Filippine: la guerra alla droga di Duterte sta sfuggendo di mano

Guerra alla droga
Il corpo di un uomo, freddato da un poliziotto durante una retata antidroga nella zona di Pasay city. Manila, Filippine, 14 novembre 2016. REUTERS/Romeo Ranoco

Rolando Espinosa era il sindaco di Albuera, città nella provincia di Leyte delle Filippine, detenuto per reati di droga e morto “sfortunatamente” in carcere sabato 5 novembre, ammazzato a colpi di pistola con il suo compagno di cella dalle forze di polizia filippine. Espinosa era il secondo importante politico locale finito sulla “narco-lista” di Rodrigo Duterte, il 71enne Presidente delle Filippine che ha fatto della guerra totale alla droga il fiore all'occhiello del suo operato.

Ora la morte di Espinosa potrebbe fornire alle Nazioni Unite ed alla Corte Penale Internazionale il pretesto perfetto per sondare a fondo le migliaia di uccisioni extragiudiziali che da mesi caratterizzano le cronache dalle Filippine. Uccisioni che farebbero parte dell'ampio e spietato progetto di Duterte per “ucciderli tutti”: narcotrafficanti, signori della droga, corrieri, spacciatori, consumatori, politici corrotti, l'aria che si respira nel Paese asiatico è più da purghe staliniane che da operazione di ordine pubblico su vasta scala. Espinosa era stato eletto appena sei mesi fa ma tre mesi dopo il suo nome era stato fatto in diretta televisiva dal Presidente Duterte in persona, assieme a quello di altri 158 pubblici ufficiali accusati di essere coinvolti nel traffico di droga.

Quell'elenco redatto dagli uomini di Duterte, che è chiamato anche “il Trump asiatico”, ha fatto immediatamente discutere per i tanti errori e la superficialità con cui era stato stilato: al suo interno, ad esempio, comparivano i nomi di 7 magistrati ma uno di questi era morto otto anni prima ed altri due risultavano oramai in pensione. Anche il politico Michael Rama, in precedenza sindaco di Cebu, ha manifestato al Time la sua preoccupazione per essere stato inserito in quella lista, accusando di essere vittima di un “regolamento di conti politico”. Nelle Filippine di oggi non servono prove, o almeno così appare, se si viene accusati di avere avuto a che fare con la droga, con i soldi del narcotraffico o con il narcotraffico vero e propri: “Sparare a vista” è l'ordine presidenziale.

L'ex-segretario alla Giustizia Leila de Lima ha annunciato un'inchiesta presso il Senato di Manila ma l'Assemblea l'ha estromessa dalla Commissione d'indagine perché autrice di “una campagna diffamatoria contro il Presidente”, sostituita da Richard Gordon, molto vicino a Duterte, che ha esortato la Polizia ad arrestare sospetti trafficanti anche senza un mandato.

Già il mese scorso il procuratore generale della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda si era detta “molto preoccupata” circa le numerose esecuzioni extragiudiziali sui sospetti trafficanti e consumatori di droga: a metà ottobre si stimava che la guerra alla droga di Duterte, lanciata i primi di luglio, aveva già lasciato sul terreno oltre 3.000 morti, tutti giustiziati - e qualcuno anche torturato - senza processo, sulla base di una presunzione di colpevolezza. Ma anche i possibili risvolti penali in campo internazionale sembrano non preoccupare più di tanto Rodrigo Duterte, che afferma di poter affrontare in qualsiasi momento qualunque indagine penale sul suo operato.

In realtà questo atteggiamento si inserisce più che altro nell'immagine che Duterte vuol dare di sé in patria e all'estero: lo stesso Presidente ha affermato di aver scritto lettere a Barack Obama e John Kerry, oltre che a diversi funzionari UE, incitandoli a indagare sul suo conto e manifestando il desiderio di “umiliarli pubblicamente” confutando ogni accusa.

Il prossimo, dopo Rolando Espinosa, potrebbe essere suo figlio Kerwin: anch'egli ricercato, è stato arrestato ad Abu Dhabi e giovedì 17 novembre sarà estradato a Manila: “Lui non morirà” ha dichiarato il direttore generale della Polizia filippina Ronald dela Rosa, “ve lo garantisco”. Parole molto precise che potrebbero nascondere un tentativo di minimizzare le accuse che piovono da ogni parte del mondo sulle Filippine ma anche di dare garanzie circa il rispetto dei minimi standard dei diritti umani. Un'atteggiamento che ha il sapore di una trattativa diplomatica.

Agnes Callamard, relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziarie, sarà in visita nelle Filippine la prossima settimana per effettuare un'indagine a tutto tondo sui crimini presunti della Polizia. L'obiettivo della missione è trovare “gli attori statali” responsabili del massacro.

Un massacro che il governo filippino non fatica a mostrare e che anzi è noto a tutti, dentro e fuori dal Paese: le grandi retate, le sparatorie più cruente, sono sempre portate a termine dalle forze di polizia riprese dalle telecamere, non solo della televisione nazionale. Tuttavia la morte di Espinosa sembra in qualche modo preoccupare Duterte, che venerdì 11 novembre ha detto di essere sicuro dell'onestà della polizia e dell'errore funesto nell'uccisione del sindaco di Albuera, ribadendo tuttavia l'intenzione di sospendere ogni tipo di garanzia costituzionale prevista per i sospettati.