FED e non solo: è la settimana delle banche centrali, ma non succederà niente

Federal Reserve
Janet Yellen Reuters

È la settimana delle banche centrali, una settimana in cui, salvo colpi di scena, non succederà niente di nuovo. Il tanto atteso rialzo dei tassi da parte della FED, annunciato dallo scorso anno e rinviato ad ogni riunione, non arriverà nemmeno questa volta.

Le banche centrali, FED, BCE, BOJ, BOE in primo luogo, stanno giocando una partita a poker con la politica monetaria mondiale: tutti aspettano che qualcuno scopra le carte e faccia la prima mossa con il risultato che ad ogni riunione la cautela porta un altro rinvio. Nelle ultime due settimana la BOE, la banca centrale d’Inghilterra ha lasciato la situazione invariata e lo stesso ha fatto Mario Draghi con la BCE aspettando la prossima mossa della FED. Intorno all’ultimo appuntamento, quello di agosto a Jackson Hole, giravano molte aspettative: alcuni analisti prevedevano il rialzo dei tassi o almeno indicazioni chiare sulla prossime mosse. E invece è arrivato l’ennesimo rinvio. Martedì e mercoledì (oggi 21 settembre) si riunisce la Federal Reserve, ma le possibilità che ci sia un rialzo dei tassi è minimo, secondo il consenso non superano il 12%. Le possibilità salgono nei prossimi mesi, ma l’arrivo delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti potrebbe nuovamente fermare tutto.

La FED, quindi, sta ferma e di conseguenza anche le altre banche centrali restano a guardare. Mercoledì si riunisce anche la BOJ, la Bank of Japan, che ha già portato il costo del denaro sotto zero a -0,1%. Secondo gli analisti c’è la possibilità che questa settimana la BOJ decida di intervenire ancora tagliando il costo del denaro nel tentativo di spingere al rialzo l’inflazione.

Si è già riunita, invece, la Banca Centrale d’Inghilterra che dopo la Brexit ha tagliato i tassi portandoli al minimo storico dello 0,25%. Ma nell’ultima riunione ha deciso di mantenere la situazione inalterata annunciando, però, che “il taglio dei tassi entro fine anno resta una possibilità”.

Posizione attendista anche per Mario Draghi che ha lasciato il costo del denaro nell'Eurozona al livello in vigore dal 16 marzo scorso, con il tasso di rifinanziamento principale a zero e il tasso sui depositi in negativo dello 0,4%. La BCE non è intervenuta nemmeno sul QE, lasciando, però, le porte aperte ad una sua proroga da stabilire nei prossimi mesi, probabilmente a dicembre.

L’impressione è che sia tutto rinviato a dicembre o addirittura ai primi mesi del 2017. Da questa settimana non dovrebbero uscire grandi novità e i prossimi appuntamenti politici scoraggeranno ogni intervento. L’8 novembre gli statunitensi saranno chiamati a votare per il nuovo inquilino della Casa Bianca ed è impensabile che la FED prenda qualche decisione cruciale proprio in quelle settimane.

Dall’altra parte dell’Oceano, c’è il referendum costituzionale italiano su cui politica italiana e osservatori internazionali stanno montando una campagna di aspettative e di terrore probabilmente eccessiva. Comunque sia, dopo tanti mesi di rinvii FED e BCE non interverranno sulla politica monetaria proprio in piena turbolenza politica, piuttosto si terranno la possibilità di giocarsi la carta del ritocco dopo i risultati elettorali.

Tutto rinviato a dicembre quindi. E l’impressione è che a muoversi per prima dovrà essere la FED trascinando tutte le altre banche centrali. D’altronde è stata la banca centrale americana a dare il via libera alla politica monetaria ultraespansiva nel 2009 costringendo anche l’Europa ad intervenire. A dicembre ci sarà un’altra riunione del FOMC, il Federal open market committee, ma non è ancora stata annunciata una conferenza stampa di Janet Yellen dopo il summit. Resta il fatto che ad oggi gli analisti sono concordi nel prevedere la permanenza dello status quo almeno fino a dicembre e a quel punto il nuovo anno è dietro l’angolo.