Elezioni USA: una vittoria di Trump sarebbe un disastro per l'ambiente

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Sotto, la democratica Hillary Clinton; in alto, il repubblicano Donald Trump: saranno loro due a contendersi la poltrona di Presidente degli Stati Uniti REUTERS/Carlo Allegri/Shannon Stapleton/Files

Tra poche ore i cittadini degli Stati Uniti saranno chiamati alle urne per scegliere il loro nuovo presidente. Come anche i meno informati sapranno, in lizza per la Casa Bianca sono il repubblicano Donald Trump e la democratica Hillary Clinton, che ormai da mesi si sfidano a colpi di comizi, convention e confronti televisivi nei quali sono stati sviscerati tutti gli aspetti della loro idea politica.

In questo articolo proveremo a concentrarci su uno solo di questi aspetti, ossia quali siano le posizioni dei due candidati in merito all'ambiente, al cambiamento climatico ed ai suoi rischi. Si tratta di una chiave di lettura che permetterà di dare uno sguardo più specifico su quale potrà essere il comportamento del nuovo inquilino (o della nuova inquilina) del 1600 di Pennsylvania Avenue in materia ambientale.

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Il cambiamento climatico è l'insieme dei fenomeni che sta portando ad un progressivo aumento delle temperature su scala globale, un processo che potrebbe portare a risultati devastanti per l'intero pianeta nel caso non si dovesse intervenire rapidamente e con decisione. Sull'impatto che il cambiamento climatico potrebbe avere proprio nelle scorse settimane è stato diffuso un documentario estremamente interessante intitolato "Punto di non ritorno" (Titolo originale: "Before The Flood"), nel quale il Premio Oscar Leonardo Di Caprio racconta l’impatto devastante del "climate change" sul nostro pianeta.

Spesso la questione su cambiamento climatico e riscaldamento globale viene presentata come ancora "dibattuta" all'interno della comunità scientifica. In realtà, tutte le meta-analisi sull'argomento mostrano come il consenso sull'esistenza del cambiamento climatico e su come questo sia causato principalmente, se non totalmente, dall'uomo non scenda mai sotto il 90% della comunità scientifica ed in alcuni casi raggiunga addirittura il 100%. 

consenso scientifico cambiamento climatico Questo grafico è tratto da uno studio del 2016: mostra una correlazione estremamente altra tra la competenza nell'ambito delle scienze relative al clima ed il concordare sul fatto che il cambiamento climatico esista e sia causato dall'uomo. In altre parole: più uno scienziato ne capisce di clima, più è convinto che il cambiamento climatico sia una conseguenza delle attività umane.  John Cook

Prima di addentrarci in qualsiasi discorso specifico, è bene specificare da subito come il ticket repubblicano, formato da Trump e da Mike Pence, suo candidato vice-presidente, sia decisamente rivedibile sia nell'accettazione delle realtà scientifiche che anche soltanto nella comprensione di cosa sia la scienza e di come funzioni.

Due rapidi esempi. Come potete vedere dal tweet sottostante, Trump è uno dei tanti convinti che esista un qualche tipo di nesso causale tra i vaccini e l'autismo: un'ipotesi seppellita sotto una tale mole di evidenze scientifiche che è incredibile che ancora se ne parli. Il suo vice-presidente non gli è da meno: Pence fa infatti parte del 42% di americani che, secondo un sondaggio Gallup, credono nel creazionismo e non nell'evoluzione. Secondo l'aspirante VP, quest'ultima dopotutto è "solo una teoria", come ha spiegato davanti al Congresso USA dimostrando di non capire cosa significhi il termine "teoria" in ambito scientifico.

In primo luogo, vogliamo fornirvi un dato interessante, giusto per capire quanto questo tema sia considerato rilevante come argomento di discussione politica negli USA. In base alle trascrizioni dei tre dibattiti fornite dal Washington Post, le parole "climate change" non sono state esattamente centrali. Nel primo dibattito (26 settembre) sono state pronunciate una sola volta, dalla Clinton, in riferimento alla convinzione di Trump che il cambiamento climatico sia una bufala (ci torneremo).

Clinton: Donald pensa che il cambiamento climatico sia un imbroglio perpetrato dai cinesi. Io penso sia vero.

Trump: Non è vero. Non è vero. Non l'ho detto.

Nel secondo dibattito (9 ottobre) le cose non sono andate meglio: le parole "climate change" sono state nuovamente pronunciate solo una volta, ancora dalla Clinton, ma di nuovo più per rimarcare una differenza con Trump che per discutere delle sue implicazioni.

Clinton: Quindi io ho una politica energetica completa, ma include realmente la lotta al cambiamento climatico, perché io penso che sia un serio problema.

Infine, il terzo dibattito (19 ottobre): le cose non cambiano minimamente. Le parole "climate change" sono state pronunciate soltanto una volta, di sfuggita, dalla Clinton. Neanche stavolta si è scesi nel concreto dell'argomento, ma se ne è parlato di sfuggita, all'interno di un discorso più ampio.

Clinton: Nuovi posti di lavoro ed energia pulita. Non soltanto per combattere il cambiamento climatico, che è un serio problema, ma per creare nuove opportunità e nuovi affari.

Possiamo quindi partire da un presupposto, e cioè che entrambi i candidati non considerano il cambiamento climatico come un argomento sufficientemente rilevante da essere affrontato nei dibattiti, nel corso dei quali si è parlato praticamente di tutto: Trump non ha mai detto nulla in merito nei tre incontri, la Clinton l'ha menzionato molto marginalmente. La cosa non è particolarmente rassicurante. Ovviamente, questo significa anche che i moderatori non hanno ritenuto che questo fosse un argomento sufficientemente interessante da porre una domanda specifica ed ineludibile.

clinton trump Uno dei dibattiti fra Hillary Clinton e Donald Trump  REUTERS/Mark Ralston/Pool

Per avere informazioni in merito alle posizioni dei due candidati è quindi necessario andare a cercare le loro dichiarazioni rilasciate in altri contesti rispetto ai dibattiti. Partiamo proprio dalla già citata "teoria del complotto" di Trump: durante il primo dibattito il candidato repubblicano ha affermato di non aver mai detto che il cambiamento climatico sia una bufala. Sfortunatamente per lui, la sua passione per Twitter lo ha portato a scrivere tweet piuttosto inequivocabili in merito. Qui sotto potete trovare una piccola selezione.

Il fatto che Trump non abbia cancellato questi tweet dimostra chiaramente come, a differenza di molti politici nostrani, quantomeno il candidato repubblicano abbia capito come la cosa sia fondamentalmente inutile: resta sempre traccia di tutto. Tornando al tema principale, la posizione ufficiale di Trump sul cambiamento climatico è che questo esista, ma che stia accadendo per cause naturali e non perché sono gli uomini a provocarlo: questo è ciò che ha spiegato Kellyanne Conway, manager della sua campagna, durante un'intervista rilasciata alla CNN a settembre di quest'anno.

Il che in effetti è molto strano, considerando come Trump (insieme a tre dei suoi figli) risulti tra i firmatari di una lettera aperta indirizzata nel 2009 al presidente Obama, nella quale si auspicano "misure significative ed efficaci per combattere il cambiamento climatico, una sfida immediata che gli Stati Uniti ed il mondo si trovano di fronte". Nessuna menzione a "cause naturali", anzi: si fa esplicito riferimento alla necessità di "ridurre le dannose emissioni che stanno mettendo a rischio il nostro pianeta".

Ricapitolando, si è partiti da "Il cambiamento climatico esiste, è causato dall'uomo ed è un problema serio", si è passati da "Non esiste, è una bufala creata da e per i cinesi", e si è arrivati a "Esiste ma non è causato dall'uomo". Il tutto nel giro di pochi anni.

La posizione di Hillary Clinton sul tema è invece sempre stata relativamente coerente, portandola ad assumere anche posizioni forti in merito (il che lascia qualche perplessità sul perché ne abbia parlato così poco nei dibattiti). In primo luogo, la candidata democratica ha sempre detto di accettare il consenso scientifico in merito al cambiamento climatico ed ha fortemente criticato i "negazionisti" che respingono le prove che la scienza ha da offrire in merito.

Prima abbiamo detto come Clinton e Trump non abbiano mai parlato di cambiamento climatico nei loro dibattiti. Questo è certamente vero, ma c'è comunque stato un confronto tra i due: a settembre il sito ScienceDebate.org ha invitato gli sfidanti (insieme al candidato del Partito Libertariano, Gary Johnson, ed a quella dei Verdi, Jill Stein) a rispondere in forma scritta a 20 domande riguardanti le posizioni su diversi temi di carattere scientifico.

La Clinton ha fornito una risposta nel merito e piuttosto particolareggiata, ribadendo dei punti già messi in luce nella sua attività politica come la necessità di aumentare la quantità di energia pulita prodotta, anche grazie a forti sgravi fiscali. Trump, pur non assumendo posizioni forti come quelle del "complotto cinese", ha provato ad utilizzare un artifizio retorico che in Italia definiamo, con un tecnicismo che forse non sarà comprensibile a tutti, "buttarla in caciara". Questa è stata la sua risposta:

C'è ancora tanto su cui bisogna indagare nel campo del "cambiamento climatico". Forse l'uso migliore delle nostre limitate risorse finanziarie dovrebbe avere a che fare con l'assicurarsi che ogni persona nel mondo abbia acqua pulita. Forse dovremmo focalizzarci con l'eliminare malattie persistenti nel mondo come la malaria. Forse dovremmo focalizzarci sugli sforzi per incrementare la produzione di cibo per tenere il passo con una popolazione mondiale in continua crescita. Forse dovremmo concentrarci sullo siluppo di fonti di energia che allevino la necessità di dipendere dai combustibili fossili. Dobbiamo decidere come procedere per il meglio in modo da rendere le vite migliori, più sicure e più prospere.

Andando sul concreto, quali sarebbero quindi le mosse dei due candidati in tema ambientale se dovessero effettivamente raggiungere lo Studio Ovale? Le posizioni espresse nel corso della campagna elettorale sono riassunte nell'infografica sottostante.

clinton trump ambiente riscaldamento globale Confronto tra le politiche annunciate in tema ambientale da Donald Trump e Hillary Clinton in caso di elezione  IBTimes Italia / Immagine Clinton: Gage Skidmore-CC BY-SA 3.0 / Immagine Trump: Michael Vadon-CC BY-SA 2.0

Le politiche ambientali annunciate da Trump sono quindi piuttosto inquietanti. In particolare, preoccupano le posizioni in merito agli accordi siglati durante la Conferenza di Parigi dell'anno scorso: "Obama ha fatto entrare gli USA negli accordi sul clima, unilateralmente e senza il permesso del Congresso", ha affermato il candidato repubblicano durante un comizio a maggio. "Questo accordo dà a burocrati stranieri il controllo su ciò che stiamo facendo sulla nostra terra nel nostro paese. Cancelleremo l'accordo di Parigi e fermeremo tutti i pagamenti statunitensi ai programmi delle Nazioni Unite sul riscaldamento globale".

Secondo i dati diffusi dal suo staff, le politiche ambientali (o, per meglio dire, anti-ambientali) di Trump garantiranno un ritorno economico pari a 700 miliardi di dollari l'anno per i prossimi 30 anni, faranno aumentare gli stipendi di 30 miliardi di dollari e creeranno milioni di nuovi posti di lavoro. D'altra parte, secondo uno studio Lux Research, in base ai diversi programmi nel corso di due mandati un'amministrazione Trump causerebbe l'emissione di 3,4 miliardi di tonnellate di CO2 nell'atmosfera in più rispetto a due mandati della Clinton. 

Il raffronto fra i due contendenti sembra quindi impietosamente a favore della Clinton, se non altro perché Trump pare intenzionato ad infiaschiarsene di accordi internazionali assolutamente fondamentali per il futuro dell'ambiente a livello globale, cosa che rischierebbe di scatenare un pericoloso effetto-domino: quanto tempo ci vorrebbe, nel caso tutto questo dovesse avvenire, prima che qualche altra nazione decida che se quei patti non vengono rispettati dagli USA non devono rispettarli neanche loro?

Certo è che i programmi sbandierati ai quattro venti dalla Clinton (promozione energie pulite, basta vantaggi alle compagnie petrolifere) vanno presi col dovuto beneficio d'inventario, se non altro perché quest'ultima elezione sta segnando una decisa singolarità dal punto di vista dei finanziamenti.

Dal 1989 ad oggi, l'industria petrolifera e del gas naturale statunitense ha speso circa 500 milioni di dollari in finanziamenti di campagne elettorali. Di questi, circa il 60% è stato destinato a rimpinguare le casse dei comitati elettorali del Partito Repubblicano. Questa elezione è stata però un'eccezione: secondo un report del Wall Street Journal, in questo caso la proporzione dei contributi forniti dai lavoratori di questo settore è clamorosamente sbilanciata a favore della Clinton: al 30 luglio, l'ex-First Lady aveva ricevuto 525.000, oltre il triplo dei 149.000 dollari ottenuti da Trump.

Peraltro, a quei soldi vanno ad aggiungersi alcuni finanziamenti tracciati da Greenpeace: 2,65 milioni di dollari provenienti da varie lobby legate al settore dei combustibili fossili ed altri 4 milioni diretti a Priorities Action USA, uno dei Super PAC che sostiene la candidata democratica, provenienti anche in questo caso dall'industria dei combustibili fossili.

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Non sappiamo cosa abbia spinto i dipendenti dell'industria petrolifera americana a puntare in modo così deciso sulla Clinton né i lobbysti del settore a finanziare una candidata che, a parole, si è mostrata decisa a tagliarli fuori da qualsivoglia tipo di sgravio fiscale al quale abbiano avuto diritto fino ad ora. Ma ancor meno possiamo sapere cosa potrebbe rispondere la Clinton se questi finanziatori le chiedessero di restituire il favore.

In definitiva, la Clinton potrebbe avere dei problemi a mantenere le molte ed importanti promesse fatte in campagna elettorale. Ciò non toglie che anche una sua totale incapacità a trasformare in realtà queste dichiarazioni sarebbe comunque preferibile (e di molto) ad un Donald Trump che si insedia alla Casa Bianca e riesce a mettere in atto anche solo una parte del suo programma in questo ambito. Al netto di qualsiasi altra perplessità su qualsivoglia altro aspetto delle posizioni politiche dei due candidati, una vittoria di Trump rischierebbe di trasformarsi in un disastro per l'ambiente a livello globale