Glencore, il termometro dell’economia mondiale indica un futuro di scarsa crescita e tanti problemi (anche per l'Italia)

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Glencore reuters.com

Glencore, la più grande società mineraria al mondo, sta vivendo la crisi più grande dal momento della sua fondazione avvenuta nel 1974. Per rendere l’idea della tempesta finanziaria che si sta abbattendo su Glencore basti pensare le sue azioni sono passate da valere 530 pence il giorno della sua quotazione a Londra nel 2011 a 66 pence attuali. In quattro anni Glencore ha perso l’85% del suo valore.

Con le dovute differenze, sui mercati finanziari, il crollo di Glencore viene paragonato al disastro Lehman Brothers per la sua entità e per l’eco del crac risuonato in tutto il mondo. Il mese scorso Glencore ha annunciato una perdita di 676 milioni di dollari nel primo semestre dell’anno, a causa del calo del prezzo delle materie prime, in particolare rame, carbone e petrolio. Sotto pressione anche la divisione trading, considerata la polizza di assicurazione del gruppo. Soltanto ieri, alla borsa londinese, Glencore ha chiuso in rosso del 31% trascinando al ribasso tutto il comparto delle materie prime.

Sono principalmente due le cause del crollo del gigante anglo-svizzero: il calo del prezzo delle materie prime e il rallentamento della Cina primo Paese al mondo utilizzatore di metalli ed energia. Glencore sta vivendo un calo costante della sua quotazione ormai da diversi mesi. L’eccesso di offerta di materie prime ne ha rallentato la domanda facendone crollare i prezzi: l'indice minerario è crollato infatti ai minimi dal dicembre 2008.

Al deprezzamento delle materie prime si aggiunge il rallentamento della Cina, in pratica motore mondiale della domanda di metalli ed energia. “Il  settore minerario sarà colpito senza alcun dubbio dal rallentamento della Cina, perché è il primo Paese utilizzatore di metalli e di energia al mondo”, ha spiegato a Bloomberg Bernard Aw, strategist di IG Asia Pte a Singapore.

Oltre al panorama macroeconomico tutt’altro che favorevole, pesa su Glencore anche il suo enorme indebitamento per il quale la società ha annunciato un piano di rientro da 10 miliardi di dollari per tagliare il debito da 30 miliardi a 20. I primi di settembre il colosso ha illustrato un pacchetto di misure che prevede un aumento di capitale da 2,5 miliardi, la sospensione sia del dividendo annuale 2015 e della prima cedola del 2016, la riduzione di 1,5 miliardi del capitale d’esercizio, la vendita di asset per 2 miliardi e la sospensione della produzione per 18 mesi di due grandi miniere di rame in Africa. Totale 10 miliardi di dollari per ridurre di un terzo l’indebitamento. 

I mercati hanno approvato il piano annunciato da Glencore concedendo una boccata di ossigeno al titolo, tornato però in profondo rosso per nuove incertezze sul fronte delle materie prime. Un nuovo crollo è stato innescato da una nota di Investec pubblicata il 28 settembre che sottolinea l’enorme stock di debiti di Glencore e la fragilità della sua base patrimoniale. Secondo gli analisti di Investec il mercato delle materie prime continuerà ad essere debole e i prezzi non torneranno a salire in breve tempo, ancora frenati dalla bassa crescita della Cina. Glencore, reso vulnerabile dall’elevato debito, “rischia di sparire” se i prezzi delle materie prime non torneranno a salire.

Proviamo a pensare a Glencore non come ad un paziente malato, ma come un sintomo. Gli analisti confidano così poco nella ripresa della Cina e nell’apprezzamento delle materie prime da profilare l’ipotesi che Glencore possa sparire e lasciare i suoi azionisti con in mano un pugno di mosche. Il colosso anglo-svizzero rappresenta il 60% del mercato globale dello zinco, il 50% del rame e il 3% del petrolio, ha strutture di produzione per gas naturale, petrolio, carbone, minerali, metalli e prodotti agricoli in tutto il mondo. Il suo andamento economico può essere considerato il termometro della salute dell’economia mondiale e il suo crollo sintomo di un rallentamento che interesserà tutto il globo.

Dallo scorso anno Glencore ha perso il 73% del suo valore. Questo tracollo, considerando anche il rallentamento dell’economia cinese, il crollo del prezzo delle materie prime, in particolare del petrolio (che Goldman Sachs vede a 20 dollari al barile) e la frenata dell’economie emergenti, può essere letto come l’ennesima avvisaglia di un futuro prossimo di bassa crescita globale.

E a farne le spese saranno soprattutto l’economie più deboli, quelle che riescono ad andare avanti grazie ad agenti esterni e fattori macroeconomici favorevoli. Tra queste c’è sicuramente l’Italia. Nel Belpaese infatti, la crescita non è strutturale, i timidi segnali di ripresa registrati negli ultimi mesi provengono principalmente dalla spinta positiva del QE di Draghi e quindi dalla minor spesa per interessi, dall’andamento dell’euro, dal prezzo del petrolio e dalla crescita mondiale.

Se la spinta positiva proveniente dall’economia globale frena, l’Italia, non essendo in grado di camminare sulle sue gambe, dovrà rifare tutti i suoi calcoli. La fortuna del premier Renzi potrebbe presto finire e chissà che a quel punto non venga meno anche il suo proverbiale ottimismo.