ENI, Saipem e le tangenti in Algeria: l'ex AD Scaroni smentisce l'azienda

di 17.07.2015 16:26 CEST
Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni
Paolo Scaroni, ex Amministratore Delegato Eni Reuters

E' un circolo vizioso di smentite e contro-smentite quello che si sta delineando tra l'ENI e Paolo Scaroni, ex amministratore delegato del gruppo, indagato per presunta corruzione internazionale relativamente ad alcune concessioni in Algeria. Solo una settimana fa, il 'cane a sei zampe' escludeva categoricamente la possibilità che Claudio Descalzi (attuale AD di ENI, indagato per presunta corruzione internazionale in Nigeria) conoscesse Farid Bedjaoui, ritenuto dall'accusa l'intermediario di una maxi tangente da 197 milioni di euro versata, secondo l'ipotesi degli inquirenti, da Saipem (controllata Eni) ad alcuni politici algerini.

Ma dalla trascrizione dei verbali dell'interrogatorio di Scaroni davanti ai PM milanesi Fabio De Pasquale, Isidoro Palma e Giordano Baggio dello scorso 10 luglio, sembra emergere un'altra versione. Non a caso, alla richiesta "se c'è una ragione per cui Descalzi e Cao (Stefano Cao, ex responsabile per Eni della divisione Exploration and Production, oggi AD di Saipem) non hanno mai conosciuto Farid", Scaroni ha risposto: "di questo non ne sarei così sicuro almeno per quanto riguarda Descalzi a leggere le carte".

Per quanto riguarda Cao, continua Scaroni, "non so cosa sapesse". Tuttavia, facendo riferimento ad una mail inviata dall'ex AD di Eni all'attuale numero uno di Saipem, Scaroni specifica: "dico sostanzialmente era al corrente che vedevo Farid e dei temi trattati". 

Ad ogni modo, tornando a parlare della presunta conoscensa tra Desclazi e Bedjaoui, lo stesso Scaroni ha aggiunto: "a me non interessa, non è che perché uno ha incontrato il segretario particolare del ministro che c'è qualcosa di rilevante". Al di là tuttavia del giudizio dell'ex AD di Eni, ciò che si evince dalle parole messe a verbale in seguito all'interrogatorio è una sostanziale smentita, appunto, di quanto sostenuto preventivamente dal gruppo del 'cane a sei zampe'. E anche se non c'èalcuna rilevanza a livello penale, è certo che la dissonanza tra le due versioni getta ulteriori ombre sul caso Saipem.

Scaroni, Saipem e le presunte tangenti in Algeria

L'iscrizione al registro degli indagati di Paolo Scaroni viene resa nota nel febbraio del 2013. All'attenzione degli inquirenti, come già accennato, una presunta corruzione internazionale che, a fronte di una maxi tangente da quasi 200 milioni di euro, avrebbe garantito ad Eni un controvalore miliardario.

Protagonisti dell'inchiesta, per cui si è arrivati ad una richiesta di rinvio a giudizio lo scorso febbraio per Scaroni ed altre 7 persone, sono quindi Saipem (controllata ENI in Algeria), Farid Bedjaoui, una società a lui riconducibile, la Pearl Partners, e una pioggia di milioni che tra il 2007 e il 2010 sarebbero stati versati sotto forma di diverse utilità allo stesso Bedjaoui, denaro che infine sarebbe stato girato all'allora ministro algerino dell'Energia, Chekib Khelil, e ad altri uomini politici di Algeri. Il tutto, sostiene l'accusa, per strappare "contratti da parte di Saipem per un totale complessivo di 8 miliardi di euro".

Tra le ultime novità più rilevanti del caso, nel gennaio di quest'anno emerse un'intercettazione telefonica risalente al 2013 tra Scaroni e l'allora ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera, telefonata nel quale l'ex AD di Eni spiegava relativamente al caso Saipem: "io son pure d’accordo che siano in qualche modo delle tangenti date alla politica algerina, non sappiamo bene a chi, ma a qualche algerino". Una dichiarazione, tuttavia, ridimensionata nell'interrogatorio del 10 luglio dallo stesso Scaroni: "la telefonata del ministro riguardava un altro tema, adesso è inutile dirlo…”.

Descalzi e le presunte mazzette nigeriane 

Come già accennato, anche l'attuale AD di ENI, Claudio Descalzi, è coinvolto in un'indagine per corruzione internazionale. In questo caso, tuttavia, il presunto reato si sarebbe consumato in Nigeria, nel 2011.

Allora Descalzi siedeva ai vertici della divisione Oil&Gas di ENI. Secondo gli inquirenti, insieme a Roberto Casula (ex presidente della controllata ENI in Nigeria, Nigerian Agip Exploration Ltd) e il faccendiere Luigi Bisignani,  Descalzi si sarebbe quindi reso protagonista di una sistema corruttivo che, attraverso l'intermediario nigeriano Emeka Obi, avrebbe versato tangenti per oltre 200 milioni di euro ad alcuni pubblici ufficiali del Paese, così da ottenere la concessione per l'esplorazione petrolifera Opl 245.

Nell'ambito dell'inchiesta, a Obi sono stati sequestrati due conti, uno inglese l'altro svizzero, per un valore totale di 190 milioni di euro. Emblematici, secondo gli inquirenti, alcuni incontri avuti da Descalzi con altri protagonisti dell'indagine. Nel febbraio 2010, l'attuale AD di Eni sedeva al tavolo con Etete (ex ministro del petrolio nigeriano), Obi e Agaev (altro intermediario). Ancora, dall'agosto all'ottobre dello stesso anno, “Obi si è incontrato frequentemente con Eni e in particolare con Descalzi”.