Il cambiamento climatico ci sta portando verso una guerra marittima globale (e rischia di essere una catastrofe)

Pescato India
Un uomo appende il pesce a dei pali di bambù per farlo essiccare. Mumbai, India, 20 febbraio 2017. REUTERS/Shailesh Andrade
  • Il riscaldamento globale provoca una diminuzione dell'ossigeno nelle acque degli oceani e questo  causa migrazioni importanti e danni all'ecosistema marino;
  • In futuro la lotta tra nazioni per il controllo degli stock ittici potrebbe portare a diversi conflitti in più parti del mondo;
  • Uno studio americano mostra come sia importante la cooperazione internazionale per affrontare e risolvere questo problema.

Se per terra il controllo delle risorse e dei territori si declina spesso in conflitti sanguinosi e terribili riproposti senza soluzione di continuità su tutti i media del mondo, anche per mare tali esigenze si risolvono, e sempre più spesso si risolveranno, allo stesso modo.

L'esempio più conosciuto riguarda vari episodi occorsi nel ventennio 1950-1970, quando una serie di confronti non armati tra Islanda e Regno Unito portarono alla guerra del merluzzo per stabilire chi tra i due avrebbe dovuto godere della ricca zona di pesca nell'Oceano Atlantico compresa tra le due isole. La tensione salì tanto che fu necessario un arbitrato internazionale, con il governo di Reykjavik che fece pressioni su Washington affinché intervenisse presso Londra. Oggi quello scenario potrebbe riaprirsi in più punti del globo e con conseguenze più catastrofiche: giovedì 16 febbraio 2017 un gruppo di ricercatori ha presentato alla riunione annuale dell'American Association for the Advancement of Science (AAAS, la più grande società scientifica al mondo) tenutasi a Boston, negli Stati Uniti, uno studio dove si dimostra come una miglior gestione del diritto di pesca e della cooperazione internazionale possa portare nei prossimi decenni a un aumento della popolazione ittica nei mari e, di conseguenza, del numero di flotte da pesca.

Un altro studio, pubblicato il 15 febbraio dal Geomar Helmholtz Centre for Ocean Research, istituto di ricerca marittima tedesco con base a Kiel, dimostra invece come l'impoverimento di ossigeno negli oceani rappresenti una minaccia grave per gli stock ittici, che con l'alterazione degli habitat naturali mostrano variazioni importanti nel comportamento. Secondo lo studio tedesco negli ultimi 50 anni i livelli di ossigeno nelle acque oceaniche sono calati del 2 per cento, una diminuzione attribuita principalmente al riscaldamento globale che, se dovesse continuare a procedere in modo tanto incontrollato, potrebbe portare ad un'ulteriore diminuzione di ossigeno del 7 per cento entro l'anno 2100. A quel punto saranno davvero pochi gli organismi marini in grado di adattarsi a tali livelli di ossigeno.

Apparentemente i due studi raccontano due cose differenti e ciò può sembrare strano agli occhi del pubblico. In realtà sono perfettamente complementari. Come ha spiegato al quotidiano inglese The Guardian Callum Roberts, autore del libro Ocean of Life e biologo marino all'Università inglese di York, “nel Pacifico orientale si hanno già enormi problemi con la pesca del tonno”. Una questione che noi popoli mediterranei conosciamo bene: il Giappone è oggi il primo acquirente del prestigioso tonno rosso del Mediterraneo perché le acque dell'Oceano Pacifico a largo dell'arcipelago nipponico, oltre alla pesca intensiva che ha decimato la popolazione di tonni locale, hanno visto calare molto il livello di ossigeno: “Le zone carenti di ossigeno si espandono e il tonno non può più immergersi in profondità, dove oggi il mare è inabitabile. Hanno così meno spazio nelle acque di superficie, si ritrovano schiacciati in spazi sempre più angusti e sono più vulnerabili per la cattura” ha spiegato Roberts.

Secondo lo studio tedesco l'apporto di ossigeno degli oceani è minacciato dal riscaldamento globale in due modi: l'acqua più calda è meno in grado di contenere ossigeno (negli oceani più caldi l'ossigeno si riduce) ma è anche meno densa e gli strati più superficiali dei mari, più ricchi di ossigeno, non affondano e non si mescolano con le acque più profonde. Le acque di superficie si riscaldano, aumentando anche il proprio spessore, e questo provoca un effetto coperchio che impedisce all'ossigeno di raggiungere le acque profonde. Le acque marine assorbono oltre il 30 per cento del carbonio prodotto sulla terraferma e la qualità della vita è sempre peggiore: l'innalzamento dei livelli di acidità, dovuto proprio all'assorbimento del carbonio in quantità sempre maggiori, lo sbiancamento delle barriere coralline nel sud-Pacifico, le difficoltà crescenti per i crostacei di costruire il proprio guscio protettivo (a base di calcio), le migrazioni verso climi più freddi di specie come il merluzzo sono tutti fattori dello stesso problema.

Il cambiamento in peggio, oggi, è misurabile con la semplice osservazione dei dati. Ma non solo. I livelli di ossigeno sempre più in calo costringono infatti la popolazione ittica a cercare zone di mare abitabili, cosa che innesca migrazioni importanti ed ha un impatto significativo sull'ecosistema e la catena alimentare. Tornando al primo studio, presentato a Boston giovedì 16 febbraio, queste impressionanti migrazioni ittiche (anche tra i pesci esistono, quindi, i “migranti climatici”) minacciano di fatto le economie dei singoli paesi - sopratutto quelle più piccole. L'accesso stesso al cibo è messo a repentaglio: una futura competizione tra nazioni per accaparrarsi le scorte ittiche nei tratti di mare ancora ricchi di pesce, coniugata ai crescenti sentimenti nazionalisti che pervadono gli animi un po' in tutto il mondo, potrebbe sfociare in qualcosa di più di un semplice aumento dei prezzi al dettaglio.

Nel medio e lungo periodo tutto questo non porterà nulla di buono visto che già oggi la competizione tra flotte è altissima, oltre alla guerra del merluzzo tra Regno Unito e Islanda si ricordano anche le guerre commerciali esplose nel 2010 nel nord dell'Atlantico tra Unione Europea e Islanda o tra la Norvegia e le Isole Fær Øer, entrambe per accaparrarsi il controllo di territori marittimi ricchi di sgombro.

Quale destino attende la flora marina e il mercato ittico internazionale?

La domanda può ricevere due risposte distinte, entrambe conseguenza di ciò che la comunità internazionale sarà in grado di fare: se si adottasse una soluzione su un modello di cooperazione internazionale, che punti non solo ad una riduzione del riscaldamento climatico ma anche ad una gestione migliore degli stock ittici, lo studio americano dimostra come si potrebbe addirittura aspirare ad un aumento della popolazione marina, ad un miglioramento della qualità della vita negli oceani e nei mari e, di conseguenza, a un aumento delle flotte e quindi del pescato sui banchi del mercato. Se si adottassero invece soluzioni nazionali e protezioniste, nelle quali ognuno guarda al proprio mercato interno e alle proprie rivendicazioni territoriali senza curarsi del dramma derivante dai cambiamenti climatici a livello globale e del problema della pesca intensiva, il rischio è che il mondo dovrà abituarsi a rinunciare a sushi, sashimi, polpo arricciato, bastoncini di pesce e in generale alla sua dose di Omega-3 settimanale.

Michael Harte, professore di geografia marina alla Oregon State University degli Stati Uniti, ha dichiarato al quotidiano The Independent che esiste un “rischio potenziale” di un conflitto commerciale molto duro che potrebbe anche sfociare in un conflitto bellico. Un assaggio, e a questo serve studiare la storia, l'umanità lo ha avuto già durante la guerra del merluzzo, quando il Regno Unito faceva volteggiare gli elicotteri militari sulla testa dei pescherecci islandesi. Questo forse non accadrà in Europa (anche se la guerra per gli sgombri succitata continua ancora oggi), forse nemmeno in nord-America, ma che dire del sud-est asiatico e del Pacifico occidentale, dove il clima è già abbastanza rovente a causa delle tensioni tra nazioni?