Google, anche le promesse di Android O finiranno nel dimenticatoio

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L'amministratore delegato di Google Sundar Pichai sul palco del Google I/O 2017 REUTERS/Stephen Lam

Android O fa grandi promesse, dimentica il suo passato e guarda al futuro pieno di belle speranze. Quest'ultime, purtroppo, saranno probabilmente schiacciate dalla realtà di una piattaforma che, a causa della lentezza dei suoi aggiornamenti, rimane sempre un passo indietro a se stessa: che senso hanno le novità se a usarle è solo l'1-2% degli utenti?

Una piaga che affligge il "robottino verde" di Google da anni e che non sembra essere destinata a placarsi. Negli anni, l'azienda ha annunciato grandi traguardi, salvo poi doversi confrontare con il fatto che non erano stati raggiunti i risultati promessi, ovvero sia far sì che Android fosse altrettanto buono sulla fascia bassa quanto sui top di gamma. Project Treble è l'ultima missione per accelerare il processo di sviluppo degli aggiornamenti. Il rischio, però, è che si riveli un'altra fregatura.

LA NUOVA PROMESSA

Project Treble è stato dettagliato ieri 17 maggio durante il Google I/O 2017. Prima che un aggiornamento arrivi agli utenti, deve passare per tre entità: i produttori dei chip (Qualcomm, MediaTek, HiSilicon, etc), che devono assicurarsi che il nuovo codice non vada in conflitto con i processori; produttori hardware (Samsung, HTC, LG, etc) e operatori, che devono adattare la propria "salsa" di Android, aggiungere le app e verificare che la nuova versione non crei problemi con la propria rete. Project Treble mira ad accelerare la prima parte di questo percorso a ostacoli: raggruppa in una parte di codice separata tutte le informazioni che servono ai produttori di chip per agevolare il loro lavoro.

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Google presenta Android O Google presenta Android O  Google

Le possibilità che questo minor carico di lavoro possa realmente dare una scossa al principale problema di Android - la frammentazione delle varie versioni attivamente usate - sono però molto basse. Il grosso del rallentamento, infatti, avviene nelle altre due parti, ossia quando sono i produttori hardware e gli operatori a dover mettere mano all'aggiornamento. E qui avviene il grande ritardo, fermo restando che i dispositivi che saranno supportati saranno comunque una manciata rispetto a quelli che non lo riceveranno (in primis proprio quelli più diffusi, ossia quelli più economici).

Project Treble, insomma, è un'altra promessa di Google che potrebbe finire nel dimenticatoio.

GLI ESEMPI DEL PASSATO

Ricordate Project Svelte di Android 4.4 KitKat? L'idea era permettere anche ai dispositivi con 512 MB di RAM di far girare fluidamente il sistema operativo. Avete mai provato a usare un simile dispositivo? Meglio non farlo: il risultato era tutt'altro che fluido. Ricordate Project Butter con Android 4.1 Jelly Bean? Avrebbe dovuto essere la versione del cambiamento, quella che avrebbe dato finalmente ad Android la fluidità cercata per anni. Il risultato è stato molto buono su Samsung Galaxy Nexus, l'allora top di gamma del programma hardware di Google; decisamente meno sui prodotti meno potenti. 

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Quando invece le nuove funzionalità funzionano davvero - come la modalità Doze per risparmiare batteria quando il dispositivo non è in uso - bisogna scontrarsi con il fatto che quella specifica versione impiegherà anni prima di essere realmente diffusa. E nel frattempo, Google avrà annunciato la versione successiva e magari quella successiva ancora, promuovendo funzionalità che, ancora una volta, saranno ormai storia vecchia quando saranno attivamente usate da una buona percentuale di utenti Android (almeno il 30-40%).

Distribuzione Android maggio 2017 Androd Nougat (da 7.0 in su) è installato sul 7,3% dei dispositivi attivi  GOOGLE

Facciamo un esempio: Android 7.1 Nougat ha introdotto le utili scorciatoie per le applicazioni. Per esempio, tenendo premuto su Fotocamera, si può passare direttamente alla modalità Selfie; con Chrome, si può aprire direttamente una scheda in modalità privata. Il problema? Secondo i dati di maggio, la 7.1 è installata dallo 0,5% degli utenti. Si tratta di una versione molto recente e considerato che i grandi produttori ancora stanno lavorando alla 7.0, ciò significa che sono principalmente gli utenti Nexus e Pixel a usarla.

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Prendiamo un esempio più benevolo verso Android: la modalità Doze introdotta con la versione 6.0 Marshmallow nel 2015. Secondo gli stessi dati, il 38,3% ha una versione 6.0 o superiore sul proprio dispositivo. C'è voluto un anno e mezzo, insomma, affinché poco più di un terzo degli utenti Android potesse usare una funzionalità estremamente utile, di questi tempi in cui ai produttori importa più di un dispositivo ultra-sottile che di un terminale che possa garantire un'autonomia di due giorni. Avete capito lo schema?

NON C'È LA VOLONTÀ (O LA POSSIBILITÀ) DI CAMBIARE

Dare a Google la colpa, però, sarebbe cieco. Ci sono tanti fattori da considerare nell'analizzare la frammentazione di Android. Ad esempio:

- Produttori come Samsung, Sony e Meizu ad esempio commercializzano assieme decine di dispositivi ogni anno. È impensabile che possano riuscire a supportarli tutti e con celerità. Così viene data priorità ai top di gamma e alla fascia media, mentre quelli più economici subiscono ritardi sensibili oppure vengono lasciati indietro. Dietro al costo dello smartphone c'è anche l'estensione del suo supporto: più è alto il prezzo e più è probabile che sarà supportato per almeno due anni;

- Gli operatori, specialmente negli Stati Uniti, hanno un tangibile interesse a spingervi a cambiare terminale anziché far sì che il vostro sia supportato per anni. C'è un business biennale con gli smartphone grazie alla diffusione delle tariffe su abbonamento e dei dispositivi sotto contratto: ogni due anno l'utente cambia il suo dispositivo. Un riciclo da cui traggono grande profitto tanto gli operatori quanto i produttori hardware;

- Android è personalizzabile e ciò è una delle sue più grandi caratteristiche. Ciò però significa anche, volente o nolente, che ciascun produttore deve correggere la versione di Android prima di poterla diffondere. E ciò richiede spesso mesi di lavoro, ovviamente rallentando l'intero processo di aggiornamento. Fortunatamente, alcuni produttori, ma comunque pochi, pubblicano ogni mese le patch di sicurezza, comprensive di quelle distribuite da Google;

- L'enorme eterogeneità hardware fa sì che sia difficile per Google realizzare un sistema operativo "a prova di bomba". iOS 10 è supportato da 19 dispositivi (dal 2012 ad oggi), il cui hardware e software è gestito in gran parte da Apple. Per Google tale numero è amplificato di dieci volte con processori firmati da più produttori, form factor e modifiche all'interfaccia differenti. I due miliardi di dispositivi Android offrono una grande eterogeneità: la sua forza e la sua debolezza.

Samsung Galaxy S8+ Samsung Galaxy S8+  Samsung

Il ritardo degli aggiornamenti è particolarmente grave alla luce di attacchi hacker come il recente ransomware WannaCry. Nel caso specifico si è trattato di un problema legato soprattuto a Windows XP, ma Android è spesso vittima di malware insediati fra le applicazioni. Mentre per iOS la patch di sicurezza è quasi immediata (parliamo di pochi giorni), Android vive un'attesa di settimane o addirittura mesi prima di avere una patch. E sempre che la abbia, in relazione al fatto che tanti dispositivi non vengono aggiornati.

I vari "Project" di Google sono il suo impegno a migliorare costantemente Android. E ci sta riuscendo: basta guardare l'evoluzione che ha avuto negli ultimi tre anni. Il problema è un altro: questa evoluzione, al momento, è appannaggio di pochi perché la lentezza degli aggiornamenti non permette una diffusione omogenea delle ultime versioni. Un problema che difficilmente Google risolverà mai.

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