FCA sposta la produzione della Panda fuori dall'Italia: allora chiudete Pomigliano!

Sergio Marchionne, A.D. di FCA
Sergio Marchionne, A.D. di FCA REUTERS/Rebecca Cook

Perché non chiudiamo subito lo stabilimento FIAT di Pomigliano senza farla tanto lunga? Il numero uno di FCA Sergio Marchionne ha annunciato che dal 2019-2020 la FIAT Panda sarà realizzata altrove, fuori dall’Italia, probabilmente in Polonia.

A Pomigliano, dal momento che i lavoratori sono bravi, si produrranno auto con più alto valore aggiunto, modelli top gamma con l’Alfa Romeo o la Maserati.

Lo sapete è che solo una presa in giro, vero?

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La FIAT, o meglio la FCA - azienda italo-statunitense nata dalla fusione di FIAT e Chrysler con sede amministrative in Olanda e fiscale nel Regno Unito – ha già avviato da anni un processo di delocalizzazione che porterà tutte le produzioni fuori dall’Italia. Non oggi, non domani, ma la strada è segnata.

L’annuncio di spostare le produzioni ad alto valore aggiunto a Pomigliano servirà soltanto a scucire altri soldi allo Stato italiano che dovrà finanziare la cassa integrazione ai lavoratori. Lo conferma la situazione di Grugliasco dove si realizzano la Maserati Ghibli e la Quattroporte ed è di recente tornata la cassa integrazione per i quasi 1.800 dipendenti a causa del calo delle vendite.

FCA vuole portare le produzioni dove costano meno ed è chiaro che ridurrà sempre di più le attività in Italia. Allora perché non saltiamo il teatrino già avviato da Marchionne e non chiudiamo subito Pomigliano?

Il punto è che, al netto della provocazione, sarebbe l’ora di fare una seria riflessione sulla politica industriale di questo Paese. Da una parte ci sono le esigenze delle aziende, con margini di profitto sempre più ristretti e concorrenza accanita, che tendono a comprimere i costi spostando le produzioni dove costano meno, perché oggi c’è poco o niente che facciamo in Italia e che non possa essere fatto in Polonia, Cina o Thailandia a metà prezzo.

Dall’altra parte c’è lo Stato costretto a finanziare miliardi di ore di cassa integrazione per sostenere i lavoratori lasciati a casa dalle aziende che delocalizzano. Nel mezzo, appunto, i lavoratori a cui non viene data alcuna alternativa se non quella di accettare stipendi sempre più bassi e condizioni di lavoro precarie.

Ma ci rendiamo conto che viviamo in un Paese sempre più fantasma di sè stesso?

FIAT: una storia tutta italiana

La delocalizzazione di FIAT è iniziata da un pezzo. La fusione con la statunitense Chrysler e lo spostamento della sede amministrativa e fiscale altrove sono stati soltanto il sigillo di una storia nota da tempo. In questi anni abbiamo spesso assistito allo spostamento da uno stabilimento all’altro della produzione di quella o questa auto.

La tendenza è globale e le ragioni chiare. L’Automotive per come la conosciamo è una produzione a basso valore aggiunto e, in modo particolare le tipologie più popolari di auto, hanno bassi margini di guadagno a fronte di alti costi di produzione. Per questo lo scacchiere mondiale della produzione auto è in pieno mutamento da anni: le aziende tendono ad andare dove il costo del lavoro è minore e quindi i margini di guadagno più consistenti.

Già prima di diventare FCA, la FIAT ha spostato la produzione di modelli di gamma bassa: la Tipo è realizzata in Turchia; la 500 è prodotta in Polonia e la 500L (la sua variante più grande) arriva dalla Serbia.

Così se le fabbriche non riescono a stare al passo con i tempi, cercando per esempio di fare produzioni ad alto valore aggiunto che in altri Paesi sarebbero impossibili, non possono far altro che chiudere. Lo stabilimento FIAT di Termini Imerese chiuso nel 2011 è stato soltanto l’ultima vittima di una lunga strage italiana. Prima di lui, nel 2004 ha chiuso lo stabilimento Rivalta (Torino) e quello di Arese che produceva l’Alfa Romeo.

Ma anche gli stabilimenti che restano in funzione non se la passano bene e hanno sofferto soprattutto negli anni della crisi economica e del ridimensionamento del mercato auto. Nel 2013 erano in cassa integrazione a zero ora due terzi dei circa 30mila dipendenti FIAT, cioè 20mila persone a casa perché negli stabilimenti di Mirafiori, Cassino, Pomigliano, Melfi e Grugliasco non c’erano auto da costruire. Una cifra enorme, calata a “soli” 16mila lavoratori in cassa integrazione nel 2014 quando il mercato ha riniziato a vedere la luce. In tutti questi casi il copione è sempre lo stesso, la FIAT annuncia il taglio alla produzione e quindi lo stop dei lavoratori che protestano contro la cassa integrazione e lo Stato interviene pagando paccate di soldi.

Nel 2015 Sergio Marchionne annunciò che l’obiettivo di FIAT è di arrivare ad azzerare la cassa integrazione entro il 2018, ma si tratta di pura utopia. Ad oggi la situazione è migliorata rispetto al picco della crisi economica, ma negli stabilimenti italiani i dipendenti continuano ad entrare e uscire dalla cassa integrazione.

L’ultimo esempio: dal 27 febbraio scorso i lavoratori di Grugliasco, quelli bravi che fanno auto ad alto valore aggiunto come l’Alfa Romeo e la Maserati, sono tornati in cassa integrazione per il calo delle vendite, dopo altri due periodi di stop i dicembre 2016 e la prima settimana di febbraio.

Allora chiudete Pomigliano

Si tratta di un film già visto. L’azienda sposta la produzione a basso valore aggiunto in Paese con costo del lavoro basso, i dipendenti dello stabilimento vengono prima rassicurati e poi messi in cassa integrazione che lo Stato, cioè tutti noi contribuenti, paghiamo profumatamente.

Non sarebbe l’ora di spezzare questa catena? Per farlo, non che sia facile intendiamoci, bisognerebbe aprire una riflessione seria sul futuro di questo Paese e su quale politica industriale vogliamo mettere in campo. Altrimenti lasciamo crescere le erbacce in tutti gli stabilimenti italiani e delocalizziamoci tutti.

Per affrontare il problema è necessario partire dai dati di fatto: la manifattura a basso valore aggiunto in Paesi occidentali come l’Italia non ha futuro, è già morta. Produzioni come la siderurgia, il tessile, l’automotive si stanno inevitabilmente spostando nelle regioni in cui il costo del lavoro garantisce margini di guadagno accettabili. In Italia il costo del lavoro è tra i più alti d’Europa e la tasse sui guadagni delle aziende a livello di strozzinaggio, come facciamo a competere con la Polonia, la Turchia, la Cina e compagnia bella? Non c’è gara.

Per questo le aziende delocalizzano e lo Stato, non sapendo affrontare il problema alla radice, cerca di metterci una pezza pagando la cassa integrazione. Ma è chiaro che così non se ne esce, perché in questo modo si protegge un posto di lavoro inutile invece di proteggere il lavoratore.

Allora cosa fare? L’unico tentativo da fare è di puntare sulla produzione di prodotti ad alto valore aggiunto che è dato da mano d’opera di alta qualità e macchinari altamente innovativi e tecnologici. Per farlo sono necessari investimenti in capitoli come la ricerca e la ormai famosa Industria 4.0, la quarta rivoluzione industriale, quella punta a sfruttare la tecnologia per rendere le industrie più efficienti e creare prodotti ad alto valore aggiunto.

Sfatando il mito della tecnologia che ruba il lavoro alle persone, gli stabilimenti che in Italia stanno puntando sull’Industria 4.0 stanno facendo investimenti sul personale e assunzioni. È ovvio però che si tratta di figure professionali altamente qualificate. Il punto è che il lavoro classico dell’operaio sulla catena di montaggio ad avvitare bulloni come accadeva un secolo fa non esiste più.

Ben vengano i 13 miliardi di finanziamenti annunciati dal Governo per le aziende che puntano sull’Industria 4.0. Quella, secondo esperti del settore, potrebbe essere l’unica strada verso la salvezza del manifatturiero.

La cosa da non fare è rimanere fermi. Non bisogna lasciare che aziende come FIAT delocalizzino sicure che tanto interverrà lo Stato ad accollarsi il costo dei lavoratori lasciati a casa. A Pomigliano e in tutte le altre fabbriche italiane proviamo a giocare d’anticipo: spendiamo quei soldi per formare e riconvertire i lavoratori, per renderli parte attiva della quarta rivoluzione industriale, invece di rimanere attaccati alla seconda. L'Italia non può vincere la guerra dei costi con la Cina o la Polonia, a meno che non si diano ancora meno soldi ai lavoratori di quanto non se ne diano adesso.

Il lavoro della generazione dei 50-60enni non esiste più, per loro non resta che andare in pensione. Ma per i giovani, coloro che hanno solo la prospettiva di lavoro precario e sottopagato lo Stato e le aziende responsabili devono offrire un’altra possibilità. Continuare ad avere una visione miope e limitata porterà al fallimento: non bisogna proteggere a tutti i costi il posto di lavoro sulla catena di montaggio perché resterà a breve una cattedrale nel deserto, bisogna proteggere i lavoratori e dare loro la possibilità di riciclarsi e diventare parte integrazione della rivoluzione. Che piaccia o no, è il progresso, bellezza. E dobbiamo fare di tutto per non farci travolgere.