Eutanasia e testamento biologico, dj Fabo non smuove le coscienze: l'Italia resterà il Paese in cui peccato è sinonimo di reato

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Cardinali prima di un concistoro in una foto d'archivio REUTERS/Tony Gentile

Dobbiamo rassegnarci a vivere in un Paese in cui peccato è sinonimo di reato. In una Nazione in cui per non ledere la sensibilità religiosa di alcuni si negano i diritti di molti altri, attraverso imposizioni che sfociano addirittura nell’obbligo di sopravvivere, di soffrire. Si può scegliere di vivere, ma non si può scegliere di morire. La libertà di scelta si applica solo ed esclusivamente ad una faccia della medaglia. Sull’altra solo silenzio e imbarazzo nel migliore dei casi, nel peggiore critiche, anatemi e minacce di eventuali punizioni divine.

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Se il problema riguardasse solo eutanasia, suicidio assistito e testamento biologico sarebbe già un bel passo avanti. E invece no perché tutto ciò che mette in difficoltà la morale cattolica di una parte della popolazione si trasforma in un divieto e in un’imposizione per l’altra. Gli esempi sono tanti ed eclatanti. Basta guardare il dibattito su aborto e obiezione di coscienza arrivato sulle prime pagine dei giornali dopo la decisione della Regione Lazio di assumere due medici non obiettori per garantire l’applicazione della legge 194. Una decisione bocciata anche dallo stesso ministro della Salute, Beatrice Lorenzin (la donna alla guida dell’ente che prima di ogni altro dovrebbe preoccuparsi di tutelare la salute dei pazienti e non le loro anime) nonostante sia palese che in un Paese in cui la percentuale media di medici obiettori supera il 70% (con punte del 90% in alcuni territori), le uniche dichiarazioni che quello stesso ministero dovrebbe rilasciare dovrebbero essere di denuncia e condanna. E invece il diritto dei medici di dire No viene prima del diritto delle donne di scegliere, di avere accesso ad una pratica ammessa dalla legge da quasi quarant’anni, di non dover fare da sole e in clandestinità, sperimentando sofferenze fisiche e psicologiche ancora più elevate di quelle cui sono sottoposte a prescindere dal luogo e dal momento in cui si decide di avvalersi di un diritto che garantisce dolore in ogni caso.

Se qualcuno avesse bisogno di altre “prove”, senza andare troppo indietro è sufficiente ricordare quanto accaduto l’anno scorso con le Unioni Civili, una legge attesa per decenni e approvata solo perché privata di uno dei suoi capisaldi, quelle stepchild adoption che infastidivano la sensibilità cattolica di parlamentari e cittadini che la possibilità di adottare il figlio del partner ce l’hanno e ce l’avrebbero avuta in ogni caso. Ma i bambini devono essere cresciuti da mamma e papà, non da mamma e mamma e mai da papà e papà, questo direbbe la religione, quindi i nostri coraggiosi rappresentati hanno preferito non decidere, lasciando un vuoto normativo grosso quanto una casa che i giudici devono colmare caso per caso, senza alcuna garanzia per chi vorrebbe essere genitore davanti alla legge, esercitando già questo ruolo nella vita quotidiana.

In tutti e tre i casi alla radice delle polemiche, dei dissidi e soprattutto dei diritti negati c’è lo stesso identico problema che l’Italia non riuscirà mai a superare. In tutti e tre i frangenti i diritti si fermano davanti alla religione, la morale prevale sulla tutela, il lassismo della politica diventa primario rispetto alla volontà dell’elettorato e non ci sono elezioni, né Costituzione che tengano.

La Costituzione, lo stesso pezzo di carta che tre mesi fa in molti difendevano come se si trattasse di una questione di vita o di morte (il paradosso odierno non sfugge), pur non citando espressamente il principio di laicità dello Stato, lo garantisce attraverso ben sei articoli (2, 3, 7, 8,19, 22) che però oggi, e all’occorrenza, possono essere tranquillamente ignoranti nell’indifferenza di tutti. Lo stesso principio sul quale il 12 aprile del 1989 si è espressa anche la Consulta (sentenza n.203), inserendolo tra i principi supremi dell'ordinamento costituzionale. Compito dello Stato, secondo la Carta, dovrebbe essere quello di respingere qualsiasi ingerenza, di evitare che ad una fede, qualunque essa sia, sia riservato un trattamento privilegiato, dando tutela alla morale religiosa di tutti, compresi i musulmani, gli ebrei, gli agnostici, gli atei e via dicendo.

E invece la cronaca odierna racconta tutta un’altra storia. Racconta di un uomo di quarant’anni costretto a ricorrere al suicidio assistito in Svizzera, mentre i nostri Parlamentari continuano a rimandare l’approdo in Aula del disegno di legge sul testamento biologico che con ogni probabilità sarà destinato all’oblio come tutti i precedenti.

Perché è questo ciò che facciamo, in questo siamo bravi. Sia chiaro, anche se il 27 febbraio il provvedimento fosse arrivato in Aula come previsto e la legge fosse stata in seguito approvata, per Fabiano Antoniani, conosciuto come Dj Fabo, non sarebbe cambiato nulla. Il DdL non prevede né eutanasia, né suicidio assistito e lui non avrebbe avuto comunque la possibilità di compiere la sua scelta in Italia, ma sarebbe stato un segno, un primo passo importante.

E invece la vicenda di Fabo, che tanto ci commuove e ci spinge a riflettere oggi, sembra destinata ad avere lo stesso epilogo di quelle di Eluana Englaro, di Piergiorgio Welby e di altri come loro, casi diversi ma accomunati dall’impossibilità di scegliere. Ogni volta che un singolo ha il coraggio di portare la propria esperienza individuale sui giornali le coscienze si smuovono. Poi, passato il clamore, tutto si placa di nuovo.

L’ultima volta ci avevamo provato nel 2010, subito dopo la morte di Eluana Englaro appunto. La Camera approvò un disegno di legge sul testamento biologico, stracolmo di paletti, vincoli e regole limitative, tra le quali l’impossibilità di decidere di interrompere alimentazione e idratazione. Trascorso il periodo di tempo necessario, archiviato il clamore mediatico, tutto venne accantonato e il Senato non fu mai chiamato ad approvare il Ddl, lasciando intatto il vuoto legislativo esistente e salvando le anime pure dei nostri parlamentari.

Lo stesso sta accadendo oggi. In Parlamento ci sono sei differenti proposte di legge sul fine vita, due delle quali (presentate da Possibile e dal M5S) sono state unificate e portate all’esame delle commissioni competenti. Il testo unificato sarebbe dovuto arrivare in Aula il 27 febbraio, lo stesso giorno in cui Fabiano Antoniani ha fatto ricorso al suicidio assistito, e invece la data della discussione è stata rinviata per la terza volta consecutiva. La spiegazione ufficiale è che la Commissione Affari sociali (quella di merito) non ha potuto votare il mandato al relatore perché non sono arrivati i pareri delle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia. Quella ufficiosa è che ad attendere il ddl alla Camera ci sarebbe stata la pratica preferita dei nostri parlamentari: l’ostruzionismo (la Lega già promesso di «fare le barricate»).

Ma anche se, spinto dalle polemiche odierne, il testo arrivasse prima a Montecitorio e poi (forse) a Palazzo Madama, la volontà politica di approvare questa legge non esiste, nonostante a conti fatti ci siano i numeri. Il fronte dei parlamentari cattolici (mai definizione fu più deleteria dato che in quei Palazzi non si dovrebbero rappresentare le credenze religiose dei cittadini ma i loro diritti) è già pronto a dare battaglia anche in sede consultiva, la maggioranza è fin troppo traballante e un Governo con la data di scadenza non ha la forza per affrontare un dibattito del genere, né tantomeno per porre la fiducia sulla questione. La legislatura, bene che vada, si concluderà tra un anno, il che aumenta le possibilità che la proposta finisca, come da tradizione, in una nuvola di fumo.

In tutto ciò, mentre noi ci poniamo problemi di coscienza e di religione, Marco Cappato, l’uomo che ha caricato Fabiano Antoniani su una macchina e ha affrontato un viaggio di 5 ore per portarlo in Svizzera, si è autodenunciato per aiuto al suicidio e, se incriminato, rischia una condanna fino a 12 anni. Perché in Italia il problema non riguarda solo chi deve andare all’estero per esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione, ma anche chi rischia in prima persona per far sì che alcune persone abbiano la libertà di scegliere. L’ipocrisia è servita.