ultima occasione.

Se il modello portato avanti dall’Europa continuerà ad essere rappresentato dalle varie banlieue francesi, dal quartiere Moolenbeck di Bruxelles, da Slotevart ad Amsterdam, da Rosengård a Malmö e via dicendo l’estremismo continuerà a proliferare.

Il tema adesso è tutto politico. Se i governanti europei, insieme, riusciranno a trovare una soluzione, l’ondata populista andrà scemando. Se al contrario si continuerà a salvaguardare l’odierno status quo senza affrontarne il totale fallimento, la prossima volta il giornali parleranno di un plebiscito estremista.

Un ruolo fondamentale lo giocherà la sinistra, la stessa sinistra che oggi è ridotta ai minimi storici in Olanda e in Francia , che è implosa nel Regno Unito, che affronta pesantissime difficoltà in Italia e che non riesce a trovare il bandolo della matassa in Germania.

Se i tradizionali partiti progressisti non riusciranno a reagire di fronte alla crisi odierna, mostrando reazioni forti e convincenti, l’escalation della destra estrema non potrà essere bloccata. Attualmente a prevalere è il disorientamento, nessuno sembra riuscire a trovare una risposta convincente: chi cerca di raccogliere consensi al centro, perde lo zoccolo duro del proprio elettorato, chi invece decide di spingersi ancora più a sinistra, lascia sul terreno il consenso dei moderati, chi decide di imitare il populismo ne esce sconfitto. Il risultato è una totale impasse che nulla risolve e nulla risolverà.

L’ANOMALIA ITALIANA

All’interno del contesto europeo, l’Italia potrebbe presto rappresentare un’anomalia. Dopo le vittorie europeiste in Austria e Olanda, se le aspettative verranno ancora una volta confermate, anche Francia e Germania dovrebbero riuscire a “salvarsi” dal populismo.

I sondaggi parlano di una possibile vittoria al cardiopalma di Macron a Parigi e di un testa a testa tra Merkel e Schulz in Germania.

Poi, con ogni probabilità nella primavera del 2018, toccherà a noi e il risultato potrebbe essere diverso. In Italia, pur con le palesi difficoltà, un partito di sinistra forte c’è ancora, mentre al contrario di quanto accaduto e potrebbe accadere altrove, i dati (leggasi referendum costituzionale) sembrano dimostrare che l’alta affluenza non favorisce il predominio dell’attuale establishment ma l’ascesa del populismo che da noi, con le dovute differenze rispetto all’estero, è rappresentato dal Movimento 5 Stelle. La “chiamata alle armi” potrebbe dunque trasformarsi in un boomerang per Renzi & Co. A meno che, nel corso di questi mesi, la sinistra italiana non riesca a compattarsi e a dare delle risposte concrete (il che, probabilmente, è un’utopia), potrebbe essere l’Italia a trasformarsi nel vero baluardo del populismo continentale. Gli altri invece potrebbero avere un po’ di tempo in più per trovare una soluzione. Per il momento i vari Rutte, Macron, Merkel o Schulz sono come il piccolo Hans. Possono riuscire a tappare momentaneamente il buco, ma gli adulti che riparano definitivamente la diga sono ancora molto lontani.

Immagine di apertura: Irwing Phan