Gli Stati Uniti discriminano i viaggiatori europei e l'Unione europea sembra averne abbastanza

US VISA
Un viaggiatore fa passare il proprio passaporto al controllo immigrazione. Otay Mesa, California, 9 dicembre 2015. REUTERS/Mike Blake

Nel prossimo futuro l'Unione Europea potrebbe ripristinare il vecchio sistema di visti per i cittadini statunitensi che vorranno viaggiare all'interno dei suoi territori: il Parlamento Europeo ha infatti richiesto alla Commissione UE di ripristinare l'obbligo del visto di ingresso per chi proviene dagli USA.

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Con una risoluzione votata a maggioranza dal Parlamento UE si esorta infatti la Commissione a prendere “tutte le misure giuridiche necessarie” entro 60 giorni, a partire da giovedì 2 marzo 2017, affinché il sistema dei visti nei confronti dei cittadini americani sia basato sul principio di reciprocità. E qui, scostando il primo velo, appare la ragione della richiesta del Parlamento: secondo l'UE infatti manca proprio quel principio di reciprocità, visto che i cittadini bulgari, croati, polacchi, ciprioti e romeni non possono entrare in territorio statunitense privi di visto, come invece francesi, italiani, tedeschi, etc. possono fare.

La questione si trascina da tempo e, per l'Unione Europea, non è di poco conto: per raggiungere la tanto agognata unione politica, separata quindi da quella finanziaria che ha stritolato l'UE per anni, si deve passare necessariamente anche dal riconoscimento internazionale. E se tutti i cittadini dei paesi membri dell'UE sono cittadini europei allora tutte queste persone devono avere pari diritti nel rapporto con i paesi terzi, che commetterebbero altrimenti una discriminazione bell'e buona.

Sarebbe come se un cittadino napoletano al suo ingresso negli USA venisse costretto a compilare decine di moduli, e attendere decine di risposte, mentre il suo compagno di viaggio bolognese viene fatto passare semplicemente compilando la richiesta per la carta verde pochi minuti prima di atterrare su suolo americano. Una follia. Ad aprile 2014 la Commissione UE ha notificato a cinque paesi – Australia, Brunei, Canada, Giappone e Stati Uniti – un atto nel quale sottolineava come non stessero rispettando gli obblighi di reciprocità nel regime dei visti.

Insomma, l'Europa affermava: “Signori, o cambiate registro e ragioniamo tutti sullo stesso piano o saremo costretti noi a fare un passo indietro e reintrodurre il vecchio sistema”. Le tempistiche erano comode: due anni di tempo per mettersi in regola. Nonostante l'inerzia della Commissione Europea quasi tutti i paesi hanno ritirato l'obbligo del visto per gli europei, solo due nazioni hanno mantenuto – per ora – il vecchio sistema: Canada e Stati Uniti d'America.

Il Canada ha promesso che entro dicembre 2017 (comunque in ritardo rispetto alle tempistiche dettate dall'UE) solleverà l'obbligo del visto. Da Washington invece tutto tace e, con l'arrivo di Trump, probabilmente tutto continuerà a tacere. Entro il 12 aprile del 2016 (quasi un anno fa) la Commissione avrebbe dovuto adottare un provvedimento di sospensione per i visti automatici dei cittadini americani in visita in UE ma nulla è stato fatto fino alla risoluzione - comunque non è vincolante per la Commissione - votata dal Parlamento Europeo poche ore fa. I prossimi 60 giorni potremo vedere se e come la Commissione saprà tutelare il diritto di reciprocità dei cittadini di ben 5 paesi membri del suo corpaccione politico.

Gli effetti di un braccio di ferro tra Bruxelles e Washington sul sistema dei visti non sarebbero proprio lievi: 12,5 milioni di americani hanno visitato l'Unione Europea nel 2016 (dati dell'US International Trade Administration, molti di più di quelli che hanno svernato ai Caraibi, per capirci) e secondo la European Tourism Association i visitatori provenienti da Canada e USA portano con sé la bellezza di 50 miliardi di euro di ricavi per il settore turistico. È piuttosto evidente come una restrizione del sistema dei visti potrebbe provocare una flessione non da poco nel settore turistico e non solo, nonostante fino ad oggi l'Europa sia la meta preferita dai turisti americani.

La Commissione, come ci ha già abituato in passato, potrebbe sfruttare questi 60 giorni di tempo per fare - letteralmente - i conti della serva: a fronte di 12,5 milioni di americani che hanno visitato l'Europa lo scorso anno infatti i turisti bulgari, ciprioti, romeni, croati e polacchi sommati assieme che hanno viaggiato negli Stati Uniti sono decisamente inferiori e questo potrebbe rappresentare un'ottima ragione per mantenere le cose così come stanno ed evitare contraccolpi economici che potrebbero essere gravi. Ma, in questo caso, il problema che si pone è di uguaglianza: i cittadini europei sono davvero tutti uguali? La risposta sarebbe no. E sarebbe anche un bel problema per l'Europa, sopratutto con i tempi che corrono.