Grazie all'Europa la Turchia farà una brutta fine

Erdogan parla
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan parla alla folla durante la marcia dei Martiri e per la Democrazia, organizzata dal suo partito AKP e alla quale hanno partecipato i partiti di opposizione CHP e MHP. Istanbul, Turchia, 7 agosto 2016. REUTERS/Osman Orsal

La Turchia sprofonda ogni giorno di più nel baratro dell'autocrazia, della repressione e della crisi economica e se questo accade è anche per diretta responsabilità di organismi internazionali come la NATO e l'Unione Europea, che pur contenendo la Repubblica nel proprio corpaccione si sono dimostrati incapaci e forse persino controproducenti nell'affrontare la deriva interna della democrazia turca.

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Oggi, tra le decine di migliaia di detenuti che affollano le prigioni turche e a circa due settimane dal referendum che consegnerà l'intero paese in mano a Recep Tayyp Erdogan, uno dei detenuti eccellenti rinchiuso in carcere è Selahattin Demirtas, co-presidente del Partito Democratico dei Popoli (HDP) - il partito di opposizione che unisce le forze filo-curde e della sinistra turca - accusato di terrorismo. Uno dei leader della forza politica che nel giugno 2015 ha raccolto quasi 6,3 milioni di voti e ottenuto uno storico 13,12 per cento alle elezioni parlamentari aggiudicandosi 81 seggi, langue in prigione con l'infame sospetto di aver contribuito a far esplodere l'autobomba alla sede della Polizia di Diyarbakir nel novembre 2016, un attacco rivendicato da Daesh poco dopo.

Lo stesso Demirtas, in un suo scritto in questi mesi di carcere, spiega che oggi la Turchia è diventata ciò che è, un paese senza stato di diritto alla mercé di un unico uomo forte che il 16 aprile potrebbe completare il suo progetto di accentramento del potere, proprio in seguito alle elezioni del giugno 2015: “La violenza è diventata una pratica comune” negli ultimi due anni. Erdogan e i suoi sodali politici dell'Akp, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, hanno usato la violenza e la repressione per creare le condizioni necessarie a consolidare il potere, mentre il conflitto in Siria e la crisi dei rifugiati in un certo senso gli davano una mano. Ankara ha sempre usato il pretesto della lotta al terrorismo, e della solidarietà internazionale per quanto riguarda i rifugiati, non solo per giustificare azioni discutibili sul piano bellico, militare e strategico ma anche per chiedere, ed ottenere, dalla comunità internazionale e dall'Unione Europea cifre importanti per “gestire l'emergenza” al posto dell'occidente. Un allineamento astrale perfetto per le aspirazioni politiche di Erdogan.

L'Unione Europea, con cui era formalmente in corso il processo di annessione, gli Stati Uniti, la NATO, le Nazioni Unite e in generale la comunità internazionale non hanno solo sostanzialmente taciuto su quello che negli ultimi due anni è accaduto in Turchia ma, scrive provocatoriamente Foreign Policy non senza ragione, sono stati complici nel creare la Turchia per quella che è oggi. Dopo il successo elettorale dell'HDP del giugno 2015 il partito di Erdogan non aveva i numeri per formare un governo: in questi casi, secondo la legge elettorale turca, le parti devono accordarsi per formare un governo di coalizione e i negoziati sono iniziati pochi giorni dopo le elezioni. AKP però ha sostanzialmente disertato e boicottato il tavolo dei negoziati, preferendo forzare la mano verso nuove elezioni nel novembre successivo. Nell'estate del 2015 il partito di Erdogan avrebbe dovuto cambiare le condizioni politiche della Turchia a proprio vantaggio, per potersi assicurare la maggioranza assoluta alle elezioni anticipate di novembre, cosa che poi è avvenuta: quell'estate Ankara ha ripreso la guerra contro i curdi rompendo il cessate il fuoco stabilito due anni prima, poi ci sono stati gli attentati ad Ankara ed Istanbul con centinaia di morti e un 2016 ricco di colpi di scena: su tutti il tentato golpe di luglio.

Nel frattempo gli Stati Uniti, era l'estate del 2015, strappavano alla Turchia l'autorizzazione a parcheggiare i propri aerei da guerra all'aeroporto militare della base di Incirlik, da dove per un certo periodo di tempo sono partiti i raid americani contro lo Stato Islamico. Un'ottima ragione, nella realpolitik, per tacere le nefandezze di Ankara in cambio dell'uso della base. Il momento in cui Erdogan ha capito che avrebbe potuto fare carne di porco di ogni regola e trattato internazionale per il proprio tornaconto personale fu proprio l'estate del 2015, quando l'AKP decise di tirare dritto verso nuove elezioni e di alzare non poco il livello dello scontro con i curdi. Ma dopo quello americano, e della NATO, mancava il sostegno, o l'omertà, di un altro pezzo importante della comunità internazionale: l'Unione Europea.

Proprio nel momento in cui sembrava che la Turchia e l'Unione fossero vicine più che mai un flusso impressionante di sfollati dalla Siria si riversava dalla Turchia sui confini europei, nell'Egeo, in Grecia e in Bulgaria. 3 milioni di disperati in fuga dalla distruzione della guerra premevano alle porte orientali dell'Europa in cerca di aiuto. Fu un'estate difficile: la Grecia in crisi economica che rischiava di capitolare sotto il peso dell'”accoglienza”, i primi discorsi sui muri, il piccolo Aylan di 3 anni morto affogato e ritratto in alcune fotografie riverso sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, la guerra che imperversava oltreconfine tra le mille scorrettezze e cambi di fronte della Turchia, tutti eventi drammatici. Nel novembre successivo c'è stata la nuova tornata elettorale, tra i tumulti e la paura, che ha cambiato il panorama politico e consolidato lo strapotere dell'AKP. Erdogan ha avviato una lunga serie di purghe politiche rivolgendosi in particolare ai media, al mondo accademico ed alla magistratura. Queste situazioni hanno prodotto un accordo nel marzo 2016 tra la Turchia e l'Unione Europea, costosissimo (3 miliardi più altri 3 entro il 2018) e liberticida, per far sì che Ankara tenesse i siriani sul proprio territorio concedendo qualche garanzia a Bruxelles.

Dal 15 luglio 2016 però la situazione è precipitata: il tentato golpe militare ha allargato il campo delle purghe con margini enormi, le purghe si sono estese all'esercito, alla polizia e ai funzionari pubblici, dagli insegnanti ai dirigenti ministeriali. Si è intensificata la campagna contro i curdi, gli oppositori come Demirtas sono finiti in carcere e la repressione post-golpe si è trasformata in una maxi-retata contro ogni pensiero divergente. In pieno stato d'emergenza la Turchia si appropinqua a celebrare un referendum che consegnerà il paese a Erdogan “finchè morte non li separi”.

Il sostegno dato da noi europei alla legalità è stato piuttosto blando: quando Demirtas fu arrestato si è espressa “preoccupazione” (dalla Mogherini a Schulz, da Renzi al commissario UE Hahn) ma a parte il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier nessuno ha convocato ambasciatori, consoli o inviati del governo turco, nessuno ha espresso vicinanza alle posizioni del partito HDP (in sintesi “né con Erdogan né con i golpisti”, uno slogan che era conseguenza dei fatti che vi abbiamo sopra descritto), nessuno ha tentato di mettere all'angolo Erdogan con argomentazioni politiche. I rapporti si sono semplicemente deteriorati, tanto che le autorità belga e tedesca hanno rifiutato l'ingresso in UE ai ministri turchi in vista di alcuni comizi per il referendum, una decisione che tradisce ogni valore di democrazia e libertà d'espressione in Europa: un processo alle (ovvie) intenzioni che ha avuto, e avrà sempre più, come unica conseguenza quella di mettere all'angolo non la Turchia, bensì l'Europa.

Nel frattempo l'economia turca crollava, la disoccupazione saliva e il miracolo economico turco si sta velocemente trasformando nel suo contrario: con la disoccupazione al 13 per cento (il livello più alto degli ultimi anni), il PIL in calo costante dal terzo trimestre 2015 in poi, la lira turca ai minimi storici nei confronti del dollaro e una situazione generale da recessione. Un fatto, questo, che Erdogan dovrà affrontare nei prossimi 15 giorni: molti elettori dell'AKP si sono fatti persuadere più dal miracolo economico che dalle tendenze nazionaliste ed islamiste del partito di Erdogan. Ma quella Turchia non esiste più e la responsabilità, in parte, è proprio di Erdogan.

L'Europa ha quindi ancora una carta da giocarsi, prima del 16 aprile. Una carta di scarso valore e che l'avversario conosce già ma che va ancora calata, possibilmente al momento giusto nell'interesse non solo della Turchia ma dell'Europa tutta e del progetto europeo: un progetto che va ripensato per i popoli, turchi compresi.