Fertility Day: la Lorenzin ha sbagliato ma gli italiani sono superficiali (e piagnucoloni)

Beatrice Lorenzin
Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin mentre parla e gesticola REUTERS/Remo Casilli/File Photo

La settimana scorsa sui social media è esploso un putiferio a causa della campagna del #Fertilityday lanciata maldestramente dal ministro della Salute italiano. Come molti italiani, ritengo che l’iniziativa sia profondamente sbagliata, fuori luogo e offensiva (non solo per le donne ma per tutte le giovani coppie), in quanto ignora che chi vive oggi è figlio di un contesto generato lontano nel tempo e di cui quindi non può essere responsabile, che le dinamiche sociali direttamente e indirettamente coinvolte in tema di natalità e fecondità sono complesse e che non possono essere risolte con semplici campagne mediatiche (anche se fatte ad arte gli effetti si esaurirebbero nel giro di un anno o poco più).

Del resto la disattenzione dimostrata verso alcuni particolari importanti fa comprendere quanto realmente a cuore stia al governo la questione della natalità del nostro paese: quale esperto di comunicazione consiglierebbe mai a una donna, il ministro Lorenzin appunto, che ha avuto una gravidanza a 43 anni suonati - l’unica della sua vita - di promuovere un’iniziativa simile?

Leggendo in giro i vari commenti e i vari articoli che a fiume si sono rigettati nella rete mi sono reso conto tuttavia che sulla questione c'è una confusione diffusa, anche perché molti si saranno sentiti emotivamente coinvolti. Quasi unanimemente la crisi economica viene data come la causa principale della bassa natalità. Viene spesso ricordato l’alto tasso di disoccupazione (specie quello giovanile), la precarietà generale, gli ammortizzatori sociali inadeguati, la discriminazione della donna (e della madre) sul posto di lavoro, il costo della vita che è ancora troppo alto. Sono variabili senza ombra di dubbio importanti ma che non riescono da sole a spiegare il cambiamento demografico nel suo insieme.

UN CAMBIAMENTO SOCIALE CHE ARRIVA DA LONTANO, NON SOLO CRISI ECONOMICA

Lavoro minorile nelle fabbriche Una vecchia foto di Lewis Hine che mostra lavoratori minorenni in una fabbrica di carbone degli Stati Uniti  Lewis Hine/Public Domain

Se andiamo ad ampliare l’orizzonte temporale e spaziale ci rendiamo conto che la correlazione tra benessere economico, fecondità e natalità è molto debole (se non addirittura inversa). Basta ricordare che oggi i paesi con natalità più alta sono quelli più arretrati, che chi fa ancora figli in Italia sono stranieri in condizioni lavorative spesso e volentieri peggiori degli indigeni italiani, che a inizio del secolo scorso si procreava in abbondanza nonostante i diritti dei lavoratori venivano appena scritti in qualche paese occidentale e il benessere sociale non era così diffuso come lo è oggi. Personalmente ho conosciuto giovani manager, sopra i 30 anni, con lavoro fisso e un’ottima retribuzione avere al massimo un figlio o non averne affatto. La stessa ministra Lorenzin, che di certo avrà potuto contare su una posizione sicura e ben pagata, ha scelto di diventare mamma solo dopo i 40 anni. Appare evidente quindi che il fenomeno va analizzato anche alla luce dei mutamenti sociali e culturali che hanno condizionato tutto il secolo scorso e che continuano a cambiare ancora oggi.

È comunemente accettata l’idea che la Rivoluzione Industriale abbia spezzato gli equilibri della famiglia patriarcale basata su un’economica prevalentemente agricola, dove i giovani erano un valore aggiunto indispensabile per garantire la sussistenza dei membri familiari, soprattutto dei più anziani, che non avendo una pensione potevano contare sui soli frutti della terra e delle braccia dei propri figli.

L’industrializzazione e la successiva terziarizzazione del lavoro hanno portato ad una rottura totale con i modelli sociali e culturali del passato. Una trasformazione continua, che si rinnova in ogni successiva rivoluzione. I problemi demografici del nostro tempo derivano dalla somma delle tante rivoluzioni che si sono susseguite sulla pelle di ogni rispettiva generazione e che hanno modificato o rafforzato i diversi sistemi di valori (sociali e culturali), a cui non è seguito un cambiamento adeguato dell’organizzazione della società e dei sistemi produttivi (in Italia in particolare il governo è rimasto parecchio imbambolato negli anni '90). Si è assistito, e si continua ad assistere tutt’oggi, ad uno spostamento delle masse e della ricchezza verso i grandi conglomerati urbani, con conseguente invecchiamento e impoverimento delle campagne e dei tanti comuni di montagna che caratterizzano la penisola italiana (parliamo di Italia ma in generale il discorso vale, pur se con sfumature diverse, anche per molti paesi occidentali).

DUNQUE PERCHÉ FECONDITÀ E NATALITÀ CONTINUANO A CALARE MENTRE GLI STRANIERI FANNO MEDIAMENTE PIÙ FIGLI?

Bambini italiani Tifosi della nazionale di calcio italiana a Pretoria, nel 2009.  REUTERS/Siphiwe Sibeko

Potremmo cercare di spiegare i diversi modelli comportamentali attraverso la teoria dell’utilità attesa. In pratica gli italiani si trovano su livelli di utilità più alti rispetto ai loro coetanei arrivati da paesi più poveri. Tradotto in parole semplici significa che i giovani italiani hanno uno stile di vita migliore rispetto ai loro coetanei stranieri e a cui non sono disposti facilmente a rinunciare.

La scelta di mettere su famiglia diventa quindi particolarmente complicata in un contesto fortemente precario come quello attuale e che finirebbe per portare gli individui su livelli di utilità più bassi. Fare un figlio significa accettare, in caso di necessità, anche lavori duri (o che semplicemente non piacciono) e di rinunciare in parte o in toto all’intrattenimento del proprio tempo libero (uscite con gli amici, bevute al pub, serate al cinema o al teatro, giornate allo stadio, concerti, piccoli viaggi, etc.).

Uno straniero che arriva invece da un paese a basso reddito si ritrova automaticamente in una condizione migliore di quella di partenza e sente maggiormente il bisogno di costruire qualcosa (famiglia compresa) e di risalire nella piramide sociale. Ecco perché gli stranieri sono un importante motore per la produttività di tutti i paesi occidentali e il populismo becero anti-immigrazione promosso da Lega Nord e Fratelli d’Italia sono chiacchiere da osteria.

LA SITUAZIONE POTRÀ MAI MIGLIORARE?

Nel corso degli ultimi due secoli abbiamo assistito ad un periodo straordinario di progresso sotto diversi punti di vista. Le rivoluzioni tecnologiche e i miglioramenti scientifici hanno completamente rivoluzionato il modo con cui ci relazioniamo con le risorse del pianeta e con i nostri simili. Si sono spezzati degli equilibri importanti ma con il tempo se ne andranno a formare di nuovi. L’essere umano è infatti naturalmente portato a ricercare le condizioni più favorevoli al proprio benessere. Quanto tempo occorrerà dipenderà anche dalle successive rivoluzioni, ovvero se saranno costruttive (velocizzeranno il raggiungimento dell’equilibrio) oppure distruttive (lo andranno nuovamente a spezzare). È bene comunque precisare che l'equilibrio sociale non deve necessariamente ricercarsi in un incremento delle nascite, ed è anzi un bene che nell'ultimo secolo sia calata almeno in alcune parti del pianeta, considerando che la popolazione mondiale è comunque aumentata.

Ad ogni modo, volendo dare una buona notizia, la rete e l’incredibile aumento della potenza dei calcolatori elettronici, unita alla loro capillare diffusione in gran parte del globo, già consentono di promuovere soluzioni lavorative e imprenditoriali che prima erano solo un miraggio e che potrebbero avere effetti positivi sull'occupazione giovanile (e in parte anche incentivare la procreazione).

Pensiamo ad esempio ai benefici che porterebbe la diffusione del remote working. Sono molti i lavori nel settore dei servizi che possono essere svolti comodamente da casa e il perfezionamento degli strumenti di monitoraggio delle performance e di coordinamento ne stanno incentivando l’uso in maniera crescente in sempre più aziende. Rimanendo in chiave natalità, potendo lavorare direttamente da casa padri e madri non sarebbero più costretti a distaccarsi dai figli (e quindi risparmiare soldi di baby sitter e asili nido), e probabilmente assisteremmo ad calo sensibile della discriminazione femminile sul posto di lavoro. Elementi che quindi vanno a influenzare positivamente i tassi di natalità e fecondità. I giovani lavoratori inoltre non sarebbero più costretti ad emigrare e molte aree rurali si andrebbero a rivalutare, con effetti positivi sulla distribuzione della ricchezza.

Qualcosa insomma inizia a muoversi e come sempre è grazie alla idee e alla forza dei privati, non alle scelte dei governi.