Fertility Day: tic tac, tic tac...tra 10 giorni compio trent'anni

Fertility Day
Fertility Day fertilityday2016.it

Da ieri il mio orologio biologico non trova più pace. Il suo suono è diventato più acuto, un tic tac incessante e minaccioso che mi ricorda costantemente che non ho più molto tempo.

Tra dieci giorni compirò 30 anni e diventerò una delle tante “vecchie” senza figli che non contribuiscono al “bene comune” del Paese. In altre parole ho dieci giorni per procreare e sfruttare il mio periodo di massima fertilità, dieci giorni per decidere di mettere al mondo un figlio. Che sia una scelta consapevole oppure no chi se ne frega, sono solo 10 maledettissimi giorni, poi arriverà “l’inizio della fine”.

In un anno non sono ancora riuscita a scegliere il canvas da appendere al muro dell’ingresso ma fino al 10 settembre avrò altro a cui pensare: un bambino. E chi se lo aspettava fino al momento in cui i meravigliosi slogan che anticipano l’avvento del Fertility Day non sono apparsi al mio cospetto, come avrei potuto immaginare prima di giocare al geniale Fertility Game quali ostacoli potessero frapporsi fra me e la mia fertilità. Poi è arrivato il ministero della Salute che mi ha detto di “darmi una mossa” (testuale) e la mia vita è cambiata di colpo. Tic tac, Tic Tac. Che poi Ministro Lorenzin, diciamocela tutta, io non lo so se l’11 settembre sarò meno fertile rispetto a quanto lo sono oggi, ma non credo che la scienza dimostri che la pressione governativa aiuti a risolvere la situazione.

Fertilità: gli studi

Preoccupata per quanto accadrà da qui a breve, sono corsa ad informarmi. E ho scoperto con immenso gaudio che anche alcuni scienziati avrebbero messo in dubbio l’affidabilità del dato secondo cui la fertilità femminile diminuirebbe dai 30 anni in poi.

A tranquillizzare il mio animo che si sentiva già colpevole di non aver messo al mondo un figlio dopo il liceo, durante l’università, mentre frequentavo il Master o quando non avevo un lavoro è intervenuto l’Istituto Superiore di Sanità secondo cui “la fecondità subisce un primo calo significativo, anche se graduale, già intorno ai 32 anni, e un secondo più rapido declino intorno ai 37 anni (il che riflette una diminuzione della qualità degli ovociti e un aumento dei livelli sanguigni dell’ormone follicolo stimolante -FSH)”. Secondo l’ISS dunque, potrei anche avere altri due anni. Ho scoperto anche che in base a quanto scritto da altri esperti il calo avverrebbe solo dopo i 35 anni, mentre per altri ancora il netto calo arriverebbe a 40 anni. Conclusa la mia ricerca mi sento un po’ più confusa, ma anche più calma e comprensiva.

Per questo motivo ho deciso di dare una chance al ministro Lorenzin e informarmi sulle motivazioni di una campagna che per il modo in cui è stata concepita sta facendo e farà più danni che altro.

Fertility Day: alcuni dati

In Italia, in base ai dati riportati dall’Istituto Nazionale di Statistica “nel 2015 le nascite sono stimate in 488 mila unità, ben quindicimila in meno rispetto all’anno precedente”. Abbiamo toccato il nuovo record negativo storico dall’Unità d’Italia.

Sempre nel 2015, il tasso di natalità è sceso all’8 per mille (no, le donazioni alla Chiesa Cattolica non c’entrano, si tratta del  rapporto tra il numero delle nascite e la quantità della popolazione media, in un periodo di riferimento). Il 2015 è stato anche il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,35 dopo un decennio di recupero. Da sottolineare che se non ci fossero le cittadine straniere a darci una mano e soprattutto a “darsi una mossa”, il dato sarebbe ancora più basso: 1,28. Il tasso di infertilità è intorno al 30%, mentre l’età media in cui le donne decidono di mettere al mondo un figlio nel frattempo è salita a 31,6 anni.

Il Piano Nazionale della Fertilità

Leggendo i dati sopra riportati, ho capito immediatamente che il ministro Lorenzin ha ragione. Bisogna fare più figli e bisogna farli prima. Per questo motivo sono andata a cercare le iniziative che il ministero della Salute intende promuovere, oltre al famigerato Fertility Day del 22 settembre, per invogliarci a farli. Abbastanza agevolmente mi sono imbattuta nel “Piano Nazionale della Fertilità”, il cui simpatico sottotitolo “Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro” ha causato nuovi spasmi incontrollati al mio orologio biologico. Tic tac, tic tac.

Ebbene nel progetto si legge: “Per favorire la natalità, se da un lato è imprescindibile lo sviluppo di politiche intersettoriali e interistituzionali a sostegno della Genitorialità, dall'altro sono indispensabili politiche sanitarie ed educative per la tutela della fertilità che siano in grado di migliorare le conoscenze dei cittadini al fine di promuoverne la consapevolezza e favorire il cambiamento.” Il primo periodo si riferirà mica a politiche che favoriscano lavoro, tutele e via dicendo? Incoraggiata dalla premessa mi avvio a leggere gli obiettivi individuati dal piano:

1 “informare i cittadini”, ok sono d’accordo. L’informazione è conoscenza.

2 “fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la fertilità”. Anche questo ineccepibile.

3 “Sviluppare nelle persone la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente”. Non fa una piega.

Poi, vengo catturata dagli obiettivi 4 e 5 che si prefiggono rispettivamente di “Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società”  e “Celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.

Ecco che riappare di nuovo il mio utero come “bene comune” (che detta così suona pure male) e tornano in mente i paragoni con il ventennio fascista letti su Twitter. Ma nella mia testa sorgono anche due domande. Domanda numero uno: come, con esattezza, il ministero della Salute pensa di capovolgere la mentalità corrente e rivoluzionarci culturalmente? Domanda numero due: a viale Ribotta si sono mai chiesti i motivi per i quali è nata (quelli sì) questa “mentalità corrente”?

Non facciamo più figli

Che alla base della riduzione della natalità ci siano anni di battaglie e i progressi che la donna ha compiuto nel corso degli ultimi decenni, che le hanno permesso tra le altre cose di togliersi finalmente di dosso lo stereotipo di “moglie e madre”, non ci piove, lo diamo per scontato ormai da tempo.

Ma forse qualche motivo in più per mettere a tacere il nostro orologio biologico esiste. Non sarà che a contribuire c’è un tasso di occupazione femminile che, a luglio, è stato pari al 47,8% (vale a dire che più di una donna su due non lavora) a fronte del 66,9% di occupati maschili? E non sarà che un tasso di disoccupazione al 12,6% e un tasso di inattività al 45,2% tra le donne potrebbero aver contribuito?

Continuiamo: il tasso di disoccupazione giovanile (tra i 15 e i 24 anni) è pari al 39,2%. Ma in questa fascia di età ragazze e ragazzi potrebbero essere considerati ancora troppo piccoli per procreare quindi “non importa”. Più rilevanza potrebbe avere il dato relativo a uomini e donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni, dove lo stesso tasso si attesta al 17,4%, ben al di sopra della media nazionale.

Senza considerare che a quell’età anche quando il lavoro c’è, spesso è precario, gli stipendi sono molto più bassi rispetto alle fasce d’età superiori e il divario salariale esistente tra uomini e donne è ancora pari, in media, al 12,2% (percentuale che si impenna al 36,3% tra i laureati secondo i dati Infodata).

Evitiamo di soffermarci poi sui problemi relativi agli asili nido, alla mancanza di tutele lavorative di fronte alla maternità, alle donne licenziate perché in dolce attesa, alle inefficaci politiche per la famiglia promosse fino ad oggi, eccetera, eccetera. Ciò che importà è che dobbiamo fare figli.

Il ministro Lorenzin stamattina ha spiegato le polemiche nate in rete sostenendo nel corso di un’intervista al quotidiano La Stampa che, il Fertility Day “affronta il tema della salute riproduttiva, si fa prevenzione e si propongono percorsi terapeutici per chi ne ha bisogno”.

Inoltre “almeno, rispetto alle solite campagne ministeriali che nessuno ricorda, hanno avuto il merito di accendere l’attenzione sul tema”. Insomma, bene o male, basta che se ne parli è diventato il motto preferito di viale Ribotta.

A parer mio, opinione personale sicuramente, più che “accendere l’attenzione sul tema” le ridicole cartoline messe online negli ultimi giorni non hanno fatto altro che svilirlo, offuscarlo, invecchiarlo e far nascere nell’opinione pubblica (soprattutto femminile) un sentimento  di rifiuto che in certi casi sfiora la vera e propria offesa. Un aspetto che, insieme al welfare e al lavoro, forse non dovrebbe essere sottovalutato quando si organizzerà il meraviglioso #FertilityDay del 2017.