Francia: il piano di Emmanuel Macron per distruggere la tradizione sta funzionando

Macron
Il candidato alle presidenziali francesi Emmanuel Macron, del partito indipendente En Marche, durante un discorso sull'ecologia nel quartier generale del partito a Parigi. Francia, 9 febbraio 2017. REUTERS/Philippe Wojazer

Il nuovo presidente francese ha un piano ben preciso in testa e nel corso degli ultimi due giorni ha cominciato a metterlo in atto con un solo obiettivo in testa: dimostrare a tutti di poter conquistare la maggioranza alle elezioni legislative che si terranno l’11 (primo turno) e il 18 giugno (ballottaggio).

Un progetto ambizioso per un partito appena nato, fondato e guidato da quasi-sconosciuti che dopo il colpaccio dello scorso 7 maggio adesso porta avanti un progetto che ha come punto di arrivo un numero: 289. 289 seggi su 577 rappresentano infatti la maggioranza assoluta all ’Assemblea Nazionale, una delle due Camere che, insieme al Senato, compone il Parlamento e i cui rappresentanti saranno eletti dai cittadini nell’ambito della tornata elettorale che si aprirà tra poco più di tre settimane.

Una sfida che nelle ore successive alla vittoria del ballottaggio sembrava impossibile, ma per descrivere la quale oggi sondaggisti e media sono stati costretti a cambiare aggettivo: ambiziosa, difficile, realizzabile sono i termini più utilizzati.

Secondo una rilevazione condotta da OpinionWay-Slpv Analytics per il quotidiano Les Echoes, La République en marche (il nuovo partito di Macron, ndr.) lo scorso 9 maggio, dunque due giorni dopo la conquista dell’Eliseo da parte di Emmanuel Macron, il suo partito avrebbe ottenuto tra i 249 e i 286 seggi, sotto la maggioranza assoluta. I Repubblicani, il partito di Fillon, si attestavano tra i 200-210 scranni, mentre il partito socialista sarebbe sceso dai 288 deputati di oggi a 28-43. A seguire il Front National con 15-25 seggi (dai due attuali) e la sinistra radicale di Jean Luc Mélenchon, con 6-8 deputati.

Otto giorni dopo, nessuno azzarda previsioni.

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IL PIANO DI EMMANUEL MACRON


Il piano di Emmanuel Macron ha cominciato a palesarsi ancor prima della nomina del repubblicano Edouard Philippe al ruolo di Primo Ministro. La prima mossa si è concentrata sul MoDem François Bayrou , l’uomo che aveva rinunciato a candidarsi alle Presidenziali per evitare di intralciare il cammino del nuovo presidente. Ovviamente, ogni “sacrificio politico” richiede qualcosa in cambio, vale a dire in questo caso seggi e cariche di prestigio. Il nuovo inquilino dell’Eliseo ha invece deciso di ridimensionare Bayrou, chiedendogli una piccola diminuzione dei suoi candidati allo scopo di puntare su altri esponenti che, dal punto di vista politico, potrebbero favorire la buona riuscita della strategia volta a conquistare la maggioranza.

Nello stesso contesto si situa il rifiuto propinato a Manuel Valls , che aveva chiesto di potersi correre alle legislative con il simbolo della La République en marche. Quel sonoro “No” che tanto scalpore ha suscitato in tutta Europa aveva un fine ben preciso: dimostrare all’elettorato un netto distacco da ciò che rimane di un partito socialista ormai in rovina, dimostrando di essere il “nuovo”, l’alternativa in grado di spazzar via e ricostruire sulle macerie della tradizione.

Il risultato, fino ad oggi, è il seguente: i socialisti correranno in 400 circoscrizioni elettorali su 577, personalità di spicco del partito continuano a strizzare l’occhio al nuovo presidente, mentre molti deputati hanno deciso di candidarsi sotto l’etichetta “ PS-majorité presidentielle” , giusto per non lasciare spazio a dubbi.

I REPUBBLICANI NEL MIRINO DI MACRON

Ma nel mirino di Emmanuel Macron ci sono soprattutto i Repubblicani. È a loro che il neo presidente intende rubare più seggi possibili allo scopo di arrivare alla maggioranza assoluta dell’Assemblea Nazionale.

Già nel corso delle elezioni presidenziali, i gollisti hanno dimostrato tutta la loro fragilità palesatasi con il ritiro di Fillon dalla guida del partito e dalle lotte interne sulla direzione che esso dovrà prendere per ricompattarsi ed evitare di evaporare alle legislative di giugno.

La scelta di Edouard Philippe a primo ministro rappresenta dunque l’ennesimo duro colpo subito da Les Républicains in questi mesi da incubo.

Il sindaco di Le Havre non è un “repubblicano qualsiasi”. È giovane, è politicamente preparato, e soprattutto fa parte dell’ala moderata del partito, quella più vicina ad Alain Juppé. Un centrista, autonomo nel centrodestra, con un passato che addirittura affonda le sue radici nel partito socialista. Trasversale e certamente più simile a Macron che a Fillon.

La sua nomina dunque calza a pennello con il piano di cui stiamo parlando, lo scopo è sempre lo stesso: spaccare quel che resta del partito repubblicano impedendo a quest’ultimo di ricompattarsi e di conquistare seggi preziosi alle legislative.

Philippe potrebbe dare la spinta definitiva a molti candidati, spingendoli a lasciare il partito democratico per passare a quello di Macron, contribuendo in prima persona a cambiare radicalmente i calcoli effettuati dai sondaggisti dopo il ballottaggio del 7 maggio.

A 48 ore dalla nomina del nuovo Premier però, il piano di Macron sembra aver già portato i suoi frutti. I gollisti sono nuovamente spaccati: da un lato c’è chi per evitare danni incolmabili spinge per un’alleanza con il “partito presidenziale”, dall’altro c’è chi vuole resistere. Il risultato è un’altra divisione che potrebbe avere risultati elettorali tragici. Non a caso in Francia circolano già alcuni rumors sul destino del partito: l’'idea che circola è che i Repubblicani possano restare uniti fino alle legislative, per poi scindersi fra una destra che resterà all'opposizione e un centrodestra che lavorerà con l'esecutivo.

Dopo la scelta di Philippe, l’inquilino dell’Eliseo è già passato alla fase successiva, quella che coinvolge i ministri, con una soppesata divisione dei ruoli tra socialisti,  repubblicani repubblicani ed esperti della società civile, in modo da riuscire ad attrarre voti e consensi trasversali, senza però dimenticare  il centrista Bayrou, nominato ministro della Giustizia, e altri esponenti in grado di attirare voti e consensi trasversali. Qualche esempio? I socialisti sono rappresentati da Jean-Yves Le Drian, nuovo ministro degli Esteri ed ex numero uno della Difesa del Governo Hollande, poltrona conferita oggi a Sylvie Goulard. All'Economia andrà Bruno Le Maire, dirigente ed esponente di primo piano dei Republicains,  ex capo di gabinetto di Dominique de Villepin. E ancora: Gérard Collomb (socialista e sindaco di Lione) agli interni, Nicolas Hulot (ex candidato alle primarie del partito ecologista) all'Ambiente, Muriel Pénicaud al Lavoro e via dicendo. 

Insomma, Macron ha deciso di sparigliare le carte. E ad oggi, sembra che la sua strategia stia portando ottimi risultati. In Francia, la tradizione è un morto che cammina.