FED e BCE: marzo è il mese cruciale per le banche centrali. Ecco cosa potrebbe succedere

BCE
Mario Draghi Reuters

Per la FED il momento è arrivato, per la BCE ancora no. Il mese appena iniziato sarà il primo cruciale del 2017 per quanto riguarda la politica monetaria. Il 9 marzo si riunisce il board della BCE con la consueta conferenza stampa di Mario Draghi che indicherà la strada imboccata dall’economia europea e le intenzioni della sua Banca centrale. Il 14 e il 15 marzo invece è la volta della FED che, come hanno confermato in questi giorni anche i vertici, è pronta a rialzare i tassi di interesse.

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L’andamento dell’economia statunitense, in modo particolare il calo della disoccupazione e l’inflazione ormai vicina al 2% (l’obiettivo fissato dalla FED), hanno convinto la Banca centrale USA ad accelerare sul percorso di normalizzazione della politica monetaria.

Per la BCE invece, i tempi non sono ancora maturi anche se gli ultimi dati su crescita, occupazione e inflazione hanno già spinto alcuni a parlare di tapering. Prospettiva non esattamente dietro l’angolo, ma alla quale si deve iniziare a pensare. E i Paesi più deboli d’Europa, Italia in primis, dovranno prepararsi ai contraccolpi di una politica monetaria non più espansiva, nè protettiva.

Quantitative easing e tapering

Iniziato nel 2008, all’apice della crisi economica, il Quantitative easing, ovvero il piano di politica monetaria espansiva, è arrivato alla sua battute finali nel 2013. Le tre diverse fasi di acquisto titoli aveva dato il loro frutti e la FED annunciò il graduale ritorno alla normalità monetaria.

Intanto dall’altra parte dell’Oceano, in Europa anche la BCE con un certo ritardo aveva dato inizio al Quantitative easing: nel marzo 2015 Draghi annuncò un piano di acquisti per oltre mille miliardi di euro entro settembre 2016. Poi considerando gli scarsi risultati ottenuti, la fine del QE è stata prima rinviata al marzo 2017 e poi a fine anno.

Raggiunti i risultati desiderati in termini di crescita, calo della disoccupazione e soprattutto inflazione che le banche centrali vogliono vicino, ma sotto la soglia del 2%, si avvia il tapering, ovvero il processo di normalizzazione della politica monetaria.

FED

Non è una sopresa. L’imminente rialzo dei tassi di interesse negli USA è cosa nota dalla fine del 2016, ma nei giorni scorsi anche la numero uno della FED, Janet Yellen ha rotto gli indugi anticipando le decisioni della banca centrale USA.

Il miglioramento dell’economia statunitense, in modo particolare la disoccupazione scesa a livelli fisiologici intorno al 4,8% e l’inflazione arrivata all’1,9% su base annua, non lasciano spazio alla fantasia. Al netto di inconvenienti improvvisi, nella riunione del 14 e 15 marzo la FED rialzerà i tassi di interesse dello 0,25%.

Non solo. Nei programmi della FED ci sono tre rialzi dei tassi di interesse dello 0,25% ognuno entro fine anno. Nel 2015 la FED ha annunciato quattro rialzi di tassi di interesse per mettere fine alla lunga campagna di stimoli monetari.

Ma il processo di normalizzazione in realtà è stato rallentato da una serie di fattori di incertezza: le elezioni presidenziali negli USA in primis, ma anche il referendum sulla Brexit, e il rallentamento dell’economia mondiale causato dalle difficoltà della Cina.

Per questo, il tapering è arrivato soltanto in punta di piedi. Nella riunione del dicembre scorso la FED ha rialzato i tassi dello 0,25%, il primo rialzo dei quattro annunciati per il 2016.

Se le previsioni della Banca centrale su PIL, occupazione e inflazione si rivelassero corrette, il 2017 vedrà accelerare il processo di normalizzazione della politica monetaria. “In assenza di nuovi sviluppi che possano far peggiorare significativamente l'outlook economico - ha detto Yellen - il processo di riduzione della politica accomodante della crescita non sarà probabilmente lento come lo è stato nel 2015 e 2016”.

Nonostante il nuovo presidente degli Stati Uniti, l’economia statunitense si sta rafforzando e al netto di eventuali alzate d’ingegno di Donald Trump dovrebbe continuare su questa strada convincendo la FED ad accelerare il rialzo dei tassi.

BCE

Il 9 marzo si riunisce la BCE. Nell’ultima riunione del 2016 Mario Draghi ha annunciato importanti modifiche al piano di stimoli europeo: la scadenza slitta dal marzo 2017 alla fine dell’anno, ma l'ammontare degli acquisti mensili si riduce da 80 miliardi a 60 miliardi.

Il giro di boa che segna il calo degli acquisti è fissato proprio a marzo. E’ probabile quindi che nella prossima riunione, Draghi confermi il taglio degli acquisti.

Tale decisione potrebbe spingere qualcuno a pensare che la BCE stia pensando all’avvio del tapering, ma la chiusura dei rubientti da parte della BCE non è (ancora) dietro l’angolo per le ragioni che abbiamo gà spiegato. L’economia europea però, secondo le ultime previsioni della Commissione sta riprendendo vigore, la disoccupazione è in calo e l’inflazione ha registrato un’accelerazione. I prossimi mesi saranno cruciali. Se il trend dell’economia UE venisse confermato dalle prossime stime, il 2017 potrebbe davvero segnare la fine del QE e l’avvio, graduale, del piano di normalizzazione della politica monetaria.

Il quadro economico – dicevamo – è in netto miglioramento, peccato che questo non valga per tutti. L’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico Paese dell’UE ad essere cresciuto meno dell’1% nel 2016 e resterà ultimo della classe anche nei prossimi mesi.

Se nel quadro europeo il rialzo dei tassi e la chiusura dei rubinetti della BCE rientra nella normalità delle cose, per l’Italia invece potrebbe essere un bel problema. Se infatti, il Paese non è stato in grado di fare le riforme strutturali dovute e spingere la crescita godendo del paracadute di Draghi e di tassi di interesse sotto lo zero, è facile prevedere nuovi dolori in caso di ritorno alla normalità.

Il tempo inizia a stringere, soprattutto se l’Italia continua a perderne discutendo del niente e imboccando solo vicoli ciechi.