I migranti sono schiavi in Libia: l'Europa è complice, l'Italia è cieca

Migranti Agadez
Un gruppo di migranti sul retro di un grande camion che offre loro un passaggio attraverso la città di Agadez. Niger, 25 maggio 2015. REUTERS/Akintunde Akinleye

Un rapporto dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) pubblicato lunedì 11 aprile ha messo in evidenza l'esistenza nel sud della Libia di veri e propri mercati di schiavi nei quali i trafficanti di esseri umani metterebbero in bella mostra la propria “merce” umana. Testimonianze agghiaccianti che raccontano della compravendita di esseri umani, di schiavi, in territorio libico: “I migranti raccontano di veri e propri mercati nel bel mezzo dei villaggi, dove le persone vengono comprate e vendute e dove ci si reca per acquistare uomini e donne migranti” ha dichiarato Giuseppe Loprete, capo missione OIM in Niger, al quotidiano online Jeune Afrique.

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Il rapporto di OIM non racconta nulla di nuovo ma dimostra in modo inequivocabile che quanto scriviamo noi di IBTimes Italia da mesi non ha solo un fondo di verità ma si tratta di una vera e propria rete di schiavisti senza scrupoli che operano principalmente nel deserto, lungo il poroso confine tra Niger e Libia e tra Sudan e Libia. Proprio dove operano le milizie sudanesi armate, formate e sostenute anche dal governo italiano, come già raccontavamo l'estate scorsa denunciando l'arruolamento degli ex-diavoli a cavallo, i Janjaweed, rincorsi da accuse di genocidio per gli eccidi in Darfur.

La prima volta che sentii parlare di veri e propri mercati di schiavi nel sud della Libia era nell'autunno del 2013, parlando con un collega giornalista del Mali mentre si rifletteva insieme di conflitti e attentati in Africa nord-occidentale. Adama, un collega freelance, mi disse che una larga fetta di fatturato per i gruppi armati che stavano conquistando la Libia a colpi di kalashnikov arrivava proprio dal traffico di esseri umani: migliaia di vittime, persone provenienti dall'Africa sub-sahariana, comprate e vendute mentre tentavano di raggiungere le coste del Mediterraneo per provare a rischiare la vita in mare. A cavallo tra 2016 e 2017 proprio l'OIM, che stava effettuando campagne di disinfezione dei centri di detenzione migranti ufficialmente controllati dal governo di Tripoli (ma in realtà, ci ha spiegato il direttore di MSF Europa Hehenkamp poco tempo fa, sono in mano alle milizie armate e rappresentano i loro personalissimi buoni del tesoro riscattabili in ogni momento), aveva denunciato le condizioni di detenzione dei migranti nei centri, un tema riemerso grazie alle recenti denunce proprio di Medici Senza Frontiere, e il quotidiano The Guardian aveva pubblicato un pezzo che denunciava come in quei centri i migranti venissero semplicemente rinchiusi e lasciati marcire, creando un pericoloso stallo alla messicana: “Si tratta di un disastro umanitario mentre tutte le organizzazioni umanitarie si trovano lì proprio per aiutare. Per decine di migliaia di migranti presenti nel Paese in questo momento non c'è via di scampo: la Libia non li vuole, l'Europa non li vuole e nemmeno i loro paesi li vogliono”.

Una delle città più famose per il traffico di esseri umani è Sabha, capitale del Fezzan nel cuore della Libia, del quale vi avevamo parlato il 24 novembre del 2016. IBTimes Italia non è stato l'unico media a denunciare la situazione pubblicando informazioni dirette e altre indirette provenienti da fixer sul luogo e dalle organizzazioni non-governative sul posto. Nessuno si è degnato di dare risposta, rispettando un omertoso silenzio che provoca ogni giorno morte e crimine, terrore e violenza. L'Europa ha continuato colpevolmente a fare finta di nulla, a ragionare sulla “linea di protezione marittima” per impedire le partenze, a foraggiare la Guardia Costiera libica affinché intercettasse barconi e gommoni di disperati e li riportasse indietro, a cercare in ogni modo di impedire le partenze e di rimpatriare i migranti a casa loro, ad accordarsi con governi e milizie perché nascondessero per conto nostro la polvere sotto il tappeto. Abbiamo scritto il 22 febbraio scorso che “l'accordo UE-Libia sui migranti favorisce i crimini contro l'umanità” e oggi rincariamo la dose indicando in questi accordi – tra l'altro maldestri – la principale causa della nuova schiavitù.

I migranti subsahariani vengono acquistati e venduti dai libici, che hanno imparato a odiarli durante il regime di Gheddafi che usava nigerini e maliani come mercenari, con l'aiuto di ghanesi e nigeriani che lavorano per loro. Situazioni molto simili alla schiavitù per come la possiamo immaginare noi, quella del Medioevo, del colonialismo, delle pagine più oscure dell'umanità: “Alcuni ci dicono che è anche peggio di così” rivela Loprete “e noi siamo in possesso di immagini che non sono in alcun modo pubblicabili”.

La storia di SC, un senegalese, è emblematica di questo dramma: durante il viaggio verso Agadez, città nel nord del Niger principale punto di snodo per i flussi migratori dall'Africa occidentale, è stato costretto a pagare ai trafficanti 200.000 CFA (circa 300 euro) per proseguire il viaggio, una prima tranche che rappresenta l'inizio dell'incubo. L'affidarsi ai trafficanti ha portato SC ad essere venduto nel sud-ovest della Libia, è stato detenuto in “prigioni” e molti suoi compagni di sventura, durante questo periodo, sono stati costretti a chiamare le proprie famiglie per chiedere soldi, spesso torturati e picchiati durante la telefonata per impressionare meglio i propri parenti: mani e dita mozzate, ferite di arma da fuoco non mortali ma dolorose (come al ginocchio o al gomito), corrente elettrica, bruciature, manganelli e bastoni. A volte anche la morte, perché quella non si fattura. La loro liberazione aveva un costo e per il suo rilascio SC ha dovuto pagare ai suoi aguzzini 300.000 CFA (450 euro) ma questo ha significato finire semplicemente nelle mani di un altro libico, per il quale ha lavorato gratis per mesi. Gratis, come gratis lavoreranno i migranti in attesa di asilo in Italia per effetto del decreto Minniti-Orlando, per la cui redazione sembra si sia ampiamente preso spunto dalle idee geniali dei trafficanti di uomini e degli schiavisti moderni dall'altro lato del Mediterraneo. L'ennesima vergogna per lo stato di diritto italiano.

SC è stato liberato solo dopo il pagamento da parte della sua famiglia di altri 600.000 CFA (poco più di 900 euro). Sulla costa libica non ci è mai arrivato, SC è stato salvato dall'ufficio OIM in Niger. Il suo viaggio è durato poche centinaia di chilometri, gli è costato oltre 1 milione di franchi CFA e l'ha riportato al punto di partenza. Quando l'OIM dice “libici” dice sostanzialmente Tuareg, Tebu, Suleiman, coloro i quali sono stati incontrati e si sono messi d'accordo con il Ministro dell'Interno Marco Minniti, il 31 marzo scorso. Il retaggio culturale coloniale italiano emerge in tutta la sua omertosa follia in quell'accordo.

Abbiamo appaltato a Libia e Sudan (alle tribù nel sud della Libia, che si arricchiscono proprio con questi traffici, e alle ex-milizie genocidarie Janjaweed proposte dal governo criminale del Sudan, che fanno lo stesso) il compito di fermare l'immigrazione concedendo loro di fare ciò che meglio credono delle persone che fermano. Il 2 febbraio l'Italia individuava un “confine di contenimento nel sud della Libia” e di fatto spostava di diverse centinaia di chilometri i confini europei, arrivando proprio fino ai confini meridionali del deserto del Sahara.

Nel frattempo noi continuiamo a mettere in scena una fantomatica “emergenza immigrazione” che ci rende ogni giorno più inumani, bestie come sono bestie trafficanti e schiavisti: decliniamo il problema come “emergenza immigrazione” piuttosto che come “aiuto a chi è in difficoltà”, ci poniamo una questione egoica con un termine, “emergenza immigrazione”, riferisce il problema al nostro ego invece che guardare al vero problema, la tutela della vita di chi fugge. È come se i trafficanti e gli schiavisti fossero gli attori del mercato, le cui mura e le cui regole sono però di proprietà dell'Europa.