I videogiochi non sono una cosa per adulti

Una passione costosa non soltanto sul portafogli: il tempo da investire è sempre meno
Videogiochi
Nell'intrattenimento, i videogiochi sono una delle passioni più difficile da mantenere nell'età adultà REUTERS/Kevork Djansezian

Più passa il tempo e più faccio fatica a giocare. Un piccolo dramma personale, considerato che questa passione mi accompagna, da quello che ricordo, da quando avevo 5 anni e giocavo insieme a mio fratello a World Soccer su SEGA Master System.

Subentra un lavoro regolare (io ne faccio due), la necessità di passare del tempo in famiglia, con la propria fidanzata e con gli amici; bisogna poi aggiungere l’attività fisica e intrattenimento di altro genere (cinema e serie TV vanno di pari passo con i videogiochi, senza dimenticare i libri). E magari dormire 7-8 ore a notte. In questo contesto, inserire regolarmente una partita su PC o console è difficile, a volte impossibile.

Ciò diventa ancora più difficile se si pensa che di videogiochi ne escono ogni settimana. Restare indietro è un attimo e basta guardare ogni anno la lista de “i migliori giochi del 201x” per accorgersi di quanti titoli sono stati lasciati da parte. La crescita qualitativa esponenziale dei giochi indipendenti, poi, non contribuisce ad aiutare: sono semplicemente troppi. Aggiungiamo, infine, giochi come The Witcher 3, Fallout 4 o No Man’s Sky la cui longevità è stimata nell’ordine delle decine di ore e finire un’avventura sembra quasi un viaggio di mesi attorno al mondo.

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Non sono solamente io ad avere questo problema e ciò un po’ mi conforta. In Italia, secondo la ricerca AESVI, ci sono più di 25 milioni di videogiocatori in Italia. Si tratta del 49,7% della popolazione italiana di età superiore a 14 anni, equamente distribuito tra uomini (50%) e donne (50%). Non sono però disponibili ricerche recenti relative al mercato italiano o europeo che confrontano età e tempo speso. Ci faremo andare bene quelle australiane, mediorientali e nordafricane, pur sottolineando che si tratta di mercati diversi. Ma siamo tutti videogiocatori.

Ebbene, il risultato è quello che ci si può aspettare. Si spende più tempo sui videogiochi tra i 15 e i 24 anni: in Australia si arriva fino a due ore e mezza al giorno per i maschi e a circa un’ora e mezza per le femmine; otto ore a settimana per Medio Oriente e Nord Africa (poco più di un'ora al giorno). Basta passare alla fascia d’età successiva, quella fra i 25 e i 34 anni, per trovare un calo importante: un’ora e mezza per i maschi mentre le donne restano stabili a poco meno di un’ora e mezza in Australia; per Medio Oriente e Nord Africa arriviamo a sei ore settimanali (meno di un'ora al giorno).

Tempo speso videogiochi Australia L'apice del tempo investito nei videogioco è tra i 15 e i 24 anni. Dopo di che cala più o meno regolarmente, fatta eccezione per le donne sopra i 55 anni  IGEA

La ricerca australiana, però, è ancora più interessante poiché fa un distinguo: partita casuale, magari su smartphone, e partita più approfondita. E se consideriamo quest’ultime per giudicare i giochi più rappresentativi (su smartphone e tablet ci sono limiti tecnologici in primis e creativi in secundis) il tempo investito è ancora meno: 70 minuti circa per gli uomini e 50 minuti circa per le donne in Australia quotidianamente. Vale a dire non più di 8 ore a settimana.

Per un gioco come Call of Duty o Battlefield, escludendo dal discorso qualsiasi componente online che potrebbe allungare la longevità a dismisura, può significare completare un gioco a settimana. Se includiamo giochi di ruolo oppure avventure che durano almeno il doppio, il problema è invece importante.

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Perché questo ostacolo non viene posto in altre passioni? Ci sono vari fattori da mettere in campo. A volte è semplicemente la forma del medium: un film a sera è un’operazione fattibile perché nel caso peggiore parliamo di due ore e mezza o tre di intrattenimento. In altri casi, come i libri, c’è da mettere in conto la struttura stessa dell’industria. In quella videoludica, infatti, c’è una dirompente cadenza regolare; una forma di pressione consumistica che va di pari passo con questo medium da sempre. Comprare, comprare, comprare; giocare, giocare, giocare (e anche il portafogli piange).

The Witcher 3 The Witcher 3 è uno di quei giochi che rendono complicato essere un videogiocatore nell'età adulta  CD Projekt RED

Se diamo un’occhiata al nostro calendario di giochi in uscita a ottobre, la lista dei titoli “da giocare” è veramente lunga. Citando solamente i più noti: Mafia 3, Paper Mario: Color Splash, Gears of War 4, Dishonored 2, Civilization VI, Battlefield 1, Titanfall 2, Call of Duty: Infinite Warfare. Se dovessimo includere, poi, i giochi indipendenti e quelli che, per forza di cose, abbiamo lasciato indietro nei mesi precedenti, siamo sommersi dai videogiochi da giocare.

Un bene? Per l’industria certo, che con Xbox One e PS4 sta riaffermando la propria potenza commerciale. Per ciascun utente invece vuol dire fare delle scelte, raggiungere dei compromessi; significa rallentare in un’industria che corre velocemente, non si ferma e che impone ritmi consumistici davvero alti.

Un consiglio: lasciate stare i giochi che vi dicono gli altri di giocare e perseguite solo quelli “vostri”. Saranno tanti ugualmente e maledirete comunque le 24 ore giornaliere.