Gabon, la violenza post-elettorale rischia di destabilizzare l'intera Africa centrale

Opposizione Gabon
Sostenitori del leader dell'opposizione in Gabon, Jean Ping, attendono i risultati elettorali al quartier generale del loro leader. Libreville, Gabon, 28 agosto 2016. REUTERS/Gerauds Wilfried Obangome

La rielezione di Ali Bongo Ondimba a capo di Stato del Gabon, ultimo esponente della “dinastia Bongo” al potere del Paese africano dal 1967, sta provocando una fortissima ondata di proteste e di violenza nel Paese dell'Africa centro-occidentale, proteste che rischiano di destabilizzare il Paese e tutta l'Africa centrale.

È questa la preoccupazione dell'Unione Africana, che in un comunicato stampa emesso la mattina del 2 settembre 2016 ha espresso la propria ferma condanna alle violenze e il proprio timore che la destabilizzazione del Gabon possa portare ad una nuova stagione di instabilità in tutti i Paesi membri della Comunità Economica dell'Africa Centrale, al cui interno sono presenti già diversi scenari di crisi (Angola, in crisi economica, Burundi, con la guerra civile a bassa intensità, Camerun e Ciad, per via della guerra contro Boko Haram attorno al lago Ciad, Guinea Equatoriale, a causa della crisi petrolifera e politica nel Paese, Repubblica Centrafricana, con il rinfocolarsi delle violenze tra le milizie cristiane e quelle musulmane, Congo Belga e Congo Kinshasa, per il riaccendersi di vecchie ruggini).

“Tutta l'area occidentale dell'Africa, anche per le minori risorse petrolifere, è in seria difficoltà poiché i vari Nguesso, Bongo, e a seguire Obiang e Dos Santos, non hanno investito per i loro popoli ed oggi si trovano a spremere le compagnie petrolifere per ricavare i loro profitti” dice a IBTimes Italia Giacomo Albrieux, console onorario dell'Uganda in Italia: in Gabon “i giorni di spoglio superiori alla normalità hanno evidentemente messo in crisi la Commissione Elettorale, costretta infine ad emettere un verdetto di poco scarto ma a favore del Presidente uscente”.

Martedì 30 agosto 2016, ancor prima che venissero annunciati i risultati elettorali, le forze di sicurezza gabonesi hanno letteralmente militarizzato le strade della capitale Libreville e l'esercito è stato dispiegato anche in molti centri rurali: dopo la proclamazione di Ali Bongo come (ri)eletto Presidente del Gabon disordini si sono registrati a Port-Gentil e Mouila mentre diverse auto e palazzi sono stati dati alle fiamme a Libreville. Mentre il ministro degli Interni Pacomes Moubelet Boubeya proclamava la vittoria di Bongo con il 49,80 per cento (lo sfidante, Jean Ping, ha ottenuto il 48,23 per cento) i sostenitori del “Front Uni De l'Opposition” scendevano in piazza per denunciare brogli e irregolarità, contestando il risultato elettorale e facendo eco proprio a Ping, che parlava di “vittoria rubata” da parte del padre padrone Ali Bongo.

Violentissimi scontri tra la polizia e i manifestanti, che sopratutto nella capitale Libreville contestavano i risultati elettorali, si sono conclusi con ferimenti ed arresti: scontri, barricate e incendi sul boulevard Triomphal e oltre 1000 persone sono state arrestate e imprigionate. I morti sarebbero una decina e il quartier generale del Front Uni di Jean Ping è stato letteralmente preso d'assalto dalla guardia repubblicana in piena notte, portando all'arresto di 26 persone: tra di loro non ci sono solo attivisti dell'opposizione ma anche dirigenti e leader della coalizione elettorale che appoggia Ping: “Siamo vittime di un vero e proprio sequestro” ha denunciato il segretario dell'Unione Nazionale Paul-Marie Gondjout ai microfoni di RFI.

I manifestanti dell'opposizione hanno assaltato e dato alle fiamme il palazzo del Parlamento a Libreville, dalle cui macerie Ali Bongo si è mostrato in televisione poche ore dopo con fare trionfale. 

Nella mattinata del 1 settembre Jean Ping, andato via dal suo quartier generale pochi minuti prima dell'assalto delle forze di sicurezza, ha rilasciato una dichiarazione nella quale affermava di temere per la propria incolumità: “Chiediamo l'intervento di tutta la comunità internazionale, dell'Unione Europea, degli Stati Uniti e sopratutto della Francia” ha detto Ping, ribadendo le condizioni di repressione che il Paese vive da 50 anni. Condizioni chiare nelle dichiarazioni del rieletto Presidente Bongo, che in una conferenza stampa tenutasi nel pomeriggio del 1 settembre al Palazzo del Mare di Libreville ha chiosato: “So chi ha vinto e so chi ha perso” affermando che ogni decisione che sarà presa in merito alle proteste “sarà per garantire la sicurezza del Paese”. Una formula piuttosto classica usata da diversi dittatori africani, e non solo, per ribadire il proprio sconfinato potere di fronte a tutti.

Nel frattempo anche la comunità internazionale sembra rendersi conto della gravità della situazione: giovedì 1 settembre l'Unione Europea, che aveva inviato alcuni osservatori internazionale per monitorare le elezioni, ha invocato un processo di verifica elettorale più trasparente e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso “profonda preoccupazione” per le violenze post-elettorali. L'Unione Africana è, come al solito, arrivata in forte ritardo: condannando “l'escalation di violenza che potrebbe minare la pace nel paese, avendo anche un impatto sulla pace e la sicurezza in Africa centrale” l'UA ha preso atto dei risultati assicurando di “monitorare da vicino la situazione”.

“Ping, il competitor di Bongo, nonostante in passato sia stato anch'egli parte della cricca al potere in Gabon, dopo l'esperienza come Segretario Generale dell'Unione Africana ha acquisito una capacità negoziale ed un seguito tale nel continente, che per il Gabon sarebbe stato veramente un cambio importante ed avrebbe potuto innescare altri cambiamenti” ci ha detto Albrieux. Vero è anche che Ping, nella sua esperienza all'Unione Africana, non ha mai denunciato i leader africani della regione per essersi proclamati vincitori muovendo i carri armati piuttosto che i voti e si ritrova oggi vittima, in un certo senso, di se stesso.