Fermare le bufale su internet: cosa sta facendo Facebook, cosa puoi fare tu

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Un prato che mostra forti similitudini con Facebook: le bufale possono circolare indisturbate Caramella90 - PD

Mark Zuckerberg, bontà sua, si è accorto che su Facebook circolano bufale a non finire e si è reso conto che non può più voltarsi dall'altra parte e far finta che la cosa non lo riguardi. Dopo le accuse di aver pesantemente influenzato l'esito delle elezioni presidenziali statunitensi rivolte all'azienda di Menlo Park, il giovane multimiliardario ha finalmente deciso di intervenire per fare in modo che le false notizie smettano di avere libera cittadinanza sul social network blu.

Per carità, non è la prima volta che Facebook si lancia in proclami in questo senso, ma a memoria d'uomo mai Zuckerberg si era esposto in prima persona, o comunque non con questa convinzione. In un lungo post sulla sua pagina, il CEO dell'azienda californiana ha fornito un aggiornamento sul lavoro in corso per ridurre l'impatto delle bufale: spiegato in poche parole, mentre prima Facebook faceva affidamento solamente sulle segnalazioni di notizie false da parte degli utenti, in futuro ci sarà un sistema "ibrido" con segnalazioni e ed interventi automatizzati per cercare di contenere la diffusione di bufale.

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"I problemi qui sono complessi, sia dal punto di vista tecnico che filosofico", spiega Zuckerberg. "Crediamo nel dare alle persone una voce, il che significa sbagliare sul versante del lasciare che le persone condividano ciò che vogliono ogni volta che questo sia possibile. Dobbiamo stare attenti a non scoraggiare la condivisione di opinioni o a limitare per errore dei contenuti accurati. Non vogliamo essere noi stessi degli arbitri della verità, ma invece contare sulla nostra comunità e su terze parti fidate".

Nei giorni scorsi è comparso su Medium un post molto interessante firmato da due personaggi piuttosto rilevanti nel campo dei media e della comunicazione nel XXI secolo: Jeff Jarvis, giornalista e professore della Graduate School of Journalism della City University of New York, e John Borthwick, CEO di Betaworks. I due autori hanno compilato una lista di suggerimenti indirizzati a piattaforme come Facebook, Twitter o Snapchat per limitare la diffusione delle bufale.

"Non crediamo che le piattaforme dovrebbero essere messe nella posizione di giudicare cosa sia finto o reale, vero o falso, agendo come censori per tutti", spiegano gli autori. "Temiamo il creare delle liste nere. E temiamo che le discussioni su cosa sia falso e su cosa sia la verità, su chi abbia la verità più 'veritosa', mascherino il fatto che ci siano cose che possono essere fatte oggi".

iphone bufala Un credibilissimo annuncio su un concorso per vincere degli iPhone semi-nuovi  Facebook

Oltre a vari suggerimenti relativi alla possibilità di affinare il processo in base al quale si stabilisce se una fonte sia affidabile o meno, Jarvis e Borthwick hanno lanciato delle idee che potrebbero risultare estremamente utili e che non richiederebbero peraltro enorme impegno dal punto di vista tecnico. Un esempio è quello del potenziamento dei sistemi che già oggi permettono di visualizzare delle notizie correlate a quelle con le quali si sta interagendo sui social network subito sotto ad un post.

Ad esempio su Facebook molto spesso, quando si clicca su una falsa notizia o la si condivide, sotto appaiono link a siti di debunking o media di altro tipo che spiegano come si tratti di una bufala. Paradossalmente, su Facebook questo avviene dopo la condivisione, quindi a "frittata già fatta", per così dire. Social network e simili non dovrebbero fare altro che sistematizzare la procedura per ridurre in modo consistente la diffusione di queste pseudo-notizie: chi mai diffonderebbe un contenuto se due righe più sotto ci fosse una fonte autorevole che spiega che si tratta di una bufala?

Un altro problema che Jarvis e Borthwick suggeriscono di affrontare è quello delle cosiddette "camere dell'eco". Solitamente, i nostri news feed sui social network tendono a mostrare soltanto i contenuti che più possono interessarci, condivisi dai nostri amici e dalle pagine che abbiamo scelto di seguire. In altre parole: quasi sempre veniamo in contatto con contenuti che confermano ciò che già pensiamo su un argomento, impedendoci così di farci un'idea più ampia. Sarebbe quindi necessario che Facebook, Twitter e compagnia permettano a qualche contenuto della "parte avversa" di penetrare all'interno della nostra "bolla".

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Affrontare il problema dal punto di vista tecnico è una questione che non può più essere rinviata da chi gestisce queste piattaforme. Ma, parafrasando una celebre frase di John F. Kennedy, non bisogna solamente chiedere ciò che i social network possono fare per noi, ma anche ciò che noi possiamo fare per evitare che i social network continuino ad essere terreno fertile per le bufale di ogni genere.

Esistono infatti delle semplici regole per verificare se una notizia sia o meno una bufala, o quantomeno un storia che viene raccontata in modo fortemente distorto per una qualche sorta di tornaconto personale, economico o di altro tipo. Qui sotto vi forniamo 5 semplici suggerimenti che potete seguire nella vostra navigazione di ogni giorno per evitare di diffondere ignoranza, falsità e scetticismo "malato".

bufala Una delle indiscusse protagoniste di internet: la bufala  Flickr (CC BY-SA 2.0)/Sonja Pieper

Esiste infatti uno scetticismo "sano": quello che porta a farsi un'idea su un argomento solo dopo aver verificato un argomento tramite varie fonti. Lo scetticismo "malato" è invece quello che porta a prestare fede soltanto alle fonti che confermano i propri preconcetti (la "camera dell'eco" della quale si parlava prima), ignorando o ritenendo inaffidabili tutte le altre. Ed è qui che le bufale trovano terreno più che fertile.

Ecco quindi la guida in 5 punti di IBTimes Italia per difendersi dalle bufale su internet.

1) Il "troppo eclatante" è un campanello d'allarme

Un elemento comune a gran parte delle bufale è quello di provare a suscitare una forte reazione emotiva, che faccia tacere la razionalità almeno finché non una notizia falsa non sia stata cliccata e condivisa. Molti di questi contenuti puntano infatti a suscitare rabbia, odio, indignazione verso persone o gruppi che in molti soggetti provocano questi sentimenti: i politici, gli immigrati, i membri o gli elettori di un certo partito, gli onnipresenti Poteri Forti™.

Un esempio talmente eclatante da diventare persino oggetto di uno studio scientifico è quello della celebre bufala del Senatore Cirenga e del "Fondo per i parlamentari in crisi", che trovate sintetizzata nell'immagine qui sotto, accompagnata dai commenti di alcuni luminari. In particolare, vorremmo portare la vostra attenzione sul genio che spera si tratti di una notizia falsa ma che ci tiene a far sapere che, nel dubbio, lui condivide.

bufala cirenga Alcuni luminari nel campo del diritto pubblico e dell'economia commentano una notizia credibilissima  Facebook

Per cui, se vi sembra che un contenuto miri più a far leva sul vostro versante emotivo che ad informarvi, questo è un campanello d'allarme più che sufficiente a verificare la notizia . Vi assicuriamo che i casi nei quali questa non si rivelerà una bufala rappresenteranno una ristretta minoranza. Ma soprattutto chiedetevi: ho voglia di condividere perché questo contenuto è oggettivamente vero o perché, per quanto inverosimile, conferma qualcosa che già pensavo? 

2) Controllate la fonte

Per quanto la cosa possa far storcere il naso a qualcuno, è molto meno probabile che una bufala venga diffusa da una testata nota e che ha saputo costruirsi la sua credibilità che da un blog scritto da chissà chi che attinge informazioni da chissà dove. Ovviamente, questa è una regola che presenta delle eccezioni, ma ci sentiamo di garantirvi che il giorno nel quale qualcuno scoprirà una cura per il cancro la notizia sarà data in prima pagina da tutti i quotidiani nel mondo, non resterà certo confinata su kosekenessunotidirà.fuffa.com. 

Negli ultimi tempi, la cosa è stata resa più complicata da alcuni siti truffaldini che, proprio basandosi sulla maggiore attendibilità di alcune fonti rispetto ad altre, provano a vivere di "luce riflessa" con domini che richiamano quelli di siti più prestigiosi, con piccole differenze che difficilmente saltano all'occhio subito. Motivo per il quale vi suggeriamo di controllare accuratamente quale sia la fonte: per esempio, it.ibtimes.com e it.1btimes.com non sono la stessa cosa.

Per la cronaca, "controllare la fonte" significa anche verificare che chi sta diffondendo quella notizia non abbia un interesse specifico a farlo. Per esempio, se un organo di informazione vicino ad un determinato partito pubblica un articolo su un certo fatto, provate a verificare se qualcuno ne parli anche su fonti legate a diversi schieramenti politici: se quella notizia non la trovate da nessuna parte magari non dipende nel 100% dei casi dal fatto che i media siano schiavi dei Poteri Forti™ e che in Italia siamo al 77.592° posto al mondo per la libertà di stampa. Magari è una stupidaggine e basta.

3) Controllate una notizia sui siti di chi cerca bufale per "professione"

Quando si sente puzza di bruciato in relazione ad una notizia, è certamente un'ottima idea quella di controllare i siti di chi si occupa di bufale per "professione". Si fa per dire, ovviamente: nessuno si guadagna da vivere svelando le bufale. Molto spesso anche noi facciamo questo lavoro di debunking (dall'inglese "debunk": svelare, demistificare), quindi potete cercare anche sul nostro sito. In alternativa, ci permettiamo di segnalarvi alcuni indirizzi:

          - Bufale Un Tanto Al Chilo (BUTAC)

          - Bufale.net

          - Debunking.it

          - Il Disinformatico

          - DavidPuente.it

          - Snopes (in inglese)

Un modo per facilitare il processo di verifica di una notizia viene offerto da Bufale.net: sul Chrome Web Store è infatti disponibile un'estensione per Chrome in grado di verificare immediatamente se una notizia sia già stata smascherata come bufala o se il sito che l'ha pubblicata sia noto per la pubblicazione di stupidaggini infondate.

bufale L'estensione per Google Chrome di Bufale.net  Bufale.net

4) Un articolo umoristico non è una bufala (sì, c'è bisogno di specificarlo)

La legge di Poe, una delle leggi non scritte di internet, afferma che "senza un emoticon sorridente o qualche altro chiaro segno di intenti umoristici, non è possibile creare una parodia del fondamentalismo in modo tale che qualcuno non la confonda con il vero fondamentalismo". In altre parole, non importa quanto qualcuno scriva qualcosa con intenti evidentemente umoristici: qualcun altro non coglierà il senso e prenderà tutto sul serio.

Se non ci credete, provate a cercare tra i commenti agli articoli di Lercio, uno dei siti umoristici più famosi d'Italia, che scimmiotta i "tradizionali" organi d'informazione nei toni ed anche nella veste grafica: troverete sicuramente qualcuno che commenta convinto che la notizia sia reale. Non importa quanto il fatto descritto sia inverosimile: qualcuno lo prenderà per vero.

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Per quanto sia improbabile che uno scivolone del genere capiti a qualcuno con un QI a tre cifre, nessuno è mai immune al 100% alla Legge di Poe: verificate se l'autore di ciò che volete condividere non stesse semplicemente scherzando.

5) Se scoprite che una notizia è una bufala, non tenetelo per voi

Avete scoperto che quella notizia condivisa da un vostro amico su Facebook è una monumentale bufala? Ottimo, di certo questo vi motiverà a non condividerla. Ma se ci tenete che queste assurdità smettano di circolare sui social network il vostro compito non è ancora finito: non tenete per voi i risultati della vostra "indagine".

Spiegate al vostro amico che si tratta di una bufala. Fatelo con gentilezza, ma fatelo: spesso chi condivide contenuti del genere lo fa ingenuamente, dandoli automaticamente per buoni o comunque pensando: "Mah, chissà... io intanto lo pubblico, che male può fare?". Non serve diventare petulanti o saccenti per far capire a qualcuno che una certa notizia è falsa, e questo qualcuno magari la prossima volta ci penserà due volte prima di premere compulsivamente su "Condividi".