Genocidio del Ruanda: la memoria dell'occidente è troppo corta

Genocidio Ruanda
I resti di alcune delle vittime del genocidio ruandese REUTERS/Finbarr O'Reilly

Esattamente 23 anni fa, il 6 aprile 1994, l'aereo personale del Presidente del Ruanda Juvénal Habyarimana, il quale viaggiava in compagnia del suo omologo burundese Cyprien Ntaryamira, fu abbattuto da un missile terra-aria “di origine ignota” dando il via ad uno degli eventi più tragici del Novecento: il genocidio dei Tutsi in Ruanda.

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800.000 persone, uomini, donne, bambini ed anziani, perlopiù di etnia Tutsi ma anche Hutu moderati, furono trucidate senza pietà: armi da fuoco, machete, bastoni chiodati, torture, sevizie, molti furono gettati in fosse comuni e molti altri, la maggior parte, lasciati marcire al sole. Il genocidio dei Tutsi in Ruanda è stato uno dei fatti di sangue peggiori che l'Africa ed il mondo ricordino, una macchia indelebile sulla storia della civiltà umana: dal 6 aprile fino alla metà di luglio, per 100 giorni le milizie hutu-power sfogarono l'odio etnico contro i loro fratelli Tutsi, con i quali convivevano in pace ed armonia prima della drammatica esperienza coloniale belga, periodo che sottolineò invece le differenze di carattere razziale tra le due etnie.

Fino al 1926 nel territorio che oggi è conosciuto come Ruanda i Tutsi si occupavano principalmente di allevamento mentre gli Hutu, in maggioranza, erano agricoltori e questa era l'unica differenza che caratterizzava le due etnie, che spesso si mescolavano. Nella vasta operazione di classificazione umana tipica delle società “evolute” dei primi del Novecento i belgi codificarono le differenze tra i due gruppi etnici, includendo anche i Twa, e provocando l'irrigidimento dei gruppi etnici: gli Hutu erano in maggioranza, divennero più ricchi e ottennero il potere nel 1959 grazie proprio ai belgi mentre i Tutsi, corrispondenti a circa il 20 per cento della popolazione alla data dell'inizio del genocidio del '94, vennero marginalizzati e perseguitati. Molti fuggirono già a partire dai primi anni Sessanta, sopratutto verso l'Uganda, ma fu il 1994 l'annus horribilis del Ruanda: la morte del presidente Habyarimana, di etnia Hutu, scatenò la reazione violenta e sanguinaria del partito hutu-power, le milizie Interhamwe e Impuzamugambi trucidarono i Tutsi a migliaia ma ciò che sembrò all'epoca una reazione era in realtà un chiaro progetto politico.

Già nel 1962, anno dell'indipendenza del Ruanda-Urundi (oggi Ruanda e Burundi, due nazioni distinte), 100.000 Tutsi furono massacrati e altrettanti fuggirono in Uganda e Burundi, nel 1972 un tentativo di colpo di Stato portò ad una reazione violentissima del governo di Kigali e lo sterminio di 200.000 cittadini Hutu e gli scontri, sanguinosissimi, continuarono imperterriti fino alla grande mattanza finale. Il massacro fu organizzato nei dettagli: al 6 aprile 1994 ogni dieci famiglie vi era un membro di una milizia hutu-power, ragion per cui fu possibile organizzare il genocidio sul piano nazionale appoggiandosi ai rappresentanti delle stesse milizie, almeno uno per quartiere. Nei mesi precedenti il massacro il governo ruandese hutu-power distribuì fucili AK-47, granate e machete (di questi ne furono importati 581.000 pezzi dalla Cina solo l'anno prima) e ampie e articolate furono le discussioni interne all'esecutivo sulle dimensioni da dare al genocidio: “Senza i Tutsi i problemi del Ruanda sarebbero stati risolti” dichiarò Jean Kambanda, all'epoca primo ministro, al Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi durante il genocidio.

Ma le chiare responsabilità del “primo mondo”, il Belgio si è ufficialmente scusato con il Ruanda per ben due volte, lo stesso hanno fatto gli Stati Uniti, le Nazioni Unite e, più recentemente, la Chiesa Cattolica, quando Papa Francesco ha ricevuto il Presidente Paul Kagame in Vaticano lo scorso 20 marzo: “Chiedo perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri, tra i quali sacerdoti, religiosi e religiose che, in passato, hanno ceduto all'odio e alla violenza, tradendo la propria missione evangelica” mancanze che “hanno deturpato il volto della Chiesa”.

Secondo un'indagine della magistratura francese – la Francia era presente in forze in Ruanda con l'Operazione Turchese – il missile che ha abbattuto l'aereo presidenziale la sera del 6 aprile 1994 partì da un campo militare ufficiale delle milizie hutu-power ma gli stessi Hutu accusarono i Tutsi. La morte del presidente-dittatore fu il pretesto perfetto per dare il via libera al genocidio, la vendetta. I paramilitari Hutu, sostenuti dall'esercito e dalla Polizia, furono guidati dallo speaker radiofonico Kantano alla mattanza: “Kamwe! Kamwe” urlava la radio RTML, invitando gli Hutu ad “andare a lavorare” per “schiacciare gli scarafaggi”. 100 giorni di massacri e sangue, 100 interminabili giorni di barbarie con eventi drammatici all'interno del dramma, come la mattanza di Gikongoro, dove morirono in 27.000, talmente tanti che ancora oggi si racconta che il terreno fu intriso di sangue per settimane prima di asciugarsi. 8.000 vittime al giorno, 333 ogni ora, 5 ogni minuto per 100 giorni. L'RPF, il Ruandan Patriotic Front guidato dal Tutsi Paul Kagame, riuscì ad avere la meglio sulle forze governative e sugli Hutu ma quando il potere fu capovolto circa un milione di persone di etnia Hutu fuggirono in Burundi, Zaire, Tanzania ed Uganda per paura di ritorsioni. Il Ruanda era definitivamente spezzato.

Oggi il Paese non ha nessun elemento che ne ricordi l'armonia sociale antecedente la dominazione belga: si vive in pace, tutte le persone sono rispettate e Paul Kagame, divenuto presidente, è rispettato e apprezzato dai cittadini ruandesi, siano essi Tutsi o Hutu. Ma la paura serpeggia e l'orrore è fresco ancora negli occhi delle persone. L'odio etnico non è stato sopito nella regione dei Grandi Laghi: ancora oggi in Burundi il progetto politico genocidario è vivo e vegeto, tenuto in piedi dalle balle e dalle fake news del Goebbels burundese, Willy Nyamitwe, consigliere del Presidente del Burundi Pierre Nkurunziza, entrambi Hutu. Un progetto che è stato disinnescato, per ora, solo da chi ha avuto il coraggio di parlarne senza lasciarsi incantare dalla propaganda del regime burundese: è questo l'elemento che, nel 1994 come oggi, si ripete con drammatica costanza nella regione dei grandi laghi.

Il genocidio del Ruanda del 1994 è stato la dimostrazione più tragica dei danni che il colonialismo ha fatto in Africa ma anche dell'incapacità, manifesta e spesso volontaria, degli ex-coloni di garantire il rispetto delle regole del diritto internazionale: il mondo ha voluto girare la testa di fronte quegli orrori, tanto da dover oggi implorare le scuse non del governo ruandese ma di tutto il popolo della regione dei Grandi Laghi, dove quegli orrori hanno avuto conseguenze uguali e contrarie: l'Uganda è diventato il paese più accogliente del mondo verso i profughi e in generale verso chi fugge da fame, povertà e violenze, la Tanzania sostiene con forza queste politiche di accoglienza dei vicini ugandesi mentre al contrario il Burundi e la Repubblica Democratica del Congo hanno inglobato, e spesso portato al potere, gli stessi Hutu dalle mani sporche di sangue, continuando ad alimentare le differenze etniche tra i gruppi della regione.

L'occidente ha molto da imparare dai propri errori. Eppure una parte importante ancora oggi nega al Ruanda scuse ufficiali, come ad esempio fa la Francia, ed anzi continua a pubblicizzare – e succede anche in Italia – la propaganda di regimi para-genocidari come quello del Burundi di Nkurunziza. Una società che non ha memoria, come quella occidentale, è una società che produce orrore, violenza, morte e incultura: i ruandesi di oggi invece li ricordano bene quei terribili 100 giorni. E ricordano bene di essere stati lasciati soli.