Francia: Macron potrebbe essere l'ultima spiaggia per l'Unione Europea

Macron
Il candidato alle presidenziali francesi Emmanuel Macron, del partito indipendente En Marche, durante un discorso sull'ecologia nel quartier generale del partito a Parigi. Francia, 9 febbraio 2017. REUTERS/Philippe Wojazer

Emmanuel Macron ha sbancato. Dopo l’inaspettato trionfo alle presidenziali di aprile e maggio, il Presidente francese e il suo partito, La République En Marche! (in coalizione con i MoDem), hanno ottenuto una vittoria schiacciante anche alle elezioni legislative, conquistando 350 seggi su 577 e raggiungendo la tanto agognata maggioranza assoluta che gli consentirà di governare con mandato pieno e, almeno in teoria, di attuare le politiche promesse in campagna elettorale con l’appoggio dell’Assemblea Nazionale.

Fino a due mesi fa, nemmeno i più sconsiderati sognatori che due anni fa puntarono sulla vittoria del Leicester in Premier League, avrebbero scommesso un euro su un successo tanto schiacciante di un 39enne senza partito e con una scarsissima esperienza politica alle spalle. E invece Macron è riuscito a conquistare sia l’Eliseo che il Parlamento, trovandosi davanti una vera e propria prateria che gli permetterà di mettere le cose a posto (o meglio di tentare di farlo) sia all’interno che all’esterno, attuando le controverse riforme che da mesi occupano le prime pagine dei giornali transalpini: da quella sul Codice del Lavoro a quella sulla “morale” della politica, passando per le norme sull’Antiterrorismo e per i negoziati volti a modificare  l’assetto europeo.

I numeri per farlo lì ha: la maggioranza all’Assemblea Nazionale è pari a 289 seggi, con i suoi 350 deputati, l’ Inquilino dell’Eliseo può andare avanti a passo spedito potendo contare anche sui poteri che gli garantisce la Costituzione.

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La Francia è una repubblica semipresidenziale, il che significa che il potere esecutivo (che in Italia è detenuto dal Governo) è condiviso tra il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro (Édouard Philippe). Il Capo dello Stato ha ampi poteri: può sciogliere l'Assemblea Nazionale, è il capo delle forze armate, la più alta carica della magistratura, la più alta autorità della Legione d'onore e il co-principe di Andorra. Per intenderci: ha meno “forza” del Presidente USA, ma molta di più del Presidente italiano.

Per provare ad ostacolarlo, i partiti di opposizione guidati dai Repubblicani (100 seggi) dovranno giocarsi il tutto e per tutto. I tentativi sono già iniziati puntando (non ha torto) sull’altissima percentuale di astensione registrata al ballottaggio del 18 giugno: 56%, il livello più alto mai registrato nel corso della Quinta Repubblica che, in parte, ridimensiona il risultato ottenuto da La République En Marche! .

Non a caso Marine Le Pen (che con il Front National ha conquistato 8 seggi) ha già cominciato a parlare di Parlamento delegittimato dalla scarsa partecipazione sostenendo che Macron abbia “fatto precipitare il Paese nell'indifferenza". Stessa musica per Melenchon (17 seggi) che addirittura auspica un "referendum per sapere se i francesi vogliono essere governati da questa minoranza".

Adesso dunque per Emmanuel Macron comincia la vera sfida. Le promesse fatte in campagna elettorale sono forti: riformare, contemporaneamente, la Francia e l’Europa.

Le tornate elettorali del 2017 hanno, per il momento, posto un freno al populismo, trasformando il presidente francese nel simbolo della rinascita di quell’Unione che nel 2016 aveva affrontato le più pesanti sconfitte della sua storia. A Bruxelles per il momento festeggiano, forti dei risultati francesi e sicuri che le prossime elezioni tedesche, ultimo grande appuntamento elettorale dell’anno (in Italia appare ormai probabile che si voti nella primavera del 2018), confermeranno ancora una volta il trionfo dell’europeismo sulle politiche che tentavano di metterlo in ginocchio.

Il problema è che la strada sarà tutta in salita. Sia perché più volte nel corso degli ultimi anni abbiamo visto che, superate le difficoltà, i vertici europei tendono sempre a conservare lo status quo anziché impegnarsi a realizzare le necessarie modifiche di cui l’Ue ha bisogno per sopravvivere. Sia perché le elezioni di Emmanuel Macron e degli altri leader pro Europa rappresentano l’ultima chance che gli elettori sono disposti a dare ad un assetto che era e rimane un rogna da risolvere in alcuni casi non più sostenibili.

I partiti che fino a ieri spaventavano un intero continente e che oggi passano per sconfitti e moribondi, fra 4-5 anni torneranno alla carica e la forza che avranno dipenderà da ciò che verrà fatto in questi anni. Senza un’adeguata risposta da parte delle singole Nazioni e dell’Unione Europea alle numerose difficoltà esistenti, le prossime tornate elettorali racconteranno una storia totalmente diversa rispetto a quella che descriviamo oggi. Una storia che parlerà della vittoria schiacciante del populismo e della fine dell’Unione Europea in cui molti di noi sono nati e cresciuti.

A complicare maggiormente la situazione ci sono poi una serie di instabilità che a breve torneranno al centro del dibattito internazionale, rischiando di vanificare i successi elettorali conseguiti nel corso dell’ultimo anno. Nei prossimi mesi potrebbe infatti aprirsi l’ennesima fase recessiva in grado di far sorgere nuovi dubbi e nuove preoccupazioni: benché al momento stiano passando fuori dai radar, alcuni indicatori anticipatori lasciano prospettare l'inizio di una fase di rallentamento economici, se non proprio di recessione, che potrebbe mettere i bastoni tra le ruote alle forze meno estreme dello spettro politico.

C’è un Paese con un debito pubblico abnorme, i cui rappresentanti sono troppo impegnati a realizzare una becera propaganda politica e non si curano di legiferare in maniera dignitosa dando all’Italia (sì, stiamo parlando proprio di noi) la possibilità di avere quella stabilità che rappresenta l’unica via per riuscire ad andare avanti. Il prossimo ostacolo, grande, per l’Europa potrebbero essere proprio le elezioni della terza economia dell’Eurozona che decreteranno l’ingovernabilità della Nazione e saranno causa di instabilità in tutto il continente. Ma a creare problemi non saremo solo noi: il caos interno statunitense e le vicissitudini politico-giudiziarie dell’attuale presidente Donald Trump contribuiranno a inasprire il dibattito e a far traballare il mondo intero, mentre tornando nel vecchio continente​ la stessa Francia avrà parecchi problemi da risolvere. Macron non si troverà nelle mani un Paese in salute, ma al contrario, dovrà gestire uno dei malati d’Europa. In caso di fallimento, fra cinque anni ci troveremo davanti un’Europa molto diversa, un’Europa in cui domineranno la chiusura, il protezionismo e la paura dell’altro. E stavolta la colpa non potrà essere data ai populisti.